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giugno 2013
IT autorizzato si interfaccia con una soluzione di
gestione delle utenze che secondo il suo profilo e
il centro di costo di riferimento (informazione utile
per il billing), può prendere i componenti che ser-
vono per svolgere il suo lavoro. Il modello target
è l’estensione del self provisioning in ogni ambito.
Il sistema oggi è attivo per alcuni servizi e stiamo
riscontrando già diversi risultati positivi perché ab-
biamo a disposizione una soluzione molto flessibile,
che si basa comunque sempre su un corretto utilizzo
della ‘compute power’ standardizzata”.
Il processo di dimensionamento
e acquisizione
L’acquisto dei sistemi è tutto delegato centralmen-
te e fa riferimento a un processo che viene attivato
dalle singole country: “Per ogni singolo progetto
il nostro team di architettura definisce quelli che
sono gli standard da utilizzare, oltre alle Blue Print e
alla technology roadmap che sono già attive, viene
costruito il design della corretta infrastruttura e del
corretto middleware e quindi di tutto lo stack che
serve a supporto del progetto. Uno dei primi passi
nella definizione del progetto è proprio il disegno
dell’architettura di alto livello”.
Sulla base di quanto emerso in questa prima fase
parte il processo di disegno del servizio che viene
poi affinato successivamente. Questo è curato da un
organismo - Service Design - che si occupa anche
del dimensionamento delle risorse di elaborazione
e memorizzazione: “Quando tutti gli stakeholder
di progetto ritengono che quella identificata sia
l’architettura standard da utilizzare si passa allora
all’implementazione dell’infrastruttura”.
In fase di ‘acquisizione’ delle risorse, invece, viene
prima di tutto chiaramente verificato cosa è già
disponibile all’interno di tutti i data center DB che
sono già stati riconfigurati secondo questo modello
industriale: “Se proprio serve si passa all’acquisto
di nuovi sistemi e per fare l’ordine di acquisto c’è
un tool apposito”.
Il processo di acquisizione vero e proprio passa at-
traverso vari comitati di approvazione per la verifica
del budget: “Il processo è stato costruito in modo
da avere dei tempi abbastanza precisi, chiaramente
non possono essere dei tempi assoluti, ma se sono
richieste standard, il tutto si svolge tra le quattro
e le otto, massimo dieci settimane a seconda del-
la complessità dell’ambiente. Rispetto al passato
questi tempi sono decisamente diminuiti: dal 2008
a oggi possiamo dire che li abbiamo dimezzati”.
Il passaggio tra le vecchie e la nuova modalità non
è stata una cosa indolore, ma rispetto alle pratiche
del passato i miglioramenti ottenuti sono conside-
revoli: “Chiaramente nella fase di passaggio da una
modalità a quella nuova c’è stato un picco iniziale
tipico di tutte le trasformazioni organizzative che
comunque si è ridotto una volta assestato il pro-
cesso. Quando potevamo fare gli acquisti in Italia
per i data center locali, avevamo una quantità di
soluzioni ad hoc, tattiche o disegnate su specifi-
che esigenze per un determinato processo. Questo
produceva a livello globale una sostanziale ineffi-
cienza perché registravamo una media di impiego
La voce degli utenti
Come cambia il rapporto con l’outsourcer
Nel 2003 Deutsche Bank ha siglato un accordo con un outsourcer globale per le country europee che ha esternalizzato
la gestione dell’infrastruttura, con l’obiettivo di trasformarla in un servizio: “Diciamo che negli anni abbiamo costruito
una relazione che si rifà alla logica dell’Infrastructure as a Service, dove l’outsourcer si occupa della gestione e della
domanda di capacity – racconta Riccardo Riccobene, responsabile progetti strategici global technology production
IT Emea di Deutsche Bank. L’obiettivo finale a cui puntiamo è che sia l’outsourcer a occuparsi anche dell’acquisizione
dei sistemi, ma questo nell’ottica di poter contare su una molteplicità di fornitori di servizi di infrastruttura e non più
su un unico player come oggi. Vorremmo poter lavorare con un qualunque provider che dimostra la capacità di fornire
determinati standard di servizio”.
Una volta raggiunto l’obiettivo dei molteplici fornitori di Iaas, e sviluppati adeguati criteri di sicurezza, il passo succes-
sivo per Deutsche Bank potrebbe essere quello di aprirsi ai cloud pubblici, questo perché: “Oltre certi volumi il cloud
interno non riesce a reggere”.
Il processo di Service Design si caratterizza come una funzione core per il lifecycle management degli ordini e quindi
sarà un processo che in futuro difficilmente potrà andare in outsourcing. “Ma ciò che oggi vedo come sfida principale
in questo momento è l’educazione del consumatore utente interno - sviluppatori, sistemisti... - che utilizzando i processi
Iaas deve incominciare a pensare in modo diverso. Inoltre queste dinamiche dovranno essere estese anche ai consulenti
esterni: chiunque lavori con DB deve aderire al 100% alle policy che sono fissate a livello aziendale”. A livello globale
si sta parlando di più di 20.000 persone, mentre per l’Italia si tratta di circa 800 professionisti IT tra interni ed esterni.