Executive maggio - giugno 2011 - page 82

Finanzcapitalismo
La civiltà del denaro in crisi
L’ultimo libro di Luciano Gallino evoca l’avventura del Finanzcapitalismo, ovvero di una
“mega-macchina sociale” che si pone ormai come una “civiltà-mondo”, cioè un particolare
modo di strutturare la politica, l’economia, la cultura e la comunità” esteso ormai sulla
scala mondiale. Tre componenti caratterizzano operativamente il finanzcapitalismo: si
tratta del sistema finanziario ufficiale, che Gallino chiama componente “banco centrica”,
della finanza ombra (la massa degli strumenti e degli intermediari che sfuggono a ogni
regolazione e sono in pratica privi di visibilità) e gli investitori istituzionali (come i fondi
pensione e i fondi comuni di investimento). Questa colossale “macchina sociale” non solo
è estesa a livello planetario, ma penetra ormai tutti i sottosistemi e tutti gli strati della
società, fino ad abbracciare e condizionare ogni momento e aspetto dell’esistenza umana.
Per questo si può parlare di una civiltà che ha come motore non più la produzione di merci
ma il sistema finanziario e che conosce nel denaro il solo metro che dà valore alle cose. Si
tratta tuttavia di una civiltà che è stata asservita alla finanza dalla politica, che ha accettato
il dominio di modelli e teorie economiche capaci non sono di presentarsi come scienze
indiscusse ma anche di influenzare l’evoluzione della realtà senza poi poterne governare
gli effetti indesiderati. Prigioniera di una scienza economica errata, la politica non ha
saputo più assolvere alla propria funzione storica. La conseguenza sono stati i costi umani
della crisi e tutta una serie di effetti perversi della creazione di denaro che si sono
riverberati su tutte le sfere della vita sociale. Di particolare interesse per chi segue la vita
delle imprese è stata la trasformazione delle stesse aziende industriali in enti finanziari, con
i connessi fenomeni di “banche che vendono automobili”, del dominio degli investitori
istituzionali e dei fondi speculativi nel governo delle imprese, della esternalizzazione della
produzione, della mania del ricorso alle fusioni ecc. Tutto ciò non è privo di effetti sul
lavoro e sul management, con la svalorizzazione delle competenze produttive e tecniche a
vantaggio della “capacità di muoversi nei labirinti del sistema finanziario nelle sue tante
parti visibili o in ombra”.
Luciano Gallino sviluppa così in un quadro più organico e completo le analisi che lo
avevano già portato negli ultimi anni (L’impresa irresponsabile, Einaudi, 2005) a mettere
in discussione un’idea troppo volontarista di responsabilità sociale dell’impresa e il ruolo
dei Fondi Pensione come istituti portanti del sistema finanziario. Il ritorno al “business as
usual” è il tipo di risposta alla crisi degli ultimi anni che sembra emergere dai fatti se non
nelle parole; a questo sbocco sembrano tendere infatti i comportamenti concreti dei
leader, nella finanza come nell’economia, nelle imprese e nella politica. Le parole recenti
di Carlo Azeglio Ciampi (La Stampa, 22 aprile, 2011) colgono il segno nell’evocare la
“bassa statura” dei capi di governo europei, anche nel confronto con le figure del
passato: “a confronto degli uomini d’oggi, erano dei giganti”. Un discorso sui capi delle
aziende non potrebbe essere molto diverso.
Tuttavia è legittimo il dubbio che chi si trova oggi in posizione di governo nelle grandi
organizzazioni pubbliche e private disponga di uno spazio effettivo di manovra molto
ridotto, si trovi in altri termini condizionato da troppi fattori per poter uscire da linee di
comportamento omologate.
(mc)
Luciano Gallino;
Einaudi;
Marzo 2011;
Pag. 336, euro 19
INVITO ALLA
Lettura
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