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02/04/2019

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di Valerio Imperatori

Torino, l'innovazione per essere i primi

Intervista all’assessore all’Innovazione e Smart City del Comune di Torino, Paola Pisano.

Paola Pisano

Si devono oltrepassare più varchi governati da citofoni per accedere agli uffici dell’assessore all’Innovazione e Smart City del Comune di Torino, Paola Pisano, classe 1977. Nel corridoio sul quale si affaccia il suo ufficio, campeggia un enorme cartellone raffigurante le architetture neoclassiche di Quetzaltenango, la seconda città del Guatemala gemellata con Torino, a partire dal 1997 su proposta del premio Nobel per la Pace, Rigoberta Menchu. Altri anni, altri tempi, nei quali non si parlava certo di innovazione digitale. Qualche minuto e finalmente ha inizio il nostro incontro con l’assessore, o forse assessora, Pisano che recentemente è stata insignita del riconoscimento “DigiWoman 2018”. Un volto giovane, un bel sorriso, un piercing all’estremità del sopracciglio destro e altri lungo l’elice o padiglione auricolare dell’orecchio sinistro. Ciò che colpisce durante tutta la nostra chiacchierata è il suo continuo ricorrere al “noi” forse perché modesta o forse per sottolineare con forza un senso di appartenenza alla nuova stagione politico-amministrativa del capoluogo piemontese. Ma fino a qualche mese fa si considerava una ricercatrice prestata alla politica e assicura che dopo questa esperienza non farà più l’assessore.

“Io ho lavorato in Università e adesso sono in aspettativa. Oltre ad insegnare e occuparmi di ricerca e innovazione, mi sono sempre occupata di rapporti con le aziende e delle innovazioni tecnologiche negli enti. Ho iniziato con attività di consulenza per le imprese poi, passando all’università, ho seguito molto da vicino i processi di ristrutturazione aziendali, creando un laboratorio dedicato all’innovazione all’interno dell’università di Torino. Così ho conosciuto il mondo delle imprese, quello della ricerca, ma mi mancava il terzo protagonista della vita di questo Paese: la Pubblica Amministrazione. Per questo quando mi è stato proposto questo nuovo incarico ho accettato senza alcuna remora, una sfida complessa ma affascinante. Quando si parla di innovazione sapendo che a godere dei benefici saranno poi i cittadini, sarà poi la tua città, diventa ancor più importante per me vivere questa avventura amministrativa”.

Come è stato il primo incontro con la Pubblica Amministrazione?
Ho vissuto nei primi giorni d’insediamento uno shock non indifferente. Il Comune è una macchina molto complessa, grande con una polverizzazione delle competenze, un’organizzazione verticale che spesso non aiuta la realizzazione di progetti. Per questo stiamo cercando di prefigurare una nuova struttura orizzontale. I nostri referenti oggi non sono solo i direttori, ma anche le p.o, le posizioni organizzative, che gestiscono i vari progetti. Abbiamo in questo modo molti referenti che gestiscono i vari programmi. Si tratta di un modo di operare un poco diverso. Tutti pensano che l’innovazione sia per lo più creatività, dimenticando la parte molto strutturata di execution. Noi abbiamo bisogno di sapere sempre chi è responsabile di cosa, abbiamo delle tempistiche di rilascio di ogni progetto, abbiamo dei rilasci definiti e cerchiamo di rispettare ogni scadenza settimanale prevista dei progetti di digitalizzazione, così pure per tutti i processi d’innovazione avviati nell’amministrazione.

Quale è stata la reazione al suo insediamento della struttura?
Per un certo periodo è serpeggiata tra le maestranze l’idea che non si sarebbe mosso nulla, che nulla sarebbe cambiato. Al nostro arrivo abbiamo da subito proceduto con alcune sostituzioni tecnologiche e così piano piano siamo riusciti a rimotivare la struttura. Io faccio molto ascolto dal basso, perché nel modello ci sono tante cose che devono essere fatte, ma tutto a partire dalla digitalizzazione, invertendo in tal modo il paradigma secondo il quale si partiva dalla semplificazione dei processi per poi passare al digitale. Per me il servizio deve invece partire dal digitale per poi creare il processo sottostante e in base a questo allocare le risorse ristrutturando così l’organizzazione. Mentre nasce in digitale rivediamo anche l’approccio analogico al servizio. Noi abbiamo dei cittadini che utilizzeranno il digitale e cittadini che continueranno a frequentare i nostri uffici. Anche le procedure tradizionali vanno semplificate, e rese, nei limiti del possibile, anche più divertenti. Poi abbiamo dei gruppi di ascolto con tutti i livelli di servizio: dagli operatori di sportello che periodicamente incontro e sulla base dei loro feedback rivediamo i processi, alle posizioni organizzative, ai responsabili della sala, ai dirigenti e ai direttori. Noi incontriamo tutti perché tutti devono essere coinvolti nella trasformazione, tutti devono sapere quali sono i nostri obiettivi. Importante la digitalizzazione e la politica sulla gestione dei dati allo scopo di creare delle strategie più strutturate, non a sentiment. L’ascolto è sempre importante. Ma poi la governance deve essere decisiva Monitoriamo tutto, a partire dalle performance dei nostri servizi, quanti cittadini li hanno utilizzati e il ritardo di consegna. Monitoraggio continuo. Quando sono arrivata qui un personaggio autorevole dell’amministrazione mi consigliava di guardarmi bene intorno e ogni tanto a campione vagliare nei dettagli una pratica in giacenza. Questo approccio casuale non è il mio, noi controlliamo tutto e andiamo a fondo di ogni cosa. In tal modo se si verifica un calo della performance di servizio, lo sappiamo immediatamente e interveniamo, migliorando il tiro. Io devo vedere subito il cambiamento, non attendere due anni. Il mio desiderio di conoscere i dettagli dei progetti in alcuni casi invade competenze che non sono “politiche”, e ogni tanto qualche frizione si crea. Il decisore politico dovrebbe solo indicare la strategia, per es. indicare l’obiettivo della digitalizzazione, poi la realizzazione spetta alla struttura, ai dirigenti, ai direttori. Io invece ho indicato non solo l’obiettivo strategico ma anche il percorso per realizzarlo, utilizzando le piattaforme nazionali di digitalizzazione che abilitano, cambiando tutti i computer, tutti i cellulari, adottando in ambiente comune google drive in modo che tutti i dipendenti avessero uno spazio di condivisione oltre alla mail funzionante. Abbiamo sostituito i computer, verificato i contratti di manutenzione e così ridotto le spese. Inoltre, noi lavoriamo con CSI Piemonte ma qualora la nostra inhouse si rivelasse meno competitiva di altri soggetti presenti sul mercato, noi ci rivolgiamo a quest’ultimi. Questa impostazione inevitabilmente ha messo una qualche pressione su CSI. Noi oggi siamo più attenti. Se CSI ci offre un servizio che sul mercato io posso trovare con una spesa inferiore di un terzo, io scelgo il mercato. Questa nuova politica ha fatto cadere un CdA, cambiare il direttore, creato le premesse per ristrutturare la macchina del CSI. Ritardi e inefficienze non sono più tollerabili.

Cosa vuol dire per lei pensare in modo digitale?
Io sono pigra, per me significa farmi sbattere nelle cose il meno possibile. Alla responsabilità del digitale, bisogna sempre mettere un pigro, perché ti trova la soluzione migliore per risparmiare tempo ed energie. Per me digitale significa semplificare la vita, con un clic al cittadino e uno all’operatore. Ogni qualvolta non abbiamo a disposizione quel click ci innervosiamo. Questo deve essere il digitale. Insomma il digitale non più essere considerato semplicemente uno sviluppo tecnologico, ma bisogna avere la consapevolezza che con il digitale saranno sovvertiti i processi oggi in essere nella PA. Per questo, come le dicevo, abbiamo invertito il paradigma. Mi lasci fare un’altra considerazione. Da più parti si sostiene che nella PA, per diverse ragioni, mancano le competenze. Potrà essere vero, ma se io avvio attività di formazione rivolta alle maestranze interne, beh alla fine la competenza la si crea. Certo io devo darti la tecnologia per acquisirla. Così è avvenuto in questi mesi. Oggi abbiamo competenze per lo Spid, per la carta d’identità elettronica, per PagoPA e così via.

In quanto tempo viene oggi rilasciata una carta d’identità elettronica?
I giorni sono tanti, anzi troppi. Ci vogliono almeno 60 giorni, il costo non è maggiorato, anche se alcune volte il cittadino non viene a ritirare la carta, occupandomi inutilmente uno slot. Per questo stiamo pensando di procedere al pagamento anticipato.

Ricerche, sondaggi, inchieste ci dicono che un terzo della popolazione italiana non ha molta familiarità con internet, figuriamoci con Spid, PagoPA ecc... Qual è il dato di Torino?
Io mi accorgo che non c’è un gap tra cittadini digitali e analogici, il vero gap è tra la PA e cittadino digitale. Comunque abbiamo punti d’informazione sul territorio sui nostri servizi e all’interno dei nostri uffici chiunque può trovare tutto il supporto per orientarsi anche tra i servizi digitali. Io so benissimo che ci saranno cittadini che non utilizzeranno mai il digitale, anche per questo e per essere inclusivi, avevamo un progetto per fornire a tutti uno smart phone. Ma vi abbiamo rinunciato dopo aver constatato che oltre il 90% della popolazione già lo possedeva. Questo mi ha fatto pensare che digital gap non sia così marcato. Credo ci sia una visione ancorata a 10 anni fa, oggi quella distanza in alcune città è stata praticamente annullata. Poi è bene sapere che funzioni digitali a partire dai social, sono ampiamente utilizzate. Certo pochi conoscono cosa c’è effettivamente dietro, ma alcuni servizi ormai sono diffusi tra la popolazione e risultano anche semplici. Lei ha mai visto uno smart phone con le istruzioni? Il conclamato gap è spesso un cavallo di battaglia che in realtà blocca i processi. Non mi occupo più di gap o non gap, abbiamo iniziato a fornire ai cittadini servizi semplici, efficienti e possibilmente gratuiti. Oggi l’anziano di 70 anni non è più l’anziano di vent’anni fa. Il primo cittadino che ha utilizzato i servizi del comune di Torino con il nuovo accesso attraverso carta d’identità elettronica ha 70 anni. Gli abbiamo fatto anche una foto che conserveremo. Recentemente è stato inaugurato Torino Facile.

Di cosa si tratta?
Il nuovo portale Torino Facile è una piattaforma ispirata dai siti delle banche, l’home banking. Questi siti sono per lo più molto semplici, con pochi click hai l’elenco dei servizi a cui puoi accedere, la tua situazione, i tuoi dati, le tue scadenze e noi ci siamo mossi nella stessa direzione. Un portale il nostro che ti da la situazione as is del cittadino e della propria famiglia, ti permette di capire a punto sei, se hai documenti che ti scadono, se hai tributi ancora da versare, e infine puoi richiedere servizi personalizzati. Questo è il nostro primo step. Ad oggi gli accessi registrati sono oltre 60mila ma vorremmo arrivare presto a 100mila. I cittadini accedono per richiedere certificati di stato civile, cambi di residenza, carte d’Identità. Adesso interverremo sui pagamenti con piattaforma PagoPA.

A che punto siete con l’attuazione del Piano Triennale?
Il nostro consorzio si è candidato a divenire polo strategico nazionale. Il cloud del consorzio è stato riconosciuto compliant ad altri cloud di aziende private e multinazionali. Contemporaneamente è in atto una ristrutturazione del CSI allo scopo di configurarlo come system integrator e non sviluppatore. Noi dal consorzio chiediamo di sviluppare tecnologie open e interoperabili, in grado di garantire un ottimo servizio finito al cittadino. Con la Regione Piemonte sul CSI abbiamo avuto qualche dissidio, in alcuni casi le intenzioni non collimavano. Ma noi a Torino abbiamo alcune idee di come debba funzionare il consorzio. Abbiamo bisogno anche in quel caso di sapere chi lavora su cosa, avere una gestione dei nostri servizi a basso costo, abbiamo bisogno che nel CSI si creino competenze specifiche e così via. Devo dire che ci stanno supportando molto. Noi lavoriamo molto con il Team Digitale e con Agid. Abbiamo con loro un confronto e una forte proposizione. Ci monitorano ma anche li monitoriamo. Così pure lavoriamo molto con il MIT per l’autorizzazione alle sperimentazioni in strada di auto autonome, con l’Enac per l’utilizzo dei droni. Insomma se vi sono aziende che vogliono lavorare e investire nel nostro territorio dobbiamo semplificare a loro ogni processo a partire da quello autorizzativo.

A proposito di trasparenza, quali sono le iniziative assunte dall’Amministrazione?
Stiamo lavorando su questo fronte, abbiamo dato ai cittadini la possibilità di commentare progetti e delibere in discussione. Abbiamo una piattaforma chiamata Decidi Torino, dove mettiamo a conoscenza dei cittadini progetti e ne raccogliamo feedback o progetti che i cittadini vogliono sottoporre all’Amministrazione. Non solo, se il progetto è stato sottoscritto da almeno 5mila cittadini, siamo tenuti a fare una valutazione tecnico-finanziaria e sulla base di questa decidere e informare i sottoscrittori. Per noi la trasparenza è assolutamente importante. La trasparenza è insita nei processi di digitalizzazione. Poi abbiamo un sito che si chiama AperTO, nel quale condividiamo tutti i dati open della città. Dati che stiamo trasferendo sulla piattaforma nazionale Data&Analytics Framework (DAF). Oggi stiamo lavorando per consentire il trasferimento dei dati a cittadini e imprese, ovviamente nel rispetto della normativa sulla privacy.

Cos’è per lei una smart city?
È semplicemente la città dell’innovazione. Non è un modello teorico, ma è la capacità di portare innovazione sul territorio, perché questo significa creare quelle infrastrutture necessarie allo sviluppo economico e sociale e diminuire la disoccupazione giovanile. Quando furono inventate le automobili queste avevano bisogno di strade per dimostrare il loro funzionamento. Per noi la smart city è la capacità di attrarre innovazione, di attrarre professionisti che hanno bisogno di verificare l’efficacia dell’innovazione stessa. L’onere della prova è purtroppo in capo agli innovatori. Certo il rischio è sempre presente, ma il compito di una buona amministrazione deve essere quello di creare un contesto che faciliti la sperimentazione, le connessioni tra attori e misuri l’impatto positivo dell’innovazione. Per questo la nostra città è a disposizione dei testing d’innovazione. Chiediamo alle aziende di verificare sul nostro territorio l’efficacia delle loro soluzioni nello stadio pre-commerciale, garantiamo tutto il supporto necessario, dai legami tecnologici ed economici con l’ecosistema torinese alla creazione di forme di partenariato pubblico/ privato. Ma soprattutto coinvolgiamo i cittadini nel processo di testing raccogliendo i loro feedback. Appurata la validità della soluzione e l’utilità di essa per la nostra comunità, il comune di Torino essendo partner di queste aziende, le supporta nella successiva fase di produzione, trovando venture capital, fondi di private equity a sostegno dell’innovazione, diffondendo le soluzioni a livello nazionale e internazionale. Insomma creiamo stream di innovazione che porteranno lavoro e competenze. Stiamo lavorando in alcuni settore come la mobilità autonoma, il 5G, robotica, machine learning, intelligenza artificiale.

Si inserisce in questo quadro l’accordo con Cisco?
È un progetto di smart city, con particolare riferimento alla sensoristica e gestione dati. L’accordo rientra nelle attività che la città ha promosso con l’avviso pubblico il Lab “IoT/IoD per la Smart City”, che è attivo all’interno dell’iniziativa “Torino City Lab”. Nel Lab Iot sono al lavoro diverse aziende e start up, che stanno sviluppando nuovi servizi digitali basati sull’Internet delle Cose e dei Dati in campi quali l’energia, l’ambiente, il monitoraggio idrogeologico, il controllo del traffico ecc. Cisco offrirà alcune delle sue tecnologie per la cyber security più innovative, con l’obiettivo di far nascere una piattaforma digitale per soluzioni IoT che integrino un alto livello di sicurezza. L’ambizione è di creare modelli che possano essere proposti anche in altre città, a livello nazionale e internazionale.

Come i vostri progetti digitali si riversano poi sui comuni dell’area metropolitana?
Il fatto che il sindaco Chiara Appendino della area metropolitana sia anche il primo cittadino di Torino, ci facilita molto nella possibilità di trasferire anche in altre realtà comunali i progetti sperimentati da noi. L’innovazione deve essere inclusiva, aperta. Replicare soluzioni digitali che garantiscano servizi ai cittadini anche agli altri comuni dell’area metropolitana è un po’ la missione di CSI Piemonte. Certo non possiamo chiedere ad altri comuni di condividere i rischi che noi ci sobbarchiamo: testing di auto a guida autonoma, droni, e altre sperimentazioni. L’obiettivo è però quello di determinare gli standard per poterli trasferire anche negli altri comuni, rendendo le procedure trasparenti, indicando gli step necessari per raggiungere risultati innovativi. Ma mi lasci dire un’ultima cosa…

Prego…
Tutto questo lavoro è guidato da una sorta di mantra: l’obiettivo per noi non è quello di essere i migliori ma i primi.

 

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