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13/04/2018

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Serena B. Ritondale
Serena B. Ritondale

Le tante domande che rimangono su Internet

Nel 2016 un documentario di Werner Herzog ripercorreva la storia della Rete e ci invitava a riflettere sulle questioni rimaste ancora aperte. Mentre in un film della Pixar di dieci anni fa...

In un momento come l’attuale dove lo scenario dell’evoluzione tecnologica abbraccia temi con una carica di cambiamento potenzialmente elevata nella relazione tra le persone e le tecnologie che circondano il nostro quotidiano, come per esempio l’intelligenza artificiale, forse il linguaggio cinematografico più di altri ci può aiutare a fare qualche interessante riflessione. Per questo motivo ospitiamo la nuova rubrica ‘Cinema e Tecnologia’ curata da Serena Ritondale che ci introdurrà a film, documentari, serie TV e altre tipologie di ‘pellicole’ che potranno essere di volta in volta delle novità, ma anche dei film già usciti da tempo; opere fatte per il grande pubblico oppure anche solo per specialisti, apparse nei grandi network mondiali o in piccoli circoli di periferia. L’idea è quella di condividere spunti interessanti che ognuno potrà apprezzare e se vorrà utilizzare come crede. (r.v.)

Una scena del film di Werner Herzog ‘Lo & Behold’ dove compare Leonard Kleinrock, ‘mittente’ del primo messaggio elettronico inviato attraverso Arpanet

Alle 22,30 del 29 Ottobre del 1969, in un bugigattolo della UCLA, il professor Leonard Kleinrock e il suo studente Charley Kline, inviando il primo messaggio Arpanet a Bill Duvall dello Stanford Research Institute, ponevano senza accorgersene le basi di una delle rivoluzioni tecnologiche, culturali e sociali più importanti del secolo: Internet. È proprio a partire dalla targa affissa nella stanza 3420 della Boelter Hall della UCLA che comincia Lo and Behold - Internet: Il Futuro è Oggi, documentario del 2016 diretto da Werner Herzog. Nell’analizzare le ripercussioni dello sviluppo della Rete sulla società, il regista tedesco intende carpirne l’essenza, intervistando chi ha contribuito alla sua espansione, chi l’ha sfruttata per scopi commerciali, chi ha provato piacere a scovarne i buchi, chi la controlla, chi ne è diventato dipendente e chi solamente la subisce. Si assoggettano alla telecamera di Herzog, che punta al lato umano dei suoi intervistatori, personaggi di spicco del settore tecnologico come l’hacker Kevin Mitnick, il filosofo e sociologo Ted Nelson, Bob Kahn, tra gli inventori dei protocolli TCP/IP, e Jonathan Zittrain, esperto di informatica giuridica, così come persone comuni che sperimentano le conseguenze di un mondo globalizzato, fino a chi è costretto a vivere nella comunità di Green Bank in West Virginia, poiché affetto da ipersensibilità elettromagnetica.

Le domande aperte su uno strumento indispensabile per la nostra vita
Arrivare ad un univoco significato della Rete sembra impossibile, così come imbrigliare Internet in un documentario di un’ora e quaranta minuti. Per questo il regista non può che limitarsi ad una carrellata di opinioni e scenari in contrapposizione tra loro, incasellati in dieci capitoli. Alla profondità delle varie tematiche, piuttosto semplificate, Herzog preferisce il numero, lasciando che siano gli spettatori, nel loro privato, a riflettere sulle numerose questioni sollevate, come:

- Internet avrà mai una sua coscienza?
- Qual è il suo futuro?
- Qual è il suo lato oscuro?
- Qual è il ruolo umano nel suo sviluppo?
- Ne perderemo il controllo?
- Ma soprattutto, cosa succederebbe se Internet implodesse? Le persone si ricorderebbero come vivevano prima del suo avvento o la civiltà collasserebbe?

Quest’ultimo interrogativo viene affrontato sia dal punto di vista generale della società sia da quello personale. Se la dipendenza del singolo da apparecchi tecnologici varia da un individuo all’altro, sebbene i trend siano in crescita, è innegabile l’importanza che le nuove tecnologie svolgono nella sussistenza del nostro sistema economico e le ripercussioni di queste sulle trasformazioni culturali e sociali che stanno cambiando il nostro approccio alla vita. A seguito dell’evoluzione della Rete e dell’apparato tecnologico non solo abbiamo collegato a Internet oggetti della nostra quotidianità per arricchirli ma, affinché funzionino bene, li stiamo pian piano rendendo imprescindibili da questa connessione. Internet nello specifico, ma l’apparato tecnologico in generale, è diventato qualcosa di più di una mezzo per comunicare e un modo per ricercare informazioni. Si è trasformato in uno strumento che coordina le strutture della vita sociale, lavorativa e culturale, non solo facilitandole, ma permettendole.

Il labile confine tra fruitori intelligenti e schiavi
Nel documentario le riprese del black out di grandi dimensioni avvenuto a New York a seguito dell’uragano Sandy dimostrano quanto, per funzionare, la nostra società sia dipendente da questo apparato. Spesso, ad immobilizzare un costruttivo dibattito pubblico sul nostro rapporto con la tecnologia, e a prevedere un eventuale piano di gestione in caso di prolungati black out e di tempeste solari, sono le due posizioni che polarizzano la questione. Queste vedono contrapporsi un’incessante demonizzazione della tecnologia a una sua cieca esaltazione; chi rivolge il suo sguardo a un idilliaco passato pre-tecnologico e invoca ‘Internet detox’ e chi guarda con ammirazione ogni sviluppo senza interrogarsi sulle sue conseguenze e sui suoi usi. La ruota, la lavorazione dei metalli, la stampa, e molte altre invezioni... Sin dai suoi albori, l’umanità è progredita attraverso lo sviluppo tecnologico, sebbene in un’accezione e con tempi diversi da quelli odierni. La nostra sopravvivenza è dipesa dal nostro adattamento all’ambiente, reso progressivamente più confortevole grazie alla costruzione di strumenti. Demonizzare di per sé lo sviluppo tecnologico, che è emanazione stessa della creatività e dell’intelligenza umana, del nostro essere problem solver e pensatori, sarebbe insensato. Ma qual è la linea di demarcazione tra lo sfruttare la tecnologica a nostro vantaggio e il diventarne schiavi?

Un’immagina tratta da wall-e

Controllo e autocontrollo

Uno dei numerosi possibili scenari di come questo confine venga superato, viene rappresentato in Wall-E, il film Pixar del 2008. Nella pellicola, gli esseri umani hanno abbandonato la terra poiché invasa dai rifiuti a seguito di un rapido consumo di massa voluto dalla corporazione Buy’N’Large, che aveva assunto il controllo dell’economia e della politica del pianeta. Le persone vivono in un’immensa astronave chiamata Axiom in cui ogni aspetto della loro vita è permesso dalla tecnologia. Si muovono su poltrone volanti (una versione evoluta della Toyota i-REAL?), comunicano tra di loro attraverso degli schermi che gli impediscono di guardare ciò che li circonda e hanno delegato qualunque attività ai robot, al comando della navicella. Il futuro distopico presentato nel film d’animazione, più che condannare la tecnologia in quanto tale, funge da ammonimento verso le conseguenze di un suo uso eccessivo, motivato solo dalla pigrizia. È un avvertimento diretto a un delegare continuo che, oltre ai compiti manuali, si spinge fino allo scaricare le proprie responsabilità, sospendendo analisi e giudizio critico. La questione che ci si pone di fronte è la più vecchia del mondo: il problema non è la tecnologia in se stessa, ma è il modo in cui decidiamo di impiegarla. E qui torniamo ad un’altra delle posizioni presentate nel documentario di Herzog: il tema dell’autocontrollo. In Lo & Behold la questione è collegata all’inesistenza di regolamentazione nella Rete, alla necessità di essere il filtro di se stessi in un mondo virtuale in cui non esistono filtri. Allora, ciò a cui bisogna puntare è un uso consapevole e ragionato della tecnologia affinché sia un mezzo in grado di migliorare la nostra vita e la nostra umanità, ma non a scapito di essa. Infatti, se è vero che la tecnologia può condurre ad una deumanizzazione, questo non può avvenire senza il nostro permesso.

 

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