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01/06/2016

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di Roberto Fiorini

Smart cities e smart offices, prossemica e villaggio globale

Le tecnologie ICT sono in grado di creare valore per tutti gli stakeholder del territorio. Il cambiamento in atto e la riconsiderazone dello spazio di lavoro.

Il tasso di crescita della popolazione mondiale ha raggiunto l’ apice, ciononostante dagli attuali 7,3 miliardi di cittadini del mondo, erano 1,6 all’inizio del 1900, raggiungeremo quota 8,5 miliardi entro il 2030, 9,7 miliardi nel 2050 e 11,2 miliardi nel 2100. (Rapporto Onu World Population Prospects: The 2015 Revision). Nelle città è concentrata circa metà della popolazione mondiale creando così una tremenda pressione su ogni aspetto della vita urbana e un’inevitabile tensione verso progetti di gestione più efficiente. Attualmente, molti dei progetti di innovazione sociale vengono infatti realizzati nelle cosiddette Smart City dove una forte componente tecnologica è legata allo sviluppo e all'implementazione delle tecnologie ICT in grado di far diventare le città sempre più "Smart", creando valore per tutti gli stakeholder del territorio. Negli Stati Uniti sono numerosissimi i progetti di ricerca sulle Smart City lanciati da imprese pubbliche e private, pronte a investire in tecnologie dell'informazione e della comunicazione per trovare soluzioni sostenibili ai problemi crescenti legati al sovraffollamento delle grandi città. 
Lo sviluppo dell'Internet delle cose (IoT – Internet of Things) ha certamente contribuito a focalizzare l’attenzione degli amministratori pubblici verso soluzioni applicative a medio termine per una gestione efficiente ed efficace delle risorse nelle città. Tutti gli oggetti personali, come i telefoni cellulari, orologi da polso, occhiali, computer portatili, bibite, prodotti alimentari e articoli per la casa, televisori, videocamere, forni a microonde e lavatrici potrebbero essere a breve dotati di sensori che raccolgono e scambiano informazioni. Anche beni strumentali o infrastrutture pubbliche, come: ponti, strade e parchi possono essere dotati di sensori i cui dati possono essere utilizzati in modo socialmente utile. Ad esempio, un consiglio comunale potrebbe utilizzare cassonetti intelligenti per sviluppare strategie di raccolta rifiuti ottimizzate che permettono di risparmiare sui costi del carburante dei mezzi di raccolta. Le aziende di riciclaggio potrebbero monitorare la quantità di rifiuti che entrano nelle loro stazioni di raccolta e ottimizzare i processi interni di gestione degli stessi. Inoltre, le autorità sanitarie e di sicurezza sarebbero in grado di supervisionare il processo di gestione dei rifiuti risparmiando sui costi per le ispezioni di monitoraggio on site. Il fenomeno di “scambio dati dei sensori”, potrebbe inoltre creare un effetto sinergico di sistema garantendo la sostenibilità a lungo termine delle infrastrutture stesse. 
L’IoT che consente l’accesso illimitato alla nuova “realtà digitale integrata”, sarà presto qualcosa che travalica ogni rapporto di equivalenza con altri “gadget” del mondo fisico premoderno. Gli strumenti tecnologici del prossimo futuro saranno elementi stratificati a più livelli che consentiranno alla realtà di tenersi unita per loro tramite, legandola agli oggetti dimensionali che la definiscono. Una sorta di simbiosi perenne multi-informativa, liquida, in mobilità tecnologica dove l’agente unificante principale appare essere l’informazione stessa e le sue qualità intrinseche e dove noi umani, molto spesso, appariamo essere dei semplici facilitatori quando non dei comprimari. È dunque questo il destino che ci attende? Prepariamoci a governarlo con intelligenza e a trasformarlo in una grande opportunità. 

Il passaggio dallo stato solido a quello liquido della modernità
Nel cosiddetto villaggio globale post moderno, ossia la nostra liquida realtà sociale, gli ambienti in cui viviamo e operiamo sono di fatto divenute roccaforti individuali, che comunicano a livello globale attraverso la tecnologia digitale amplificando l’isolamento umano in entrambe le sfere del sociale: quella privata e quella lavorativa. Nella nuova prossemica urbana, chi può farlo, sceglie infatti di recintarsi isolandosi all’interno di oasi blindate; fuori dal contesto sociale locale minaccioso e insicuro, optando per il protetto, asettico e non invasivo cybermondo sopraterritoriale globale. Il sociologo e filosofo polacco Zygmunt Bauman descrive la comunicazione che avviene tra le due macro categorie in cui sinteticamente divide gli abitanti della città post moderna: gli abitanti della “galleria” che vivono la comunicazione globale in una sorta di “delocalizzazione esistenziale” e abitano il luogo senza farne parte territorialmente; e gli abitanti della “platea” che, caratterizzati da reti locali segmentate dove l’identità fisica è una risorsa preziosa, vivono invece un’identificazione territoriale precisa. Ciò che emerge, è che i primi non abitano realmente il territorio in cui vivono, perché la loro dimensione lavorativa e relazionale è prevalentemente globale. La loro identità è virtuale e rimane protetta all’interno di reti aziendali e social network professionali; di conseguenza non si preoccupano più di tanto di tutelare né il quartiere in cui vivono né, tantomeno, gli interessi della città o del microterritorio fisico in cui risiedono. I secondi invece, vivendo il mondo globale solo indirettamente, sono più naturalmente portati a battersi per gli affari locali (città, quartiere, condominio ecc.) essendo questo il terreno di gioco della loro battaglia quotidiana per la sopravvivenza. 
La solitudine individualista così come si manifesta, esprime socialmente l’abbandono dell’approccio progettuale moderno di tipo utopistico, per un ritorno a quello utilitaristico premoderno: a breve termine, decadente e regressivo. Nell’ambito urbano le ricerche sociali invitano quindi a combattere tutto questo favorendo soluzioni architettoniche e urbanistiche mixofile, di spazi aperti comuni invitanti alla frequentazione da parte di tutte le categorie sociali. Così come la pianificazione di eventi cittadini nei luoghi storici deputati alla collettività (piazze, stadi, parchi e centri sociali), in una “fusione cognitiva di orizzonti” atta a favorire comprensione e condivisione delle diverse esperienze di vita. 
Non dimentichiamo che la più alta qualità di produzione intellettuale è generata dalla frequentazione frontale in luoghi non necessariamente deputati alla produttività, anzi il più delle volte i migliori risultati scaturiscono da incontri in ambienti di tipo conviviale (ristoranti, caffetterie ecc.). Luoghi insomma liberi dagli impedimenti formali di ruolo e caratterizzati da una maggiore attenzione all’accoglienza, al comfort e alla convivialità dei frequentatori.

L’efficacia degli spazi di lavoro collettivi
Nel mondo del lavoro d’ufficio le ultime ricerche portano nella stessa direzione di quanto avvenuto per la città: cercare di abbattere l’isolamento individualizzante in favore di spazi comuni dove le idee possano circolare e scambiarsi in modo anche del tutto casuale. 
Il nuovo campus di Google è stato progettato per questo scopo: favorire gli incontri casuali e informali tra gli operatori. Facebook sta lavorando per costruire un unico ambiente (una stanza lunga un miglio!) dove far convivere diverse migliaia di collaboratori come in un’enorme arteria urbana. Yahoo ha da poco rivisto la sua policy sul lavoro a distanza perché ritiene che alcune delle migliori intuizioni dei suoi team siano emerse dalle discussioni di corridoio e in caffetteria. Samsung stessa ha recentemente rivelato che nella nuova sede statunitense saranno realizzate vaste aree pubbliche “cuscinetto” tra i piani, destinate alle attività d’incontro e socializzazione con il preciso intento di stimolare non solo la collaborazione, ma anche l'innovazione generata dall’interazione interpersonale casuale.
La società di telecomunicazioni norvegese Telenor anticipando i tempi, già dal 2003 considerava la sua sede come un grande opificio di intra-comunicazione. In essa molteplici spazi destinati a generare incontri estemporanei hanno dimostrato che più volte le persone si incontra, più si generano risultati positivi in termini di efficienza generale d’impresa. 
Perché ciò accade? Quali sono i motivi che spingono le persone a produrre meglio in condizioni fino a poco tempo fa considerabili “distraenti” dai più ortodossi sostenitori degli spazi compartimentati e rigorosamente sorvegliati dai capiufficio? 
Vale la pena di introdurre il significato di “gruppo di lavoro” nell’ambito della psicologia sociale. A tal proposito utilizzeremo la definizione di Kurt Lewin (1890-1947): “un gruppo è un insieme dinamico, costituito da individui che si percepiscono vicendevolmente come più o meno interdipendenti per qualche aspetto”. L’idea di “gruppo” si materializza dunque quando gli individui acquisiscono la consapevolezza che il loro destino, professionale e personale, è collegato ad altri individui appartenenti a un raggruppamento o a un’organizzazione di cui fanno parte. È dunque proprio il concetto di ‘interdipendenza del destino’ la chiave per capire l’insorgergenza di questi fenomeni. Questo unito al ‘clima’ aziendale in grado di generare legami o competizione, dove un legame può definirsi positivo quando favorisce l’instaurarsi di sentimenti di cooperazione tra i membri, oppure negativo quando vede prevalere la competizione, che, generando insicurezza negli individui, induce al personalismo e al peggioramento delle performance complessive.
Già negli anni ’60 l’antropologo Edward Twitchell Hall sosteneva che la sensazione di uno spazio in ufficio, ossia la sua percezione, è determinata dai gradi di libertà e dalla quantità di movimenti che esso consente nelle pause di relax tra un compito e l’altro.

Il cambiamento in atto e la riconsiderazone dello spazio di lavoro – inteso non solo come rapporto tra costo ed efficienza ergometrica, ma anche dimensionato in modo da dare il giusto respiro agli aspetti cognitivi dell’abitare – inizia finalmente far breccia nei sistemi di valutazione degli ambienti delle grandi mutinazionali. Specialmente quando questi, come gli esempi e le tendenze sembrano confermare, sono in grado di migliorare le performance economiche riconoscendo il valore spaziale di un ufficio non solo come bene ammortizzabile, ma come strumento strategico per la crescita dell’impresa. Ciò che noi ergonomi dell’ufficio teorizziamo e sosteniamo da anni, sta diventando dunque un concreto parametro di valutazione da parte dei decision makers delle grandi multinazionali. Ossia che l'individuo che opera in ufficio è sottoposto a stress psicofisici causati dalla naturale evoluzione del lavoro che svolge e dalle condizioni ambientali in cui tale lavoro viene vissuto. Condizioni, queste ultime, in grado di influenzare fortemente gli aspetti psicofisici, esattamente come un'equazione matematica: l'esistenza dell'uomo nell'ambiente è dovuta alla risultante tra spazio di cui necessita psichicamente e spazio di cui dispone in realtà. Tanto più la risultante dista dal suo quoziente di necessità, tanto più l'essere umano perde equilibrio, misura delle cose, integralità. In parole povere, diventa incompatibile con l'ambiente.

 

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