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05/12/2018

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di Michele Ciceri

Un robot per collega? Un'idea che non dispiace

I dati del primo rapporto Aidp-Lablaw elaborato da Doxa su robot, IA e lavoro in Italia, e presentati da Siri e Ucimu. Nelle fabbriche si fa strada la convinzione che le macchine miglioreranno le condizioni di lavoro delle persone, senza sostituirle.

Intelligenza Artificiale

L’ingegner Domenico Appendino (nella foto sotto), presidente dell’Associazione italiana di robotica industriale (Siri), ha di recente presentato i dati statistici disponibili del mercato mondiale di settore. Ben 381.000 nuovi robot industriali sono stati installati nel corso del 2017, +30% rispetto al 2016. La Cina è saldamente il primo mercato con il 36% di quota, seguita da Giappone (12%) e Corea del Sud (10%). La crescita mondiale prevista per il 2018 è del 10% (421.000 unità) e si immagina un ulteriore incremento medio annuo del 14% fino al 2021 (630.000 unità). L’Italia si è ben comportata con 7.700 robot installati nel 2017 (+19% sul 2016, indice più che doppio rispetto alla Germania e triplo rispetto agli USA) e con una crescita per il 2018 prevista addirittura superiore.

Domenico AppendinoRobot e lavoro in Italia
Punto nodale del percorso di riflessioni organizzato da Siri con il patrocinio di Fondazione Ucimu (associazione italiana dei costruttori di macchine utensili e robot) non riguarda però il mercato dell’automazione, quanto piuttosto il rapporto tra robot e lavoro. Su questa traccia, nel 2017, Ucimu aveva ospitato un primo evento Siri dedicato al tema della robotica non come killer di posti di lavoro ma come volano dell’occupazione e della competitività. Nel secondo incontro, a inizio novembre, si è parlato invece del contributo della robotica, e dell’automazione in generale, al miglioramento delle condizioni lavorative dell’uomo nell’industria di oggi e di domani. In questa occasione è stato anche presentato il primo rapporto su ‘Robot, intelligenza artificiale e lavoro in Italia’ ufficializzato il 23 ottobre al Cnel - promosso dall’ Associazione italiana per la direzione del personale in collaborazione con lo studio legale Lablaw e realizzato da Doxa - che invita a un ribaltamento di prospettiva e può contribuire al superamento di alcuni pregiudizi. Solo il 16% dei lavoratori, evidenzia il rapporto, si dichiara contrario all’utilizzo dei robot, quota che scende sotto il 10% tra i dipendenti di aziende già robotizzate.

Illustrando i contenuti dell’indagine, Massimo Sumberesi di Doxa ha riferito che circa il 30% delle aziende attive in Italia utilizzano sistemi, soluzioni e processi basati sull’impiego dei robot. Di queste, quasi un terzo ha aumentato il numero di dipendenti, mentre appena il 5% dichiara di aver ridotto in modo significativo il proprio personale. L’introduzione dei robot ha determinato una sensibile riduzione dei carichi di lavoro per 3 aziende su 4 e oltre il 70% dei lavoratori dichiara di aver notato un miglioramento delle condizioni di sicurezza nel lavoro. Lo stress va gestito, eliminarlo è impossibile Sulle tematiche mediche relative al binomio robot e lavoro, la professoressa Daniela Lucini, direttore della scuola di specializzazione in medicina dello sport dell’Università degli Studi di Milano, ha posto l’accento sul fattore stress lavorativo, derivante dalle nuove modalità organizzative che si stanno affermando nelle fabbriche moderne. Lo stress rappresenta un nuovo fattore da considerare al fine di salvaguardare la salute di tutti gli attori del mondo del lavoro. Robotica e in generale tecnologia possono avere una relazione con il complesso mondo dello stress? La risposta è certamente sì. Ma in quale modo? Sono molte le evidenze di come la robotizzazione del lavoro possa rappresentare uno strumento per la riduzione di alcuni fattori stressanti, come per esempio mansioni ripetitive, pericolose o svolte in ambienti ostici. Essenziale è però sottolineare che non è sempre possibile eliminare le condizioni stressanti lavorative, essendo queste spesso parte integrante e motore del sistema economico. L’obiettivo diventa quindi il management degli effetti dello stress soprattutto a livello individuale e, quando possibile, aziendale. L’attenzione si sposta dalle cause agli effetti, dal cercare di eliminare la fonte di stress al fornire strumenti per migliorare le risorse individuali ed aziendali, ottimizzando il sistema globale. Considerare il problema dello stress sul lavoro può voler dire una maggiore efficienza e un deciso miglioramento delle condizioni di salute e sicurezza sul lavoro, con conseguenti benefici economici e sociali per le aziende, i lavoratori e la società nel suo insieme, in un processo di miglioramento continuo della qualità.

Oggi si parla di ‘operaio aumentato’
Lino Codara, docente di sociologia dell’organizzazione all’Università di Brescia, ha focalizzato il rapporto esistente tra automazione industriale 4.0 e qualità del lavoro, considerata la connessione stretta, anche se non univoca, tra quest’ultimo concetto e quello di benessere. Le moderne tecnologie, rendendo disponibili ai lavoratori maggiori informazioni e offrendo loro strumenti di comunicazione rapida, favoriscono il ridisegno delle mansioni, il ridimensionamento delle gerarchie di basso livello (perché si instaurano forme di comunicazione diretta tra gli operai e le funzioni aziendali, saltando i capi intermedi) e forme di coordinamento di tipo orizzontale. Oggi si parla, a tal proposito, di un ‘operaio aumentato’, cioè un operaio creativo, coinvolto, responsabile, in grado di gestire dati, di affrontare il problem solving e di collaborare direttamente con i responsabili delle funzioni di staff (logistica, manutenzione, ecc.), cioè in sintesi, capace di svolgere un lavoro intelligente. Gli studi e le ricerche sul campo ci dicono che in queste realtà i lavoratori mostrano anche livelli più alti di soddisfazione. Ancor più dell’arricchimento delle mansioni e della polivalenza, infatti, ciò che pare interessare per i lavoratori è essere coinvolti nelle decisioni che riguardano il proprio lavoro.

Meno infortuni sul lavoro
Rossana Astengo, sovraintendente sanitario INAIL Lombardia, ha aperto invece lo scenario sul contributo della robotica a supporto dei lavoratori che, a causa di un infortunio sul lavoro, hanno subito mutilazioni e menomazioni tali che, sino a poco tempo fa, gli avrebbero precluso il rientro all’impiego. La robotica è entrata a pieno titolo non solo nel mondo del lavoro ma oramai anche nel mondo di coloro che, a causa di un infortunio sul lavoro, hanno subito mutilazioni e menomazioni di questo tipo. Dal 2019 sarà disponibile una mano protesica di derivazione robotica androide con funzionalità e sensibilità tale da permettere a chi la indosserà di eseguire movimenti e attività assai simili all’arto fisiologico. Tale prodotto nasce dalla collaborazione tra il Centro Protesi INAIL di Budrio e l’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova ed è stata chiamata Hannes, in omaggio al professor Johannes Schmidl, a cui si deve l’avvio dell’attività di ricerca sulle protesi nel CP INAIL di Budrio già dal 1965. Si tratta di un dispositivo leggero, inossidabile, versatile e flessibile, gradevole esteticamente, con una buona autonomia di carica e soprattutto, grazie a un software realizzato da Rehab Technologies Lab, un elevato livello di personalizzazione. È questo il primo di una serie di progetti di ricerca che si intendono sviluppare e realizzare tra cui una protesi robotica di arto inferiore, un esoscheletro per gli arti inferiori e un robot per la riabilitazione degli arti superiori.

Il partito no-robot all’11 per cento
Il 61% delle aziende italiane è pronto a introdurre sistemi di intelligenza artificiale e robot nelle proprie organizzazioni. Solo l’11% si dichiara totalmente contrario. Tra le ragioni principali che spingono le aziende a introdurre tali sistemi c’è la convinzione che il loro utilizzo renda il lavoro delle persone meno faticoso e più sicuro (93%), faccia aumentare l’efficienza e la produttività (90%) e abbia portato a scoperte e risultati un tempo impensabili (85%). Le aziende e i manager sono convinti a stragrande maggioranza (89%) che i robot e l’intelligenza artificiale (AI) non potranno mai sostituire del tutto il lavoro delle persone e che avranno un impatto positivo sul mondo del lavoro e delle aziende. Di più: l’AI permetterà di creare ruoli, funzioni e posizioni lavorative che prima non c’erano (77%); stimolerà lo sviluppo di nuove competenze e professionalità (77%); consentirà alle persone di lavorare meno e meglio (76%). L’altra faccia della medaglia è che avrà un impatto molto forte sui lavori a più basso contenuto professionale favorendo la sostituzione dei lavori manuali con attività di concetto (per l’81% del campione). I manager e gli imprenditori ritengono, infatti, che al di là dei benefici in termini organizzativi, l’introduzione di queste tecnologie potrà avere effetti negativi sull’occupazione e l’esclusione dal mercato del lavoro di chi è meno scolarizzato e qualificato. In quest’ottica va letto il dato negativo sulle conseguenze in termini di perdita di posti di lavoro indicato dal 75% degli intervistati.

Un robot per collega
Un dato di grande interesse riguarda le modalità con cui i sistemi di intelligenza artificiale e robot si sono integrati nella vita aziendale. Per il 56% delle aziende l’impiego di queste tecnologie è stato a supporto delle persone, a riprova che queste sono da considerarsi principalmente una estensione delle attività umane e non una loro sostituzione. Per il 33%, inoltre, tali sistemi sono stati impiegati per svolgere attività nuove mai realizzate in precedenza. Per il 42% delle aziende, invece, l’IA e i robot hanno sostituito mansioni prima svolte dai dipendenti. Questi dati confermano la rivoluzione in atto nelle organizzazioni del lavoro e nelle attività di guida di tali processi che i direttori del personale saranno chiamati a svolgere ed è questa una delle ragioni principali che ha spinto l’Aidp a investire nella realizzazione annuale di un rapporto che fornisca dati e informazioni utili a capire meglio il futuro del lavoro nell’era dei robot e dell’intelligenza artificiale. In generale l’intelligenza artificiale e i robot migliorano molti aspetti del lavoro dipendente perché favoriscono una maggiore flessibilità dell’orario di lavoro in entrata e in uscita (38%); la riorganizzazione degli spazi di lavoro/ uffici (35%); la promozione di servizi di benessere e welfare per i lavoratori (31%); il lavoro a distanza e lo smart working (26%); e, addirittura, la riduzione dell’orario di lavoro (22%).

Favorevoli vs contrari
Il Rapporto Aidp-Lablaw realizzato da Doxa, ha messo a confronto l’opinione delle aziende che hanno già introdotto sistemi di robot e intelligenza artificiale con quelle che non lo hanno ancora fatto. Le differenza principali che emergono riguardano l’atteggiamento della classe dirigente verso le nuove tecnologie: molto positivo da parte delle aziende robotizzate (75%), meno positivo da parte di quelle non robotizzate (47%). In generale, le aziende che non hanno introdotto sistemi di robot e IA tendono a ‘sovrastimare’ le conseguenze negative che l’esperienza sul campo delle aziende robotizzate smentisce con i fatti. C’è quindi un tema di percezione delle criticità legate all’introduzione di queste tecnologie eccessivamente elevata rispetto alle reali conseguenze. “I risultati della ricerca fanno capire che la digitalizzazione non è mai solo una questione tecnologica ma strategica - ha sottolineato Isabella Covili Faggioli, presidente Aidp. Nulla succede se le persone non lo fanno accadere. Sono le persone a fare la differenza, sempre e comunque, ottimizzando le innovazioni e dando loro il ruolo che hanno, un ruolo di supporto e di miglioramento della qualità della vita di ognuno di noi. Sono tre secoli che il rapporto uomo-macchina è complicato perché basato sulla paura. Paura che le macchine, in questo caso i robot, possano sostituire le persone. Mentre si è poi sempre verificato il contrario, ovvero un miglioramento della qualità della vita dei singoli e, ancora, la creazione di nuove professionalità”. Francesco Rotondi, giuslavorista e co-founder di LabLaw, ha aggiunto che: “Dai risultati della ricerca Aidp-Lablaw emerge chiaramente un tema di nuove relazioni industriali, di nuovi rapporti tra imprese e lavoratori. Ci troviamo di fronte alla possibilità di una integrazione tra processi fisici e tecnologia digitale mai vista in precedenza. Il processo in atto lascia presagire la nascita di un modello nel quale l’impresa tenderà a perdere la propria connotazione spazio-temporale, in favore di un sistema di relazioni fatto di continue interconnessioni tra soggetti (fornitori, dipendenti, clienti), chiamati ad agire in un ambito territoriale che superi la dimensione aziendale e prescinda dal rispetto di un orario di lavoro precostituito”.

 

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