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10/01/2019

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di Michele Ciceri

Risparmio energetico e brand reputation

Oltre all’efficienza e alle rinnovabili che sono necessarie per salvare il pianeta, le aziende vedono vantaggi in termini di immagine nella gestione razionale dell’energia.


La trasformazione digitale e la diffusione delle tecnologie IoT, unite alla generazione distribuita di energia rinnovabile, rendono possibile un approccio tecnologico e pulito all’energy management. Si apre dunque una fase decisamente nuova della gestione razionale dell’energia, che le aziende hanno la necessità di conoscere in tutti i suoi aspetti: monitoraggio e misura dei consumi, diagnosi e gestione a valore dei dati di consumo, sistemi di autoproduzione e di energy storage, power quality. Senza tralasciare uno sguardo alle opportunità di finanziamento degli investimenti in efficienza energetica e alle azioni sul ‘fattore umano’ per ridurre i consumi. Efficienza e risparmio energetico sono nella lista delle priorità aziendali per motivi soprattutto economici, ma non solo. Oggi infatti gli imprenditori si sono resi conto che una buona gestione del tema energia, dall’approvvigionamento al consumo, porta vantaggi a tutti i livelli dell’organizzazione e non ultimo all’immagine aziendale se la ricerca dell’efficienza, la riduzione dei consumi e un minore inquinamento vengono declinati in chiave di sostenibilità. Secondo un’indagine condotta nel 2018 dalla Società Italiana Comunicazione, per un’impresa su due (il 55,6% del 2018 contro il 54,3% dello scorso anno) la sostenibilità rappresenta un’occasione per migliorare i processi e renderli più efficienti. Non solo: appena il 6,1% degli intervistati la considera un costo, mentre per il 35,4% delle imprese rappresenta ‘il modo di fare impresa da qui in avanti’ (con una crescita del 5,8% rispetto allo scorso anno). Dunque la sostenibilità è sempre più considerata centrale e strategica da parte delle imprese, non soltanto in termini valoriali, ma anche di business. 
Oggi a definirsi sostenibile è il 78% delle imprese – che poi lo siano effettivamente è un altro discorso – e anche le realtà che nella ricerca SIC si sono auto descritte ‘poco’ o ‘per nulla’ sostenibili hanno dichiarato la propria volontà di lavorare su questo fronte. Certamente l’indagine di cui stiamo parlando – condotta su un totale di 684 aziende italiane con più di 10 addetti dell’industria, del commercio all’ingrosso e dei servizi alle imprese – analizza il concetto di sostenibilità nelle sue diverse dimensioni, sociale, ambientale ed economica, ma la voce ambiente è particolarmente rilevante. In effetti l’impatto ambientale è un tema di cui l’88% delle imprese intervistate dichiara di tener conto in progetti, prodotti e processi.

Energia e sostenibilità ambientale
Lo Special Report presentato dall’Ipcc (il panel degli scienziati di tutto il mondo indicati dai governi per affrontare i cambiamenti climatici attivato dalle Nazioni Unite) su come contenere l’aumento globale della temperatura media mondiale entro 1,5°C, certifica che abbiamo ancora pochi anni a disposizione per mitigare la crisi climatica globale e per prevenire esiti drammatici attuando, senza ulteriori pericolosi ritardi, l’accordo di Parigi per il clima. Dal punto di vista dell’Italia, particolarmente esposta alle conseguenze dei cambiamenti climatici e con un interesse strategico alla riduzione della dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili, il rispetto degli impegni di Parigi passa inevitabilmente dal varo di un efficace piano nazionale per l’energia e il clima di medio e lungo termine. Un piano i cui obiettivi sono scritti anche nel documento presentato dal Consiglio Generale della Green Economy – l’insieme delle associazioni e dei consorzi italiani impegnati nella promozione delle politiche green – durante Ecomondo a Rimini: ridurre le emissioni di gas serra del 50% entro il 2030 e di oltre l’80% al 2050 rispetto a quelle del 1990. Dando nuovo slancio al processo di decarbonizzazione, rallentato negli ultimi anni. Il che presuppone un raddoppio del contributo delle fonti energetiche rinnovabili entro il 2030 – arrivando almeno al 35% di copertura del fabbisogno energetico – e una riduzione dei consumi di energia del 35% al 2030 rispetto al loro andamento tendenziale. L’attuazione di questa strategia richiede interventi efficaci, in grado di promuovere e indirizzare l’innovazione e di sostenerla con adeguati investimenti sia per l’efficienza energetica sia per promuovere un’adeguata crescita delle fonti rinnovabili, rivedendo e potenziando gli strumenti esistenti (compresi quelli per l’autoproduzione e l’autoconsumo in forme consortili) e introducendone di nuovi, semplificando le procedure amministrative, sostenendo gli investimenti delle imprese, delle amministrazioni pubbliche e dei cittadini e favorendo lo sviluppo delle filiere nazionali.

Risparmio ed efficienza energetica
La Fondazione per lo sviluppo sostenibile presieduta da Edo Ronchi ha analizzato anche da un punto di vista storico la correlazione tra il fattore economico e l’efficienza energetica. I risultati sono scritti nella relazione sullo stato della green economy 2018. Fino ai primi anni del nuovo millennio consumi energetici e prodotto interno lordo sono cresciuti in modo molto simile, mostrando una forte correlazione. A testimonianza di questo, l’intensità energetica del Pil (uno dei più diffusi indicatori di efficienza delle economie nazionali, che misura il consumo di energia per ogni unità di ricchezza prodotta) è rimasta abbastanza costante, attorno ai 120 tep per milione di euro. A partire dal 2005, quindi pochi anni prima della crisi economica, i consumi di energia hanno iniziato a disaccoppiarsi dalla crescita del Pil e, dopo la crisi, sono diminuiti più velocemente di quest’ultimo. Ciò ha consentito di conseguire alcuni miglioramenti in termini di intensità energetica, scesa dai circa 120 ai 108 tep/ milioni di euro del 2014, lanciando segnali incoraggianti sul fronte dell’efficacia delle politiche per l’efficienza messe in campo a scala nazionale.
Nell’ultimo triennio, tuttavia, proprio in concomitanza di una ripresa economica e di una nuova fase di crescita, peraltro modesta, del Pil, i consumi di energia sono tornati a crescere, da 166 a oltre 170 Mtep tra 2014 e 2017, e l’intensità sembra aver rallentato la sua corsa al ribasso: i dati provvisori del Mise per il 2017 indicano 106,7 tep/M€, lo stesso valore registrato nel 2016. Il primo semestre del 2018, che ha fatto rilevare una crescita del Pil inferiore a quella dello stesso periodo dell’anno precedente, potrebbe confermare questa tendenza, con un leggero calo dei consumi di gas naturale e carbone che potrebbe essere compensato dall’aumento, modesto, della domanda elettrica e dei prodotti petroliferi.
Questa nuova fase di crescita ha coinciso anche con alcuni cambiamenti nei trend che hanno caratterizzato il mix energetico nazionale in epoca recente. In particolare dal 2014 ha cominciato a ridursi il contributo delle fonti rinnovabili, che invece proprio a partire dagli anni a cavallo della crisi economica avevano cominciato a crescere velocemente, insieme a quello del carbone e dell’import, ed è cresciuto il consumo di gas naturale, passato dai 50,7 Mtep del 2014 a ben 61,5 Mtep nel 2017 (i prodotti petroliferi sono rimasti praticamente costanti). Anche se tradizionalmente l’Italia presenta valori di intensità energetica migliori della maggioranza degli altri Paesi europei, questo fatto non è direttamente riconducibile all’efficacia delle politiche messe in campo negli ultimi anni. Intanto i consumi energetici per unità di Pil sono influenzati da molteplici variabili che non dipendono da incentivi o altri strumenti di sostegno all’efficienza, in primo luogo la condizione climatica e la struttura produttiva.
Utilizzando i dati del progetto europeo Odyssee-Mure, che ha ricalcolato le intensità energetiche ‘aggiustate’ per tener conto sia dei fattori climatici sia di quelli legati alla struttura produttiva (e quindi non confrontabili con i valori di intensità energetica presentati in precedenza, calcolati sulla base del bilancio energetico nazionale), emerge che tra le grandi economie europee l’Italia fa meglio solo della Francia, ma meno bene di Germania Germania, Spagna e Regno Unito nonché della stessa media europea. Questo risultato dipende, almeno in parte, anche dagli scarsi progressi conseguiti proprio negli ultimi anni. Eppure negli ultimi anni l’Italia ha messo in campo una serie di importanti meccanismi di supporto all’efficienza energetica, che vanno dai titoli di efficienza energetica, principalmente per il comparto industriale, alle detrazioni fiscali e al conto energia, più indirizzati alle abitazioni e al settore pubblico, nonché una serie di standard, come quelli sui consumi degli elettrodomestici. Peraltro proprio a partire dal 2017 sono state introdotte novità significative che dovrebbero aumentare l’efficacia di questi strumenti, con nuovi target e criteri per i titoli di efficienza energetica, una rimodulazione delle detrazioni fiscali, progressi verso una effettiva attuazione del Fondo nazionale per l’efficienza energetica. Questo anche in risposta all’obiettivo indicato nella Strategia energetica nazionale di ridurre in valore assoluto i consumi finali al 2030 di circa 10 Mtep rispetto allo scenario tendenziale. Secondo le stime dell’Enea, le misure implementate in Italia tra il 2005 e il 2017 avrebbero portato a un risparmio energetico nell’ultimo anno di oltre 13 Mtep, con un beneficio economico in termini di mancate importazioni di 3,5 miliardi di euro e quasi 35 milioni di tonnellate di CO2 evitate.

Le fonti rinnovabili
In Italia le fonti rinnovabili nel corso degli anni sono cresciute notevolmente, facendo del nostro Paese un player di assoluto rilievo a livello europeo. Secondo gli ultimi dati aggiornati da Eurostat al 2016, l’Italia è il terzo Stato membro (dopo Germania e Francia) per consumi finali da fonti rinnovabili e rappresenta da solo l’11% di tutte le rinnovabili in Europa. In Italia le rinnovabili hanno soddisfatto il 17,4% del fabbisogno energetico interno, contro il 17% della media Ue28, il 17,4% della Spagna, il 16% della Francia, il 14,8% della Germania e il 9,3% del Regno Unito. Tuttavia da alcuni anni il nostro Paese segna il passo: dal 2013 al 2016 la produzione di energia da fonti rinnovabili è cresciuta di poco più di 300 ktep, mentre nello stesso periodo in Germania è cresciuta di quasi 4.000 ktep e nel Regno Unito di 3.500 ktep.
Secondo i dati preliminari rilasciati dal GSE nel 2017 le fonti rinnovabili sono cresciute ancora un po’, facendo segnare un incoraggiante +700 ktep sull’anno precedente e arrivando al 17,7%. Questo dato potrebbe essere confermato anche per il 2018 se le previsioni del settore elettrico verranno confermate e se i settori termico e trasporti non presenteranno cali evidenti. In ogni caso rimane il fatto che, dopo un periodo di crescita sostenuta tra il 2005 e il 2013 (con l’eccezione del rimbalzo 2011) in cui ogni anno la quota di rinnovabili cresceva mediamente di almeno 1 punto percentuale, nell’ultimo quinquennio siamo rimasti praticamente fermi attorno al 17%. Il comparto della produzione elettrica è stato il principale responsabile del salto in avanti registrato per le fonti rinnovabili in Italia tra il 2007 e il 2013, con una potenza installata di impianti alimentati da rinnovabili e una produzione che in pochi anni sono più che raddoppiate, arrivando rispettivamente a quasi 50 GW e a oltre 110 TWh. A partire dal 2014, però, questa crescita si è improvvisamente fermata e in quattro anni abbiamo perso circa il 14% di produzione da fonti rinnovabili (dato reale non normalizzato). Su questo dato hanno inciso contemporaneamente due dinamiche: la forte riduzione della produzione idroelettrica, con un calo di oltre il 35% in poco più di tre anni, e il forte rallentamento della crescita delle nuove rinnovabili. Basti pensare che dal 2007 al 2013 sono stati installati in media ogni anno quasi 5 GW di nuova capacità, scendendo poi nei quattro anni successivi ben al di sotto di 1 GW/anno. Il 2017, con una produzione da fonti rinnovabili di 103,7 TWh, in calo di circa il 4% rispetto all’anno precedente, conferma purtroppo questo trend.

I segnali positivi
Alla luce della situazione italiana, comunque, non mancano diversi segnali positivi. Il primo deriva dalla nuova potenza installata di impianti alimentati a fonti rinnovabili, che nell’ultimo anno è cresciuta di oltre 900 MW, il valore più alto degli ultimi quattro anni, anche se distante da quelli degli ‘anni d’oro’. Il secondo arriva dai dati provvisori del primo semestre del 2018 che, se confermati anche per il secondo semestre, potrebbero indicare una inversione di tendenza rispetto agli ultimi anni, in cui la produzione da fonti rinnovabili è calata mentre quella da fonti fossili è cresciuta (rispettivamente -17 TWh e + 36 TWh). Il crollo della produzione da idroelettrico si è fermato e nei primi sei mesi di un anno particolarmente piovoso (lo dimostra il calo del 10% della produzione di fotovoltaico) è cresciuta rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente di oltre il 36%, tornando a valori medio alti pre-2015, con una riduzione della produzione da fonti fossili. Secondo gli esperti tuttavia si tratta ancora di segnali troppo deboli e di natura congiunturale: per centrare gli obiettivi di decarbonizzazione a medio e lungo termine il settore avrà bisogno di interventi più incisivi e strutturati.

I vantaggi della sostenibilità
Se l’impatto ambientale è una dimensione importante della sostenibilità, quest’ultima è considerata come una vera e propria iniezione di brand reputation e credibilità per le imprese. Tornando all’indagine SIC, sei imprese su dieci dichiarano di vedere dei vantaggi negli investimenti in sostenibilità e in particolare: aumento della brand reputation (58,3% degli intervistati), efficientamento dei processi interni (57,3%), contenimento dei costi (49,3%) e aumento delle vendite (39,2%). Il 41,5% delle aziende è anche consapevole del fatto che, per ritenersi sostenibile, deve contemporaneamente rispettare parametri di tipo ambientale, sociale ed economico. Una sostenibilità non solo sempre più completa, ma anche integrata in un processo di responsabilizzazione a 360°. Il 72,3% delle aziende dichiara infatti di tenere conto degli aspetti guida di sostenibilità nell’ambito delle politiche di responsabilità sociale, con particolare riferimento al settore industriale e alle imprese del Nord Est da punto di vista geografico. Tuttavia ci sono ancora degli ostacoli da superare. Il più alto è la mancanza di budget, un problema segnalato dal 53,1% delle aziende come il principale freno all’evoluzione di un’azienda in impresa sostenibile. Al secondo posto, con il 24,1%, la mancanza di competenze e risorse qualificate. Altra lacuna da colmare è la comunicazione della sostenibilità. Se è vero infatti che le imprese italiane dimostrano crescente attenzione ai propri impatti ambientali, al benessere dei propri dipendenti e ai legami con il territorio di riferimento, questo impegno non è ancora adeguatamente comunicato nei confronti dei referenti esterni, né sancito ufficialmente con un bilancio dedicato.

 

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