Orgatec
Datacenter
 

12/02/2018

Share    

di Paolo Morati

Ridefinire l'IT

Le infrastrutture informatiche aziendali devono trasformarsi per rispondere con successo a un mercato che cambia in modo sempre più dinamico e globale. Ne parliamo con Alberto Bullani, Country Manager di VMware Italia.

Alberto Bullani

Oggi si parla molto di trasformazione digitale delle aziende, un processo che nasce dall’esigenza di rispondere con maggiore velocità alle mutazioni in atto su un mercato dove spesso la concorrenza arriva ormai anche da realtà insospettabili e provenienti da altri settori. E dove bisogna trovarsi nella condizione di effettuare cicli di rilascio delle applicazioni (ma non solo) rapidi e costanti per non restare indietro. “È in questo scenario che inseriamo il filo conduttore del software- defined data center, introdotto da noi in tempi non sospetti, e che proprio per le sue caratteristiche di rimodellazione dell’infrastruttura va incontro a tali esigenze”, spiega Alberto Bullani, Country Manager VMware Italia, la società americana portatrice di lungo corso del verbo della virtualizzazione moderna, partendo dai server. “Ma non dobbiamo limitarci a considerare solo i puri aspetti tecnologici perché oggi le aziende si trovano di fronte a sfide come quelle della consumerizzazione dell’IT, con i dipendenti che portano e collegano i propri dispostivi personali ai sistemi di business, e che richiede livelli di integrazione avanzati e sicuri nonché processi in grado di erogare le stesse applicazioni aziendali su computer, tablet e smartphone in una logica di remote working. Infine, bisogna soddisfare la fame di modernità dei nuovi talenti che si aspettano di lavorare in azienda seguendo gli stessi meccanismi digitali a cui sono abituati nella vita quotidiana”.


Oltre la commodity
VMware, in breve, è un’azienda nata nel 1998 proprio sul concetto di virtualizzazione con l’obiettivo di cambiare il modo di usare le risorse IT, un approccio ormai diffusosi in modo capillare. “Se parliamo di virtualizzazione dei server per la prima volta anche Gartner ha ripensato il Magic Quadrant di questo particolare ambito, essendo ormai un sistema da considerare totalmente mainstream. Oggi la scommessa è invece quella di virtualizzare altri elementi dell’insieme informatico, quali networking, storage, sicurezza... Ecco perché parliamo di software-defined data center, ossia la virtualizzazione dell’intero stack IT, che rendiamo possibile attraverso piattaforme come NSX dedicata a rete e sicurezza, e di recente portata anche su Wan (Wide Area Network) grazie all’acquisizione di VeloCloud, seguendo di fatto un approccio sempre più esteso. E ancora, pensiamo al superamento dell’idea di Vdi (virtual desktop infrastructure) tradizionale, consentendo grazie alla tecnologia Airwatch di gestire l’erogazione dell’applicazione comprensiva di controllo degli accessi e integrazione totale con i vari dispositivi. Indipendentemente da quello utilizzato, e in maniera trasparente, affidandosi a un’unica interfaccia”.
Una proposta di questo tipo vuole dunque andare incontro alle esigenze di realtà che stano mutando i propri modelli di business, il che significa per un fornitore rivolgersi a più figure apicali, e non solo, ivi presenti. “Certamente ancora adesso il primo contatto che abbiamo è di tipo tecnico, quindi parliamo di Cio (chief information officer), IT manager e Cto (chief technology officer). Nella realtà, tuttavia, è necessario confrontarsi sempre di più con i rispettivi pari aziendali, allineandoli tra loro, ed ecco che conversiamo con i responsabili risorse umane che chiaramente si occupano anche delle nuove modalità di lavoro da introdurre in azienda, oppure con quelli della sicurezza così interessati alla micro- segmentazione dei vari componenti del data center permessa da NSX. E senza dubbio interlocutori importanti sono sempre i direttori finanziari”, aggiunge Bullani. Proprio questi ultimi rappresentano i referenti in azienda che devono valutare concretamente i benefici economici di una soluzione, tenendo conto in primo luogo del parametro del ritorno degli investimenti, il famigerato Roi (return of investment). “Se guardiamo alla nostra offerta storica di virtualizzazione dei server è evidente come il Roi sia una metrica semplice da dimostrare, perché quando si passa in termini di consolidamento da 100 a 10 apparati il conto è presto fatto, se non altro in termini di consumi elettrici. Sul versante operativo e di processo il calcolo è tuttavia più complesso, in quanto è necessario intavolare un discorso che metta ad esempio sul piatto della bilancia l’accorciamento dei tempi di rilascio di infrastrutture e applicazioni e i conseguenti vantaggi concreti, per esempio in termini di rapidità di reazione e di ottimizzazione di quanto viene condotto in interno ed esterno all’organizzazione. Il che significa anche dover pensare all’adozione del cloud computing, ormai un dato di fatto per molte aziende. Qui riteniamo che la versione ibrida sia è quella che oggi risponde meglio alle esigenze, perché se inizialmente la scelta public totale sembrava prevalere, in realtà mette a rischio la governance IT e il controllo sui dati. Attraverso il modello ibrido, invece, si conserva tutto questo e si guadagna in flessibilità e padronanza dell’infrastruttura, affidando all’esterno solo quanto non è ritenuto veramente mission critical. E noi consentiamo tutto questo grazie a vMotion, spostando in modo elastico le macchine virtuali da un ambiente all’altro a seconda delle esigenze”, sottolinea Bullani, riprendendo poi il tema della sicurezza per parlare del Gdpr, (general data protection regulation), ossia il regolamento europeo sul trattamento dei dati personali al quale le aziende dovranno conformarsi entro il 25 maggio 2018. “Negli ultimi mesi ho osservato un grande interesse tardivo su questo tema, considerato che le azioni da intraprendere necessitano comunque di tempo. Fronte nostro, certamente siamo impegnati sulla parte infrastruttura e quindi sulla sicurezza grazie alla già citata micro-segmentazione, che porta la protezione a livello granulare su ogni macchina virtuale, portandosela con sé ad ogni migrazione. Dovendo fare un paragone con un albergo, si tratta di proteggere non solo l’ingresso ma anche ogni porta di accesso alle camere”.

Alberto BullaniAmpliare le competenze
Dunque, se inizialmente VMware si distingueva come un’azienda focalizzata su una tipologia circoscritta di prodotto, negli anni, sia tramite sviluppo interno sia tramite acquisizioni, oggi copre diverse aree che vanno dal desktop, al data center, al cloud alla sicurezza, in tutte le varie sfumature che richiedono altrettante competenze. “Ecco che progressivamente alla tecnologia abbiamo affiancato risorse dedicate, assumendo persone con conoscenze diverse e focalizzate sui vari temi che affrontiamo. Questo perché anche se a livello commerciale vendiamo al 95% in indiretto, la fase informativa è comunque responsabilità nostra, per cui andiamo presso le aziende, ci confrontiamo, per poi lavorare a quattro mani con i partner e svolgere le vere e proprie attività abilitative. In tutto questo, coinvolgiamo una struttura di advisory interna per portare il cliente verso la soluzione più moderna tenendo conto delle dinamiche del mercato ove opera”, aggiunge Bullani, mettendo un ulteriore accento sul tema delle verticalizzazioni, dalle telco alle banche, dalla PA al manifatturiero, alla Sanità, che consentono di creare best practice di settore da riutilizzare e adattare. Best practice che devono necessariamente prendere in considerazione il fatto che oggi tra business e IT è critica la creazione di un legame forte e costante per portare al successo un’azienda. Ma che nel contempo puntellino la base del software-defined data center con un’infrastruttura di telecomunicazioni importante che offra prestazioni adeguate. “Certamente negli ultimi anni la disponibilità di banda larga è cresciuta, risolvendo quei problemi di connettività che un tempo limitavano le potenzialità di tale approccio, tanto che possiamo parlare ormai di una concreta integrazione dinamica delle filiali anche a livello di Wan. Senza contare le evoluzioni a cui stiamo assistendo con il 5G sul quale stanno partendo le sperimentazioni in Italia, e che aprirà nuovi scenari su temi quali self-driving car, droni, IoT. Garantendo quei tempi di latenza di pochi millisecondi indispensabili per portare avanti queste applicazioni senza problemi. Ecco che, dal canto nostro forniamo agli operatori la possibilità di virtualizzare e creare un backbone che, nel caso dell’IoT e tramite vPulse, consente di attestare i sensori, raccogliere i dati, portarli nel data center e far dialogare i diversi dispositivi con la nostra piattaforma. Tutto questo decisamente critico nel supporto all’analisi dei big data, che sarà un aspetto prevalente dei prossimi anni, mentre il data center che li contiene funzionerà in modo pressoché automatico”, pronostica Bullani.

Su più dimensioni
Tutto quanto detto finora non riguarda soltanto le grandi aziende e per questo è necessario poter partire da piattaforme che possano crescere e modificarsi in base alle esigenze dimensionali delle realtà dove vengono implementate. “Gli stessi nostri prodotti scalano, abbiamo software che possono essere installati nel data center di una piccola azienda così come in quello di una grossa telco. In Italia del resto facciamo più della metà del nostro fatturato sulle Pmi, e tra i nostri utenti ci sono inoltre tanti enti pubblici, anche locali, quindi Regioni e piccoli Comuni. Proprio sulla PA guardiamo con grande interesse al Piano Triennale per l’Informatica nella Pubblica amministrazione 2017–2019 considerato che proprio il consolidamento è un nostro tema storico, sia in termini di migrazione che di gestione operativa”, afferma Bullani. Tra le società che in Italia hanno scelto VMware ci sono Banca Popolare di Sondrio, Infocamere e Leonardo. E poi le Università di Bologna, di Trento e Bolzano, e il Politecnico di Torino, con gli atenei che spesso avendo migliaia di utenti vengono visti come realtà estremamente dinamiche e sollecitate in termini infrastrutturali. E dalle quali, per passare a un altro piano di lettura, verranno fuori i manager di domani. “Non c’è dubbio che il tema della formazione risulti fondamentale quando si parla di adozione delle tecnologie in azienda, come parte integrante del business. Per questo ritengo che sia necessario provvedere a trasmettere una costante capacità di adattamento così come una multidisciplinarietà che superi la separazione tra i due aspetti. Insomma meno super specializzazione, e soprattutto da subito una preparazione sugli strumenti che oggi cambiano in modo decisivo i modelli per guardare al futuro”, conclude Bullani.

 

TORNA INDIETRO >>