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08/04/2013

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L'Alfabetizzazione Digitale dei decisori è ancora un fattore critico

Uno studio di CA Technologies illustra come il potenziale innovativo delle tecnologie possa essere vanificato dalla scarsa consapevolezza del top management del ruolo strategico dell’Ict

 

 

La “classe dirigente” stenta ancora a cogliere il reale valore della tecnologia e qualcuno (il Cio) dovrà imparare ad illustrarlo con maggiore chiarezza.

 

Questo, in estrema sintesi è quanto emerge da una recente ricerca intitolata ”The Future Role of the CIO; Digital Literacy” commissionata da CA Technologies, multinazionale specializzata nel settore del software per la gestione delle infrastrutture informatiche aziendali.

 


Il gap è sempre culturale

 


Lo studio, condotto dalla società di analisi di mercato Vanson Bourne in tutto il mondo, rivela che il 100% dei responsabili dei sistemi informativi intervistati in Italia ritiene che l’alfabetismo digitale del top management costituisca un requisito indispensabile per lo sviluppo e la crescita del business aziendale ma, la capacità culturale di percepire questa forza, all'interno delle organizzazioni, rimane un punto critico.

 

Il “Global Competitiveness Index” (GDI), stilato dal World Economic Forum, considera il fattore “technological readiness” quale uno dei dodici pilastri alla base della competitività di ogni Paese.

 

Secondo il GDI 2012-2013, l’Italia risulta essere quarantesima (su 144 nazioni) in termini di preparazione tecnologica, ovvero l’agilità con la quale l’economia, il sistema paese, è in grado di adottare le tecnologie esistenti per migliorare la produttività. Un altro dei parametri misurati dal GDI è il livello di assorbimento delle nuove tecnologie da parte delle imprese: in questa classifica l’Italia si posiziona al 104° posto.

 

Lo studio condotto evidenzia come il contributo delle nuove tecnologie trovi ostacoli non solo finanziari, ma soprattutto di tipo culturale.

 


Un non coinvolgimento nelle strategie

 

 

Il potenziale innovativo delle tecnologie, quindi, viene spesso vanificato da una serie di errate percezioni da parte del top management e dal mancato coinvolgimento dei responsabili informatici nella definizione delle strategie.

 

Il 47% dei responsabili dei sistemi informativi (Chief Information Officer – CIO) italiani intervistati ha dichiarato che i vertici non intuiscono il ruolo strategico dell’IT per sviluppare il business, migliorare l’efficienza dei processi e introdurre maggiore agilità e competitività in azienda.

 

Secondo Fabio Fregi, nuovo country manager di CA Technologies, dalla ricerca emerge una certa frustrazione dei Cio, che andrebbe affrontata attraverso un nuovo approccio e rapporto con i loro interlocutori:

 

“Se emerge la necessità di alfabetizzazione informatica del top management è altrettanto chiaro che i Cio sono chiamati a trovare un modo più efficace di raccogliere l'interesse delle altre componenti dell'organizzazione sulle soluzioni Ict, dimostrando come le tecnologie aumentino i margini nelle imprese o migliorino i processi ed i servizi resi alla comunità nella PA”.

 

In effetti, soltanto il 40% dei CIO che lavora in aziende italiane viene chiamato a partecipare alle decisioni del top management e, conseguentemente, a contribuire alla definizione del pensiero strategico digitale nel team dirigente.

 


Il ruolo di far funzionare la macchina

 


Lo studio rivela che troppo spesso le figure dirigenziali destinate alla gestione dell'Information Technology vengono percepite come specialisti incaricati di ”far funzionare la macchina”. Una percezione errata e controproducente, che nasce in un contesto storico ormai profondamente mutato.

 

Il cambiamento che ha investito in questi anni la tecnologia è sfuggito all'attenzione di chi oggi ancora stenta a capire quanto l'innovazione sia critica per il successo di un’azienda e come innovazione e tecnologia procedano di pari passo. Il 59% dei CIO interpellati nello studio, per l’Italia, ritiene che, nonostante il positivo impatto di tecnologie dirompenti, come il cloud computing, il management aziendale continui a non considerare l'IT come un asset autenticamente strategico, ma piuttosto come uno dei tanti ”costi di esercizio”.

 

I vertici aziendali non sempre comprendono fino in fondo che, al di là dei semplici effetti di razionalizzazione ed efficienza, la tecnologia può creare un radicale cambiamento nei processi interni e nel modo di lavorare delle persone.

Questa scarsa percezione del valore dell’IT genera un effetto negativo in termini di produttività, flessibilità, tempestività su mercati, particolarmente sensibili a servizi e prodotti ad alto contenuto tecnologico.

 

Che cosa manca per avvicinare maggiormente il top management; per restituire, a chi gestisce un'azienda, una visuale più corretta sull'impatto delle tecnologie e per convincere i vertici aziendali a coinvolgere i responsabili informatici nei processi decisionali?

La risposta è una cultura digitale più costruttiva, che dia ai vertici aziendali la capacità di individuare, organizzare, comprendere, valutare e analizzare le informazioni utilizzando le nuove tecnologie. Per questo, i Cio dovrebbero cominciare a parlare di strategie.

 

 

Un chief innovation officer

 

 

Secondo Fregi: “Dalla figura del chief information officer sarebbe tempo di passare a quella di chief innovation officer, perché è a questo che l'ICT serve nelle organizzazioni. La nostra industria manufatturiera dovrebbe cominciare a guardare all'Ict come risorsa per lo sviluppo del business.

La competizione non può essere ancora basata sui “macchinari”, sull'incremento della produttività, inseguendo l'Asia. 

Invece, è importante sviluppare il valore del prodotto e in questo l'Ict può dare un grande contributo.

La PA ha un grande ruolo nella crescita digitale del Paese.

Come spender può favorire e indirizzare la crescita di un'ecosistema più evoluto, che stimoli il sistema delle imprese, ma dovrebbe puntare con convinzione anche sull'erogazione di servizi digitali ai cittadini migliorando la vita di tutti”.

 


La capacità d’interlocuzione

 


In questo processo di trasformazione culturale, la missione fondamentale del CIO è cercare di trasferire all’interno dell’organizzazione, fino ai livelli manageriali più alti, i valori dell'innovazione tecnologica, contribuendo a creare una cultura digitale diffusa e la consapevolezza del ruolo strategico delle tecnologie informatiche verso il business aziendale.

 

“Nella PA”, conclude Fregi “speriamo che il ruolo di Chief Innovation Officer possa essere svolto su un piano generale dall'Agenzia per l'Italia Digitale, ideando e promuovendo servizi evoluti nelle Amministrazioni.
Ci aiuteranno molto alcuni progetti importanti come quello dell'identità digitale, che crea le basi necessarie ad un rapporto digitale tra Amministrazione Pubblica e cittadini, sicuro e semplice.
Noi operatori, invece, dobbiamo diffondere la consapevolezza che il tema centrale consiste nello sviluppare servizi abilitanti attraverso la tecnologia. Se questo viene percepito dal vertice di un'azienda, da un sindaco o da un capo di governo, allora si comprenderà perché le tecnologie debbano essere valorizzate e sviluppate.
Dobbiamo sviluppare la nostra capacità di interlocuzione, uscendo dalla cerchia dei tecnici, focalizzando l'attenzione sul miglioramenti dei servizi e sul valore finale”.
 

 
TAG: Inchiesta

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