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08/10/2014

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Rfid: a che punto siamo

In base alle stime di IDTechEx, entro fine anno saranno vendute nel mondo 7,1 miliardi di tag. I consigli di Partner Data per sfruttare al meglio le potenzialità di questa tecnologia

 

Quando si parla di Rfid (radio frequency identification) si fa riferimento a una tecnologia nata durante la seconda guerra mondiale, dettata dalla necessità di distinguere gli aerei alleati da quelli nemici. Da quel momento in poi derivazioni e brevetti sono stati numerosi, ma la sua diffusione è avvenuta principalmente dagli anni Novanta in poi, di pari passo con i sempre crescenti livelli di miniaturizzazione dei sistemi. A che punto siamo oggi? Lo abbiamo chiesto a Francesco Camagni, direttore commerciale di Partner Data, distributore a valore di prodotti per la sicurezza IT e protezione del software, sistemi di identificazione e programmi di fidelizzazione.

 

Quanto vale, oggi, il mercato Rfid?
Secondo una ricerca realizzata dalla società IDTechEx il mercato globale dell’Rfid valeva 6,98 miliardi di dollari nel 2012, 7,88 miliardi di dollari nel 2013 e nel 2014 è salito a 9,2 miliardi. La previsione per il 2024 è che tag, lettori, software per card Rfid, etichette e tutti gli altri formati di applicazione di questa tecnologia varranno complessivamente 30,24
miliardi di dollari. Del resto i campi di applicazione sono molteplici e spaziano da quelli più diffusi, come il controllo delle presenze e accessi, la logistica di magazzino e trasporti, la bigliettazione elettronica o l’identificazione degli animali, a quelli più avanzati come il monitoraggio dei rifiuti, la monetica, i camerini virtuali e la rilevazione dei parametri ambientali. In base alle stime realizzate da IDTechEx, nel 2014 saranno vendute nel mondo 7,1 miliardi di tag, contro i 5,9 miliardi del 2013.

 

Quali sono i settori maggiormente interessati?
In base ai dati disponibili, sappiamo che l’Rfid sta vedendo una rapida crescita nell’etichettatura per l’abbigliamento, scopo per il quale, solo nel 2014, sono impiegate 3 miliardi di etichette con tecnologia Rfid. Sempre nel 2014, serviranno 700 milioni di tag destinate ai biglietti di transito e 425 milioni dedicate alla marcatura degli animali. Il motivo di una crescita tanto sostenuta sta nei benefici che l’Rfid offre sia all’utilizzatore finale sia a chi decide di implementare questa tecnologia, in primis il miglioramento dei processi e il conseguente aumento di efficienza. L’Rfid, infatti, è una tecnologia di tipo pervasivo: indipendentemente dal punto della filiera in cui viene implementata, riesce a portare giovamento sia a monte che a valle.

 

Quale sarà il futuro dell’Rfid?
Stabilire con precisione quale sarà il futuro dell’Rfid è difficile perché si tratta di un settore in continua evoluzione e perché non ha ancora sprigionato tutte le sue potenzialità. Sicuramente si andrà verso una ulteriore miniaturizzazione e l’integrazione di più tecnologie all’interno dello stesso dispositivo, per consentire alla medesima applicazione di gestire più possibilità applicative di tag diversi, abbattendo così i costi di infrastruttura. Un ruolo di primo piano, inoltre, sarà giocato dagli smartphone, che, grazie alla tecnologia NFC, implementata in oltre 200 milioni di telefoni cellulari solo quest’anno, verranno sempre più utilizzati sia come lettori che come tag, dando vita al preannunciato internet delle cose (IoT). In quest’ottica, in futuro si sfrutteranno sempre di più la tecnologia UHF (ultra high frequency), meno costosa e con prospettive interessanti, e la tecnologia Rfid Bluetooth low energy, che consentirà agli utenti di poter utilizzare il proprio smartphone come un tag interattivo.

 

Che consigli date alle aziende che vogliono dotarsidi questa tecnologia?
Quello di affidarsi a consulenti esperti, che possano individuare obbiettivi, limiti e reali possibilità di impiego, con un occhio di riguardo all’estrema difficoltà di riuscire ad elaborare e integrare la grande mole di informazioni che la tecnologia Rfid mette a disposizione. In Italia lo sviluppo di applicazioni Rfid procede ancora a rilento, sia per una carenza di competenze che di progetti di una certa rilevanza che possano fare da volano. Il rischio derivante da installazioni approssimative, risultato di una scarsa competenza in materia, è il crearsi di una disillusione che sortirebbe effetti deleteri in un mercato che ha sempre guardato all’Rfid come a una tecnologia ‘magica’, in grado di risolvere tutti i problemi.

 

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