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06/01/2021

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di Ruggero Vota

Red Hat verso una nuova dimensione

Red Hat non è più solo l’azienda che più di ogni altra ha fatto dell’open source una tecnologia solida e sempre sul fronte dell’innovazione utilizzabile con sicurezza e affidabilità nelle realtà di ogni settore.

Rodolfo Falcone

Red Hat più che mai è riconosciuta nelle aziende di tutto il mondo come uno dei principali protagonisti che ha portato il paradigma dell’open source a fare i conti con il business delle imprese di ogni dimensione e settore. E su questo ha costruito negli anni il suo crescente successo: nell’anno fiscale 2019 ha registrato un fatturato pari a 3,4 miliardi di dollari con una crescita del 15% che conferma il progressivo miglioramento con tassi a due cifre che ha sempre registrato da quando ha iniziato a operare nel 1993.

Ma Red Hat oggi non è più solo questo, l’anno scorso molti ricorderanno l’operazione con cui IBM acquistò l’azienda grazie a un investimento di 35 miliardi di dollari, il più ricco di sempre nella storia del comparto ICT. Un cambio di scenario importante per la società, ma anche per i clienti, i partner e tutto il mercato in generale, che se si è poco palesato concretamente in questo 2020 condizionato dalla pandemia, mantiene comunque intatto per il futuro una forte potenzialità di cambiamento.

Di questi argomenti, e anche di altro, abbiamo parlato in una recente intervista con Rodolfo Falcone diventato country manager di Red Hat Italia a fine 2019.

Se è vero che la recente pandemia, oltre a tutto quello che di tragico ha rappresentato, ha però anche dimostrato l’ineludibilità della digitalizzazione per ogni tipologia di azienda, come è cambiata, dal vostro punto di vista, la domanda del mercato in questo 2020 così particolare?
Tutte le aziende sono state accompagnate dai loro dipartimenti IT a compiere un salto quantico che in due mesi le ha portate ad adottare un modello di lavoro che magari avevano previsto tra due anni o forse ancora più in là. C’è stata quindi una forte accelerazione della domanda di soluzioni per la digitalizzazione che ha portato all’adozione di modelli cloud, di logiche di remotizzazione del lavoro e di diverse altre innovazioni importanti del mondo digitale. La pandemia ha dimostrato come l’efficienza portata dal cloud possa nello stesso tempo abbattere i costi, ma rendere anche il contatto con i clienti più veloce e immediato. È infatti diminuita l’importanza della prossimità con i propri interlocutori: grazie alle videoconferenze, anche se molto lontani, oggi parliamo e ci confrontiamo molto di più con loro, e in generale ognuno di noi lavora molto di più.

In questo scenario tutti i dipartimenti IT, all’interno di aziende di ogni settore e di ogni dimensione, oggi hanno acquisito un maggior valore rispetto alla fase, che oggi ricordiamo come ‘normale’, precedente alla pandemia. Basti pensare che attualmente i budget dell’IT sono aumentati, e la cosa può sembrare paradossale perché quando arrivano crisi improvvise si corre subito a tagliare tutto quello che si può. Ma questa volta non è stato così per l’IT, perché le aziende hanno capito subito che la risposta alla pandemia arriva principalmente dalle tecnologie digitali.

Quali sono dunque le aree nelle quali oggi Red Hat porta valore ai suoi clienti?
A nostro avviso ci sono tre abilitatori tecnologici “di valore” che possono indirizzare le principali esigenze delle aziende che sono quelle di fornire servizi innovativi ai propri clienti in modo rapido, flessibile e sostenibile.

Il primo è rappresentato da framework per lo sviluppo di applicazioni moderne, native per il cloud, che possono sfruttare nuovi paradigmi come AI, ML, serverless, edge computing, IoT, AR/VR e adattarsi in modo elastico alle condizioni sempre più variabili nelle quali le aziende si trovano a operare. Il secondo è costituito da tecnologie per la costruzione di infrastrutture cloud ibride e aperte che permettano di sfruttare qualsiasi tipo di risorsa computazionale disponibile e gestire o accedere alle applicazioni che ho appena citato in qualsiasi momento, ovunque e su o da qualsiasi dispositivo. Infine, l’ultimo si concretizza con strumenti di gestione e automazione di infrastrutture informatiche, che possono abbattere le attività e i costi legati a questo tipo di operazioni ma, al contempo, possono innalzarne il grado di intelligenza e affidabilità. Questi sono esattamente i pilastri della proposizione che Red Hat veicola ai propri clienti, pilastri sui quali stiamo investendo come non mai, proprio convinti dell’accelerazione ed espansione della loro adozione che il nuovo contesto sta portando.

L’open source sicuramente oggi gioca un ruolo da protagonista in molte aziende anche italiane, con staff IT piuttosto numerosi e strutturati, mentre ha più difficoltà a diffondersi nelle piccole e medie aziende. Come si supera questo dualismo?
Dipende molto dalle reali esigenze delle singole aziende e dal loro settore merceologico. Ci sono piccole realtà nate nel cloud, con un modello di distribuzione dei servizi intrinsecamente legato a questo nuovo paradigma di fruizione del digitale e che quindi investono direttamente nell’open source per acquistare sempre più agilità per continuare a mantenere un vantaggio competitivo rispetto ai concorrenti. Ci sono poi aziende medio-grandi di tipo manifatturiero che magari oggi sentono meno il bisogno di spingere sul fronte dell’innovazione digitale, ma che probabilmente sulla spinta della competizione ci andranno più avanti.

Come Red Hat, pensiamo che in generale nei prossimi anni tutte le aziende, ma soprattutto quelle piccole e medie, difficilmente potranno mantenere il controllo diretto di tutte le infrastrutture e le applicazioni ICT con cui lavorano e sempre di più si sposteranno verso l’utilizzo di servizi in cloud infrastrutturali, di piattaforma e applicativi. Ma questo non vuol dire che, poiché non opereranno più direttamente sulla loro ICT, non potranno raccogliere i benefici delle soluzioni open source. Anzi succederà esattamente l’opposto: molti dei servizi cloud sviluppati e offerti al mercato PMI in tutto il mondo nascono e si sviluppano con strumenti e logiche open source.

Questa evoluzione apre uno scenario particolarmente interessante, sia per i provider di servizi gestiti nel cloud che avranno la possibilità di arricchire e personalizzare la loro offerta, sia per le aziende stesse, che potranno concentrarsi sul loro business sapendo di poter contare su servizi all’avanguardia e sempre aggiornati.

Rodolfo FalconeLei è arrivato in Red Hat a fine 2019, meno di un anno fa. Cosa l’ha spinta a questa scelta?
L’open source oggi disegna le innovazioni più importanti del mondo digitale: pensiamo per esempio ad Android che conoscono tutti e al sistema di orchestrazione e gestione dei container Kubernetes, più conosciuto dalle persone dell’IT, oggi strumento protagonista in molti progetti di digitalizzazione. Quindi la domanda va posta in modo diverso: cosa avrebbe potuto bloccarmi dall’andare a lavorare in un’azienda come Red Hat che ha una spinta innovativa così importante per il mondo di oggi? E la risposta è banalmente: nulla.

Nelle mie valutazioni naturalmente ha avuto poi un peso significativamente positivo anche l’acquisizione di IBM che porterà Red Hat, pur rimanendo autonoma, a fare sicuramente un salto quantico importante in tutti i sensi. Teniamo presente che IBM ha relazioni e un’importante penetrazione nelle più grandi realtà mondiali che Red Hat non ha ancora e che oggi, grazie a questo importante legame, invece stiamo iniziando ad approcciare.

IBM è un potente catalizzatore ed è un’importante punto di partenza per veicolare a tutti i livelli la nostra filosofia. E questo è valido anche in Italia, dove oggi collaboriamo a stretto contatto sul piano tecnologico, ma anche sull’approccio commerciale e di consulenza, nei progetti di digital transformation e di innovazione di molte realtà importanti del Paese.

È passato solo un anno dall’acquisizione e quindi siamo solo all’inizio di questo processo, ma stiamo lavorando in modo molto stretto con i colleghi di IBM e i primi risultati importanti si vedranno nel 2021.

Chi è oggi Red Hat Italia?
Siamo una realtà che continua a crescere. Dodici mesi fa, quando sono arrivato in azienda, eravamo in 192 oggi siamo 230. Il 2020, nonostante la pandemia, è stato un anno inteso e di crescita notevole sotto tutti i punti di vista, fatturato compreso. Lavoriamo con tutti i principali corporate reseller italiani e siamo a stretto contatto con i clienti top grazie ai più importanti global system integrator.

Internamente siamo organizzati con una struttura dedicata ai servizi professionali e una di prevendita; abbiamo account per i clienti di alto livello, un team focalizzato sul mid-market, uno sulle PMI e figure specializzate che seguono la relazione con i partner di canale. Senza dubbio, il mercato enterprise italiano continua a rappresentare la quota principale dei nostri ricavi.

Quali sono i mercati in più forte crescita in Italia?
La Pubblica Amministrazione sia Centrale che Locale è oggi sicuramente un mercato che dimostra una spinta importante verso l’innovazione e questo a prescindere dal Covid. Appena arrivato in Red Hat Italia l’anno scorso ho notato subito una forte vivacità e voglia di cambiamento da parte di molti attori di questo settore, con tutte le differenze del caso in termini di intensità e urgenza. C’è una propensione generale all’innovazione, e sono diversi i progetti attivi in diverse PA che vanno in questa direzione. Ma anche il settore bancario e quello energy stanno dimostrando molte potenzialità, sulla spinta delle evoluzioni tecnologiche e normative che caratterizzano questi mercati. Il Covid ha poi spinto diverse aziende a guardare ai temi anche più avveniristici. Un esempio evidente è quello dell’automotive, con la ricerca e il crescente utilizzo di soluzioni di intelligenza artificiale a supporto della guida autonoma.

Ad aprile Paul Cormier, dal 2001 in Red Hat, è diventato Ceo della società, mentre il Ceo precedente, Jim Whitehurst, è diventato presidente di IBM. Che messaggi danno queste nomine al mercato?

Per Red Hat, l’arrivo di Paul Cormier è stato un passaggio del tutto naturale, il nuovo Ceo ha un forte profilo tecnologico, ma è anche stato un protagonista del disegno a tutto tondo, e quindi anche del nostro approccio commerciale al mercato, di quello che siamo oggi.

L’arrivo di Jim Whitehurst in IBM dà certamente un messaggio di innovazione importante, che certifica in modo molto forte la scelta di campo a favore del cloud. Anche il recente annuncio di IBM della divisione in due entità, che prenderà il via a fine 2021 (una per i servizi infrastrutturali e una per focalizzarsi su intelligenza artificiale, sicurezza, automazione e, naturalmente, cloud, ndr) è figlia anche di questo passaggio. Jim è inoltre anche il presidente del team Cloud&Cognitive, sicuramente una delle aree più strategiche di IBM; il suo apporto, che nasce dalla sua storia in Red Hat risulta quindi centrale nel ridisegno del business di IBM.

Quali sono i temi di innovazione su cui sta investendo l’R&D di Red Hat?
Un tema fondamentale è quello dell’evoluzione e ottimizzazione delle infrastrutture ICT per rendere il tutto molto più veloce, fruibile e automatizzato per portare velocità ma anche importanti risparmi alle aziende. In questo i container giocano e giocheranno un ruolo decisivo. Se l’hybrid cloud è lo scenario di riferimento, oggi il tema di innovazione per le grandi strutture IT dei clienti enterprise, ma anche mid-market, è l’edge computing. Ossia la raccolta, l’elaborazione dei dati alla periferia della rete aziendale. La strada verso l’edge può essere intrapresa utilizzando diversi cloud provider, e quindi entra in gioco anche qui il modello multicloud e/o coinvolgendo anche infrastrutture data center proprie esistenti oppure da realizzare ex-novo.

Al di là quindi delle strade che sceglieranno le aziende, il tema è quello di replicare l’infrastruttura IT in un contesto delocalizzato su territori anche diversi e lontani tra loro con l’obiettivo di assicurare standard di servizio univoci oppure differenziati a seconda delle necessità, sotto però un’unica architettura sicura e resiliente.

Qual è la percezione del tema edge oggi presso le aziende italiane?
L’edge anche in Italia è uno dei primi temi di interesse da parte dei clienti, sia pubblici sia privati, che hanno diverse filiali distribuite nel territorio. I vantaggi che questo approccio porta con sé sono evidenti, a livello di affidabilità e di prestazioni. Sta diventando chiaro a tutti che l’edge è il next step dell’innovazione nelle infrastrutture ICT. Oggi ne parliamo molto con i clienti e inizieremo a realizzare i primi progetti nel 2021.

Dopo il primo anno di lavoro in Red Hat, quali obiettivi dovrà affrontare nel 2021?
Per me è importante portare Red Hat al next level, a fare un salto di qualità sotto tutti i punti di vista: ricavi, presenza sul mercato… La società deve interloquire ai massimi livelli delle aziende clienti, e quindi devo rendere la struttura più matura rispetto al passato, aumentando anche la seniority delle persone. Il mio obiettivo è contribuire a preparare Red Hat Italia e lanciarla nella sfida di gestire volumi di business molto più ampi di quelli di oggi. Quando aumenteranno, come auspichiamo, i volumi in modo consistente, dovremo lavorare in maniera diversa. È una sfida organizzativa che è importante centrare bene quando si passa da un’azienda che gestisce un business in crescita a una che sempre di più in modo massivo dovrà gestire volumi molto importanti in termini di numero di clienti e numero di progetti. Ho quindi la responsabilità di dover interpretare un passaggio storico di non poco conto, un cambiamento di scala per Red Hat Italia che sarà importante per il suo futuro, un salto di qualità rilevante per il quale dobbiamo prepararci al meglio.

 

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