Estate 2020
Case History & Inchieste - Applicazioni
 

24/09/2013

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Quelli che… l’open source

Esperienze di utilizzo reale dalla viva voce di quattro responsabili IT

Accedere direttamente al codice sorgente delle soluzioni utilizzate – vale a dire sposare il modello open source – è un paradigma entrato ormai a pieno titolo nel mondo enterprise, visto che ormai Linux e i software open-source hanno raggiunto un livello di maturità tale da garantire prestazioni che in genere non hanno più nulla da invidiare a quelle dei sistemi proprietari. Difficile che nei dipartimenti IT non sia stata fatta quanto meno qualche sperimentazione in tal senso, e non solo per motivi di costi: l’open source, infatti, consente di avere maggiore controllo e di poter intervenire in modo più tempestivo sui sistemi, a patto naturalmente di avere risorse adeguatamente formate. Come sempre, però, non sono tutte rose e fiori. A fronte di problemi imprevisti, ad esempio, la soluzione può richiedere tempi lunghi, perché dipende dalla reattività della community, mentre per le soluzioni proprietarie l’assistenza post vendita risponde a criteri ben definiti.
La cosa migliore, per capire in che direzione si sta muovendo un determinato settore, però, è sempre quella di ascoltare dalla viva voce dei protagonisti esperienze reali. È per questo che Office Automation ha coinvolto i responsabili IT di quattro realtà molto diverse tra loro che hanno illustrato in che modo l’open source è entrato nella loro orbita.

 

 

LA MULTINAZIONALE E LA FABBRICA DEL SOFTWARE OPEN SOURCE

 

Leroy Merlin è un marchio internazionale della grande distribuzione ormai conosciuto anche da tantissimi italiani appassionati di bricolage, fai-da-te, giardinaggio, decorazione ed edilizia. La filiale italiana opera nel nostro Paese con 47 punti vendita distribuiti su tutto il territorio nazionale per un totale di 5.700 collaboratori e realizza un fatturato di oltre un miliardo di euro. Nel mondo Leroy Merlin conta circa 330 punti vendita in 13 Paesi con oltre 61.800 collaboratori. Leroy Merlin Italia è controllata dal gruppo francese Adeo, a cui fanno riferimento 27 aziende in 13 Paesi: oltre alle diverse filiali di Leroy Merlin nel mondo, il gruppo controlla anche i punti vendita Aki, Bricocenter, Bricoman, Bricomart, Dompro, Weldom, Zodio e altri.

Tutti gli sviluppi per le società del gruppo Adeo vengono realizzati centralmente in una fabbrica del software con sede in Francia, dove lavorano 250 professionisti IT, che si occupa di raccogliere le richieste dalle diverse controllate per poi realizzare sviluppi e personalizzazioni. Tutta l’attività della fabbrica del software viene svolta basandosi su soluzioni e strumenti open source; grazie a questi è possibile affrontare ogni tema applicativo e sistemistico e quindi si spazia dai sistemi ERP all’infrastruttura, dal database all’e-commerce, dal monitoraggio a qualsiasi altra applicazione. Detto questo non esistono linee guida stringenti su quanto è necessario fare e quali strumenti utilizzare, e ogni azienda ha una sua autonomia. “Nella nostra organizzazione – spiega Sergio Casado Castejón, responsabile tecnologia & innovazione, sistemi informativi Leroy Merlin Italia – ogni azienda è portatrice di una ‘view’ specifica di come intende impostare e gestire la propria IT, e quindi la decisione se adottare soluzioni proprietarie oppure open source dipende da noi. A oggi la filiale italiana affida il 90% delle sue necessità di sviluppo al Gruppo Adeo, mentre il restante 10% a fornitori italiani”. In ogni caso quando per un’azienda del gruppo viene sviluppata una innovazione nella propria view, questa viene messa a disposizione di tutte le altre realtà che sono libere di replicare l’esperienza.

 

 

Scelta totale
 

Detto questo la fabbrica del software in Francia ha competenze ed esperienze per seguire progetti open source molto sofisticati e innovativi, e la filiale italiana di Leroy Merlin fa leva su queste eccellenze: “Utilizziamo tanto open source, lo utilizziamo da tempo e le cose che vogliamo fare con l’open source in futuro sono ancora tante. Per noi è una scelta totale e comprende anche le applicazioni mission critical. Un esempio di questo sta nel fatto che le barriere casse dei nostri punti vendita funzionano proprio con software open source sviluppato dai colleghi di Adeo. Un importante progetto open source in corso è la realizzazione del sistema ERP dove ci stiamo focalizzando sulla parte di sviluppo del supporto alla vendita. Prevediamo di mandare in produzione il nuovo ERP nel primo punto vendita a marzo 2014, e poi a seguire in tutti gli altri, per un totale di 47 installazioni”.
I benefici derivanti da questo approccio sono molteplici. Prima di tutto la riduzione dei tempi di sviluppo: “Il progetto ERP per i punti vendita italiani dall’avvio alla produzione nel primo negozio ci porterà via un anno”. Inoltre ogni sviluppo rappresenta un vantaggio competitivo non di poco conto: “I software realizzati sono tutti focalizzati sui nostri bisogni, e riusciamo sempre a implementare delle importanti innovazioni che risultano coerenti con la visione di Leroy Merlin”. Le soluzioni open source consentono di investire sulle persone dello staff IT e di aumentare la loro produttività: “Ogni adattamento è realizzabile dal nostro staff interno e non dobbiamo mai ricorrere a consulenti esterni che risultano generalmente molto costosi”. Sicuramente poi c’è anche il fattore del risparmio economico: “Pur avendo una sua consistenza non trascurabile, tra tutte le motivazioni che ci fanno rimanere convinti della strada open source che stiamo percorrendo, questa è quella meno importante”.
A oggi, facendo una semplificazione, si può dire che il sistema informativo di Leroy Merlin Italia vede una quota di utilizzo di soluzioni open source pari all’80%: “E’ sicuramente un valore che crescerà ancora, ma sarà sempre per una nostra scelta ponderata e valutata caso per caso seguendo le opportunità di business. Non abbiamo vincoli dalla casa madre in tal senso, ma certo le esperienze sempre positive fatte ci motivano in questa direzione”.

 

 

Una fabbrica del software a modello open source
 

La propensione all’open source è comunque molto accentuata anche presso la struttura Adeo che segue i progetti IT: “I nostri programmatori si interfacciano con le community più specializzate mantenendo una relazione attiva e proficua nei diversi ambiti di nostro interesse”. Non solo, la stessa relazione che intercorre tra le singole aziende del gruppo e la fabbrica centrale si rifà al modello di community tipico del mondo open source: “Nelle aziende del gruppo esistono dei piccoli team locali che sviluppano la view aziendale in collegamento e coerenza con lo staff francese. Oppure, come nel caso di Leroy Merlin Italia, è attivo uno staff di due persone che si occupano di sviluppi specifici, mentre i progetti rilevanti vengono seguiti direttamente da capi progetto focalizzati che si interfacciano quotidianamente con la struttura centrale di Adeo”.
A seconda delle esigenze che nascono, quindi, la fabbrica del software guarda quanto è già stato sviluppato al suo interno o da altri, oppure va a cercare nelle community open source specializzate se esiste qualcosa di interessante e poi avvia i progetti seguendo i requirement dell’azienda del gruppo che ha commissionato il lavoro.
“Si parte sempre dalla materializzazione al 100% dei bisogni espressi dagli utenti che poi andranno a utilizzare quella determinata applicazione. Si realizzano degli ‘atelier’, o se vogliamo dei focus group, dove le persone discutono, si confrontano e decidono quello che si vuole ottenere. Dai risultati di questa attività, il capo progetto prende in carico tutta la fase di analisi e inizia a relazionarsi con lo staff francese. Questo si occupa del dimensionamento del progetto in modo tale da assicurare tempi di sviluppo certi, generalmente non più di un anno, e che nel gruppo di lavoro siano presenti tutte le specializzazioni necessarie”.
Nel 2014 oltre all’ERP, partirà anche il sito di e-commerce di Leroy Merlin Italia e questi progetti sono attualmente seguiti in Francia con staff molto consistenti e ben focalizzati. “Tutto lo sviluppo fatto non si perde ed è pronto a essere messo a fattor comune alle altre aziende del gruppo che, quando avranno necessità analoghe alle nostre, potranno partire con una base piuttosto solida, consistente e comunque facilmente personalizzabile”.

 

 

Una impostazione difficile da mettere in discussione
 

Il modello della fabbrica del software open source è attivo da tempo e più aumentano le esperienze e più quanto è stato fatto assume valore: “È difficile immaginare un modello di questo genere che garantisce efficacia ed efficienza negli interventi di sviluppo che utilizzi, al posto di soluzioni open source, piattaforme e sistemi proprietari”.
Immaginare invece di operare con approcci e soluzioni più tradizionali, viene oggi visto come puro fumo negli occhi: “Per esempio, pensare di far migrare il nostro attuale sistema di gestione a un ERP proprietario sarebbe un’attività molto più complessa e dispersiva: bisognerebbe partire con una software selection molto approfondita, stabilire il percorso di migrazione dei dati, implementare le applicazioni, per poi magari, in corso d’opera, scoprire che alcune parti di queste soluzioni sono ‘vuote’ e che quindi hanno bisogno di uno sviluppo ad hoc… In ogni caso poi, per quanto riguarda le personalizzazioni bisognerebbe scendere sempre a compromessi rispetto a quello che vogliamo”. In definitiva, quindi: “Con un progetto basato su un prodotto tradizionale è molto alto il rischio di trovarsi a dire: ma perché questa cosa non l’ho fatta io?”

 

 

IL CENTRO SERVIZI DI UNA REALTÁ FEDERATA ALLA RICERCA DI FLESSIBILITÁ
 

 

Servizi in Rete 2001 (d’ora in poi anche SIR 2001) è una società che si occupa, nell’ambito della Federazione Italiana Tabaccai (FIT), della distribuzione di ricariche fisiche e virtuali, di biglietti e abbonamenti ferroviari in 18 regioni italiane e documenti di viaggio per il trasporto locale e tessere parcheggio in alcune città italiane. SIR 2001, inoltre, ha contrattualizzato circa 14.000 punti vendita per il servizio di ricarica in modalità telematica.

SIR2001 attualmente ha 80 dipendenti e attraverso la sua divisione sistemi informatici, si occupa della gestione del data center del gruppo FIT, presente con proprie filiali in ogni provincia italiana. Questa divisione supporta tutte le società del gruppo, per un numero complessivo di 500 posti di lavoro, di cui 350 distribuiti sul territorio italiano su 110 sedi: tutti gli utenti sono supportati da un help desk IT interno. Le 110 sedi periferiche sono collegate alla sede centrale dalla rete Fitnet in Mpls (fibra/Adsl/Hdsl).

 

 

Un’adozione recente
 

In questa realtà l’open source è arrivato in modo significativo nel 2011 quando si è deciso di riportare all’interno dell’azienda la gestione del call center FIT in precedenza affidata a un outsourcer. All’epoca fu deciso di realizzare due strutture focalizzate in ambiti precisi e la scelta di adottare soluzioni open source è arrivata dopo un approfondito confronto con i sistemi tradizionali: “Abbiamo scelto di andare su soluzioni open source perché non eravamo convinti che adottare piattaforme proprietarie fosse nel nostro interesse – racconta Fabio Pellini, responsabile server e reti di SIR 2001. La scelta di una soluzione più tradizionale ci vincolava in un modo o nell’altro all’utilizzo di apparati e di risorse che dovevano sempre risultare compatibili con la piattaforma prescelta, e questo limitava il nostro raggio d’azione a elementi che poi risultavano anche particolarmente costosi. Nel complesso la qualità che assicuravano queste soluzioni era sicuramente elevata, ma anche fin troppo superiore rispetto a quanto ci interessava”.
Alla fine dei conti, nel senso letterale del termine, la soluzioni open source è risultata estremamente più conveniente rispetto a quelle tradizionali: “Tutte le opzioni che abbiamo scartato avevano un costo di progetto complessivo tra le cinque e le sei volte superiori: in un caso eravamo obbligati a comprare tutta la suite software, nell’altro per mettere in atto anche poche personalizzazioni dovevamo acquistare dalle società partner un pacchetto minimo di 40 giorni di tecnici esperti; successivamente all’avvio in produzione ogni singola richiesta di variazione e personalizzazione sarebbe venuta a costare tantissimo”. Con tutti questi vincoli, immaginare una qualsiasi evoluzione futura di tipo sostanziale era praticamente impossibile: “Nella prima parte del progetto ci stavamo occupando solo di attivare le telefonate inbound, ma sapevamo già che prima o poi avremmo approcciato il tema dell’outbound; considerata però la struttura dell’offerta delle soluzioni proprietarie, non ci sentivamo tranquilli”.
Nella soluzione adottata per i call center, la parte CTI (computer telephony integration) è in ogni caso una soluzione proprietaria realizzata da una società che ha sviluppato un prodotto basandosi comunque su un core open source: “Altri elementi invece sono stati direttamente sviluppati da noi, come per esempio tutta la piattaforma di monitoraggio dell’attività dei call center”.

 

 

Vantaggi e svantaggi
 

In definitiva quindi, i vantaggi riscontrati da parte di SIR 2001 sono stati sicuramente il costo e poi la capacità di intervenire direttamente e in profondità in ogni parte della soluzione open source: “Sono soluzioni nelle quali è facile mettere le mani; le persone del mio staff che conoscono gli strumenti open source intervengono in queste soluzioni con molta facilità. Ma l’eventuale costo di formazione è del tutto giustificabile dai risparmi che si ottengono sulle altre voci”.
Detto questo però, gli svantaggi non mancano. A iniziare dalla quota di rischio che si carica sulle spalle il responsabile IT che propone e si fa carico della buona riuscita di un progetto open source: “Se va male un progetto legato a un prodotto con un brand molto forte e radicato in quel determinato ambito applicativo, il responsabile IT ha comunque la possibilità di giustificarsi con il fatto di aver selezionato la piattaforma ‘migliore’ che il mercato offriva per quella specifica esigenza”. Scegliere l’open source significa prendersi delle responsabilità maggiori e questo è un passo che si può compiere solo quando si è più che sicuri di quello che si sta facendo: “L’IT è più responsabile e più motivato a realizzare i risultati promessi” e questa è una sfida di non poco conto.
Un secondo fattore di criticità rimangono i tempi di risposta relativi alle richieste di assistenza lanciate attraverso le community: “In passato questi erano del tutto aleatori e imprevedibili. Oggi la situazione sta migliorando soprattutto per il fatto che le soluzioni open source più popolari sono ormai supportate da community molto numerose e quindi è abbastanza facile riuscire a ottenere risposte a domande anche complesse entro poco tempo. Rimane il fatto che anche il concetto di ‘poco’ non è quantificabile con certezza”. Inoltre sta emergendo un secondo fenomeno: “Stanno nascendo società specializzate proprio sull’assistenza di determinate soluzioni open tra le più diffuse; siamo interessati a vedere cosa proporranno queste esperienze”.
Anche la scarsa retrocompatibilità delle applicazioni è uno svantaggio che si sta superando: “Una volta capitava che una interfaccia particolare che si era sviluppata in proprio, magari doveva essere riscritta parzialmente o in toto quando veniva aggiornata l’applicazione open source principale”.
Infine un altro svantaggio è rappresentato dal fatto che di fronte a una soluzione open source, le persone sono più portate a chiedere personalizzazioni: “Il senso comune ormai molto diffuso sull’open source, anche oltre l’IT, dice che si può avere tutto quello che si vuole. Arrivano quindi richieste, spesso anche poco coerenti tra loro, che nessuno si sognerebbe di fare davanti a una soluzione proprietaria, ma non a tutte si può dare spazio, per non disperdere le risorse, sempre preziose, in mille rivoli”.

 

 

Non sempre vince l’opzione open
 

Prima di scegliere comunque di affidarsi a una soluzione open è necessario fare diverse valutazioni: “Ormai prima di scegliere una soluzione da adottare guardo oltre alle proposte proprietarie, anche diverse opzioni open source. Non sempre queste si dimostrano all’altezza, e inoltre non sempre risultano essere sufficientemente sviluppate; adattamenti e aggiunte potrebbero portare il costo finale a essere superiore a quello di un prodotto proprietario”. Non sempre poi il rapporto con gli sviluppatori originari della soluzione si dimostra positivo: “Mi è capitato di mandare una richiesta di aggiunta di una funzionalità. Ho aspettato tanto tempo per avere una risposta, la richiesta di remunerazione non era poi poca cosa e inoltre il risultato prodotto non era in linea con quello che volevamo… Non è sempre vero quindi che con le soluzioni open source ci si libera dal lockin del fornitore”.
Il consiglio, quindi, è quello di stare attenti a non sprecare la risorsa tempo propria e dello staff di sviluppatori. “L’opzione open source si dimostra valida quando la piattaforma si dimostra consistente, calza a pennello le proprie esigenze e il numero di personalizzazioni da compiere rimane ragionevole”.
Detto questo SIR 2001 sta portando avanti nuovi progetti in ambito open source: “Per esempio la nuova piattaforma di e-commerce che contiamo di mandare in produzione dopo un progetto di sei mesi. Con una soluzione tradizionale il tempo richiesto sarebbe stato molto più elevato”.
La migrazione di applicazioni o singole funzionalità da un ambiente proprietario a uno open source è un secondo tema che potrebbe essere affrontato in modo esteso grazie alla virtualizzazione: “La porzione di open source all’interno del nostro sistema informativo è destinata a crescere in modo significativo nei prossimi tempi. Questo per avere meno costi e più flessibilità, ma anche per sfruttare al meglio il know how di cui disponiamo internamente”.

 

 

POCO OPEN SOURCE PER LA MULTIUTILITY CON PRIORITÁ DI BUSINESS

 

AscoPiave è una multiutility nata nella provincia di Treviso da esperienze precedenti che nel tempo ha esteso il proprio raggio d’azione, anche grazie a una serie di acquisizioni, a tutto il territorio del Triveneto e anche in altre zone d’Italia non limitrofe al bacino principale. Si occupa, attraverso le diverse controllate, di distribuzione del gas, di servizi di telecomunicazioni e di vendita gas ed energia elettrica.
Complessivamente il reparto IT di AscoPiave supporta circa 500 client distribuiti in tutte le società del gruppo e opera grazie a un data center virtualizzato costituito da circa 120 server. Tale infrastruttura è fisicamente presente nel data center di AscoTLC, società del Gruppo AscoPiave che offre servizi data center alle imprese nel territorio di riferimento e ad Ascopiave stessa, grazie a un accordo di housing che prevede anche la manutenzione di base sull’hardware e software di virtualizzazione, mentre quella relativa alle macchine virtuali viene effettuata da remoto dalla struttura IT di AscoPiave.
“Quando AscoPiave è cresciuta in ambito informatico l’open source era ancora molto giovane, e le nostre esigenze di business ci hanno portato a fare delle scelte su soluzioni più tradizionali che sostanzialmente abbiamo confermato in questi anni – racconta Romeo Ghizzo, responsabile della divisione infrastrutture reti e servizi utenti interni di AscoPiave. Ciò non toglie che abbiamo adottato l’open source in un ambito preciso e devo dire che siamo soddisfatti”.
L’ambito di adozione dell’open source è il proxy server che supporta la navigazione in internet di tutti gli utenti della società del gruppo, adottato all’inizio degli Anni 2000. Per estensione, poi, visto che le applicazioni in utilizzo da parte degli utenti sono generalmente web based, è stato realizzato con tecnologie open source il portale utilizzato dagli utenti per accedere alle stesse.
“Rimane il fatto però, che ormai molte soluzioni che si presentano come tradizionali hanno integrato una parte più o meno consistente di open source più o meno evidente o più o meno nascosta, come per esempio l’applicazione antispam da noi attualmente utilizzata. In questo caso queste soluzioni sono commercializzate con gli stessi criteri di quelli tradizionali e per noi quindi non cambia poi molto”.
Per quanto riguarda la gestione di questi sistemi il giudizio è sostanzialmente positivo: “Le macchine che funzionano con sistemi operativi open source sono estremamente stabili, una volta installate e configurate c’è il rischio di dimenticarsele. Certo non le utilizziamo per applicazioni mission critical che rispetto agli altri sistemi hanno più necessità di cure particolari, anche solo per supportare volumi di transazioni sostanzialmente crescenti ed esigenze computazionali che mutano frequentemente. Ma, detto questo, per i sistemi open source una volta individuati precisamente gli ambiti di applicazione, non sono richieste quelle particolari attenzioni che invece sono necessarie per i sistemi che funzionano in ambiti tradizionali”.

 

 

Il business prima di tutto
 

Un secondo vantaggio, rispetto a quello economico, che è evidente, è il fatto che sulle soluzioni open source implementate si riesce a ottenere una completa governance e il presidio di quanto si è sviluppato/implementato: “E’ possibile metterci il naso dentro, ma non tanto per la volontà di modificarle, ma più che altro per controllare come l’applicazione fa le cose che uno desidera siano fatte… Ovvero se la soluzione adottata garantisce affidabilità o c’è da aspettarsi qualche brutta sorpresa”.
Nonostante queste opinioni positive in AscoPiave l’open source non è destinato per il momento a prendere altri spazi in più rispetto a quelli che ha. L’azienda sta crescendo anche attraverso politiche di acquisizione operate negli ultimi anni, e la priorità è portare a regime il più in fretta possibile il business acquisito agli standard aziendali: “Per noi oggi la priorità è modificare i nostri software secondo le richieste che ci vengono fatte dal business in modo che l’azienda sia più competitiva”.
Un progetto di migrazione oggi da architetture tradizionali ad ambienti open sarebbe dunque un intralcio e i benefici economici di poco interesse. Un domani però la considerazione verso la possibilità di implementare progetti open source potrebbe cambiare: “Oggi stanno nascendo società disponibili a realizzare servizi di assistenza su soluzioni open, ma c’è sempre da capire se si tratterà di una garanzia totale oppure parziale. Il vero punto di svolta invece potrebbe verificarsi quando saranno i system integrator a proporre per i loro servizi soluzioni open source stabili a cui daranno garanzie di affidabilità e di assistenza al 100%. Davanti a proposte di questo tipo, per noi diventerebbe indifferente implementare una soluzione proprietaria oppure open source che sia”.

 

 

L’ENTE PUBBLICO CHE RISPARMIA TEMPO E RISORSE FINANZIARIE
 

Laziosanità – Agenzia Sanità Pubblica Regione Lazio, è un’azienda controllata dall’Ente Locale che si occupa di dare un supporto tecnico-scientifico all’assessorato della Sanità. Nella pratica vengono raccolti dati ed elaborate statistiche sulle diverse attività svolte in ambito sanitario e vengono formalizzate base dati, informazioni e un primo livello di analisi che poi vanno ad alimentare i sistemi informativi sanitari. Le informazioni trattate riguardano, per esempio, le schede di dimissione ospedaliera, le accettazioni, le prestazioni ambulatoriali, i periodi di degenza e i costi connessi a ogni singola voce. In base a queste informazioni, la Regione Lazio è poi in grado di compiere le sue scelte politiche e amministrative relative alla gestione della politica sanitaria regionale.
Laziosanità a fine anno verrà inglobata nella Regione Lazio, e non esisterà più quindi come entità autonoma, poiché l’Ente Locale in questo modo intende esercitare un controllo più diretto sui dati. Le funzioni dell’agenzia passeranno quindi all’assessorato e ai sistemi informativi regionali.
Tutta l’organizzazione a oggi è di poco superiore alle 100 persone, lo staff IT complessivamente conta di circa 15 persone, di cui 5 lavorano presso l’ufficio sistemi e infrastrutture. “Abbiamo iniziato a utilizzare soluzioni open source agli inizi degli Anni 2000, per una serie di motivi, non ultima, e non meno importante, la curiosità mia e delle persone del mio ufficio ad approfondire dal punto di vista tecnico un tema che all’epoca era nuovo e oggi è ancora stimolante”, racconta Massimo Di Giacomo, responsabile sistemi e infrastrutture ICT servizi sistemi informatici Laziosanità – Agenzia Sanità Pubblica Regione Lazio. Il primo passo è stato compiuto utilizzando le soluzioni open source nell’area della programmazione web: “Dopodiché le persone dell’IT hanno iniziato a prendere confidenza con i primi strumenti open source relativi a linguaggi di programmazione e database, e da questa base abbiamo continuato nel corso degli anni a crescere utilizzando soluzioni open source negli ambiti più diversificati”.

Dove è più facile e dove è più difficile adottare l’open source
Oggi le soluzioni open source sono utilizzate sia per applicazioni ‘interne’ con logica web based, per lasciare il meno possibile programmi eseguibili sui client sia a livello di server, dove le macchine sono quasi tutte Linux: “In quest’ambito abbiamo adottato soluzioni open source di mercato sviluppate da vendor tradizionali per mantenere interoperabilità e compatibilità con le soluzioni proprietarie che avevamo in casa e che in passato facevano riferimento a questi stessi operatori”. Tali sistemi server sono a supporto delle applicazioni che si occupano della raccolta dati, per lo sviluppo interno, per la gestione dell’inventario, e quindi catalogazione degli asset, e per il monitoraggio della rete e degli interventi dell’help desk.
Sul fronte gestionale amministrativo vengono invece utilizzate le tipiche soluzioni tradizionali di mercato sviluppate da operatori italiani e anche le soluzioni di produttività individuale sono quelle più classiche. “Fare cambiamenti in queste aree verso l’open source è più difficile perché gli utenti dimostrano sempre una certa riluttanza ad abbandonare strumenti che utilizzano e conoscono da tempo; se non c’è un forte mandato dall’alto verso l’adozione dell’open source queste barriere culturali sono difficili da abbattere”. Ma c’è anche dell’altro: “Lo scambio di documenti tra PA avviene generalmente su formati proprietari e quindi è difficile che possano essere adottate soluzioni di produttività individuale di tipo open source da una singola entità quando poi diventa problematico scambiare dati con le altre amministrazioni… Se si volesse incentivare l’utilizzo di formati open nella PA, anche in questo caso sarebbe quindi necessario un input dall’alto molto forte”.
Detto questo però, anche in questi ambiti qualche progresso si riesce a compiere: “Recentemente abbiamo cambiato il client di posta scegliendo una soluzione open source, in questo caso abbiamo dovuto gestire delle problematiche anche tecniche poiché la soluzione precedente era un applicativo di groupware e non solo di posta, come l’attuale. In questo caso non è stata fatta un’attività di formazione propriamente detta, che avrebbe comportato anche un costo, ma il personale IT è stato molto disponibile nel seguire utente per utente e a istruire ognuno sui cambiamenti… Certo è stata un’attività piuttosto impegnativa”.

 

 

Benefici e svantaggi
 

Per una realtà della PA l’utilizzo di soluzioni open source gratuite, o comunque con costi risibili, permette di svincolarsi da tutte le regole burocratiche e amministrative che per gli acquisti IT, e non solo, prevedono la redazione di bandi di gara specifici: “Questo significa avere tempi di realizzazione dei progetti molto ridotti rispetto a quelli che si riscontrano con le soluzioni proprietarie, proprio perché si vanno a tagliare tutti i tempi di preparazione delle gare e dello svolgimento di questo processo”. Il beneficio economico, quindi, si riflette direttamente anche sul beneficio temporale.
Un altro vantaggio è poi nel riuso del software. In molti casi si possono prendere degli sviluppi già fatti su applicazioni già operative e utilizzarli per realizzarne di nuovi che riscontrano similitudini e analogie: “Per esempio, abbiamo dovuto affrontare dei problemi di compatibilità di una soluzione che doveva girare tra le diverse versioni di uno stesso sistema operativo proprietario. Al posto di ricorrere alla classica e tradizionale emulazione di un ambiente nell’altro, abbiamo in pratica sviluppato una soluzione open source di virtualizzazione del desktop che oggi possiamo riutilizzare, riadattandola con facilità, anche in altri ambiti e per altre esigenze”.
Per quanto riguarda invece i progetti di virtualizzazione server, le cose possono cambiare a secondo della criticità dell’applicazione. “Inizialmente proviamo sempre una soluzione open. Se vediamo che la cosa è fattibile, e genera dei benefici significativi, allora continuiamo a portare avanti il progetto su questa strada; se invece non siamo totalmente convinti, passiamo al prodotto proprietario. L’utilizzo della soluzione proprietaria è preferibile quando abbiamo necessità di assistenza immediata nel caso in cui si verifichino dei problemi”.
Quando si ha a che fare con applicazioni e servizi mission critical, la necessità è che queste riscontrino meno problemi possibile e tempi di risposta immediati per eventuali richieste di assistenza: “L’applicazione che fornisce in tempo reale la disponibilità nei pronto soccorsi di ‘posti’ specializzati deve rimane sempre attiva e fornire risposte in tempo reale. In questo caso, e anche in altri, l’onere del malfuzionamento dell’applicazione non verrebbe poi imputato solo a noi”.
L’assistenza sui sistemi open source anche nel caso di Laziosanità si conferma come uno dei punti deboli che bloccano lo sviluppo di queste soluzioni: “I tempi per risolvere i problemi che si possono verificare nelle soluzioni open vanno mediamente dai tre ai quattro giorni. Non sono però mancati casi in cui le risoluzioni richieste siano arrivate anche in meno di 24 ore, ovvero meglio di quanto fa generalmente un vendor tradizionale di soluzioni proprietarie”.
Quello che conta davvero per portare consistenti risultati all’utilizzo dell’open source, è la preparazione dello staff IT: “Molto dipende dalla propensione e dalla formazione individuale, da autodidatta, che una persona magari ha fatto per conto proprio per ragioni di passione e non solo di lavoro. Nel mio team siamo tutti un po’ ‘nerd’ e cerchiamo di essere sempre aggiornati ma più per passione e stimolo di conoscenza che per dovere”.
 

 

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