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17/05/2012

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Open source: il punto sull’adozione nelle imprese italiane

Fare il punto sullo stato dell’arte dell’open source nelle imprese italiane non è semplice. Non esistono ricerche di mercato in merito e i pochi vendor attivi nell’area con una certa visibilità rappresentano comunque solo una porzione piuttosto contenuta del fenomeno. Quindi per riuscire nell’obiettivo di dare un quadro complessivo di quello che comunque è un significativo fenomeno dell’ICT italiana è stato scelto di intervistare più esperti che hanno conosciuto questo fenomeno nelle loro attività.

 

Il fenomeno si è affermato negli ambiti tecnologici di base, non tra le applicazioni

 

Ruggero Vota

 

Fare il punto sullo stato dell’arte dell’open source nelle imprese italiane non è semplice. Non esistono ricerche di mercato in merito e i pochi vendor attivi nell’area con una certa visibilità rappresentano comunque solo una porzione piuttosto contenuta del fenomeno.
Quindi per riuscire nell’obiettivo di dare un quadro complessivo di quello che comunque è un significativo fenomeno dell’ICT italiana è stato scelto di intervistare più esperti che hanno conosciuto questo fenomeno nelle loro attività.

Sono state quindi rivolte una serie di domande a Mariafilomena Genovese, project manager della società di ricerca NetConsulting; Roberto Galoppini, esperto di open source commerciale e senior director of business development di SourceForge, il più noto repository mondiale di software open source, e a Marco Pancotti, presidente e amministratore delegato di Mate.

 

 

A più di dieci anni dall’arrivo dell’open source in Italia che consuntivo possiamo fare di questo fenomeno, rispetto soprattutto alle attese generate quando iniziò a muovere i primi passi nel nostro Paese?

 

Mariafilomena Genovese. Il bilancio che possiamo fare è di un interesse crescente negli anni ma che si associa a un’adozione ancora limitata. Tra le imprese di grandi dimensioni, seppur più dell’80% utilizzino soluzioni open source, l’intensità di adozione è quasi sempre medio bassa. Stesso scenario nella pubblica amministrazione centrale. Diversa è la situazione negli enti locali caratterizzati da una minore penetrazione dell’open source, ma da diverse iniziative interessanti prese da singoli enti che evidenziano un approccio più convinto e meno tattico.

 

 

Roberto Galoppini. Ho iniziato a usare Linux professionalmente nel ‘94. Diciotto anni dopo una realtà, all’epoca ancora embrionale, come Red Hat sta per diventare la prima azienda del mondo open source con un fatturato da un miliardo di dollari, Forbes posiziona Acquia, l’azienda che commercializza Drupal, al 41esimo posto della classifica delle 100 aziende statunitensi più promettenti, per non parlare di quello che prima Google e dopo Facebook sono riusciti a realizzare grazie all’utilizzo massivo di tecnologie open.
In sintesi, direi che siamo ben oltre le più rosee aspettative, fermo restando che in Italia il mercato dell’offerta è sostanzialmente costituito da micro-imprese e pochissime hanno voluto e saputo cavalcare l’onda per creare soluzioni o servizi che potessero essere appetibili per clienti d’oltralpe. L’attitudine italica alla life-style company è il vero problema.

  

Marco Pancotti. Nella mia esperienza l’open source è diventata una realtà consolidata in alcuni segmenti di mercato, è considerato una possibile alternativa in altri segmenti ed è totalmente assente in altri ancora. Potremmo definirlo come successo a macchia di leopardo. In generale, tanto più è riuscito a esprimere prodotti di qualità, come per esempio GNU/Linux, tanto più ha preso piede, mentre quando ha messo in giro ‘ciofeche’, e non faccio nomi, è rimasto al palo.

 

 

Cosa ha portato e cosa ha insegnato il modello di business dell’open source all’industria italiana del software?

 

 

Mariafilomena Genovese. Che l’antagonismo tra software proprietario e software open source non ha più modo di esistere. E questo l’hanno capito sia i grandi player, che mostrano una maggiore apertura alla collaborazione verso il mondo open source, sia i system integrator che tendono a presidiare tecnologie di diverso tipo. Lato utenti, esigenze di interoperabilità a più livelli portano a privilegiare un approccio misto, basato su scelte ben ponderate a seconda degli ambienti tecnologici. Inevitabilmente, il sistema dell’offerta è portato ad adeguarsi.
Altro insegnamento, rivolto alle realtà focalizzate sull’open source, è che la sola passione per questo mondo non basta per sviluppare business di una certa entità: occorre darsi una struttura. L’open source genera e può ancor più generare opportunità per tante piccole e medie imprese del settore ICT ma a condizione che riescano a darsi un modello, a sviluppare un orientamento al business che ancora manca.

 

 

Roberto Galoppini. Non esiste un modello di business open source, esistono però strategie di business che si basano sull’uso, la realizzazione o la co-produzione di software open source. Ricercatori ed accademici hanno mostrato come l’impresa tenda a condividere, o più tecnicamente a partecipare a club tecnologici, laddove il costo di partecipazione è significativamente inferiore ai benefici derivanti da questa partecipazione. Non fa mistero che Facebook non condivida l’intera piattaforma: solo i componenti che non costituiscono il vantaggio competitivo e che risultano essere di interesse generale vengano condivisi, di fatto abbattendo o comunque riducendo i costi di sviluppo e manutenzione.
Direi che l’open source ha insegnato a tutti la stessa lezione, è poi sempre e comunque l’impresa o l’individuo a scegliere se e come approfittarne. Non si tratta, quasi mai, di altruismo, si condivide sempre e solo dove si ha un beneficio di marketing, riduzione dei costi R&D, ridotto time-to-market, minori barriere all’ingresso nello sviluppo di soluzioni...

 

Marco Pancotti. Che esiste un mondo in cui la competenza tecnica e la condivisione delle conoscenze vale più del brand. Il modello di business dell’open source si basa sull’ipotesi che sul mercato siano reperibili persone che: conoscono in profondità gli strumenti che usano; vendono esclusivamente la loro competenza, e non il loro prodotto; e infine, scambiano con altri informazioni ed esperienze in un contesto di cooperazione e non di concorrenza.
Per alcune società di software, non legate a brand forti come SAP, Oracle o Microsoft, è l’unica strada per la sopravvivenza. Per altre è solo una curiosità.

 

 

Ritiene il fenomeno open source ancora in fase di start up, o è una nicchia consolidata?

 

 

Mariafilomena Genovese. Rappresenta una nicchia consolidata a livello infrastrutturale, lato server soprattutto. In questo ambito le soluzioni sono stabili e mature, le community a supporto sono più strutturate, cresce la maturità lato utente. In ambito applicativo si presenta ancora come un fenomeno in fase di start up. Ciò che frena una maggiore diffusione dell’open source, tuttavia, non sono tanto le carenze lato sistema di offerta, quanto i limiti lato domanda legati alle disponibilità di competenze interne, paura di non disporre di un supporto adeguato quando necessario, limiti culturali.
Questo genera un approccio tattico più che strategico da parte di diversi operatori, system integrator soprattutto: open source come componente di offerta per poter soddisfare le esigenze del cliente, quando richiesto, ma non come indirizzo strategico.

 

Roberto Galoppini. In Europa l’open source supporta il 29% dello sviluppo che avviene in-house, e comporta un risparmio sugli investimenti software in ricerca e sviluppo del 36%, come riporta una ricerca finanziata dalla UE. Si può discutere su quali siano i comparti in cui è leader, ma considerarlo una nicchia è oramai fuori questione.

 

Marco Pancotti. Dipende. Può essere considerata una start up nell’ETL, nella business intelligence, nel CRM e nel document management, dove l’offerta è di qualità e la diffusione è al di sotto delle potenzialità. Negli strati ‘bassi’ del software è una realtà consolidata, che compete alla pari con le soluzioni proprietarie. Nelle applicazioni di classe ERP per medie e grandi aziende è assente e lo sarà ancora a lungo.

 

 

Quali potrebbero essere i driver che riuscirebbero a catalizzare nuova attenzione da una parte consistente dei clienti enterprise sul fenomeno open source?

 

 

Mariafilomena Genovese. Sicuramente la pressione sui costi e una maggiore tendenza all’interoperabilità che porta a privilegiare un approccio misto.

 

Roberto Galoppini. La crisi spiega l’aumentata attenzione alle soluzioni basate su open source, i risparmi che può comportare sono uno dei principali driver dell’adozione, e questo è più vero in quelle categorie di software in cui il leader di mercato di riferimento ha condotto negli anni politiche commerciali sempre più aggressive.

 

Marco Pancotti. Solo un’offerta gestionale di classe ERP fortemente innovativa potrebbe cambiare gli equilibri. Parlo di qualcosa basato su cloud, con interfaccia utente a gesture, alla Kinect per intendersi, con un nuovo paradigma di contesto, nativamente integrato con l’ambiente office e con la business intelligence e immediatamente fruibile, senza adattamenti, da device mobili. La tecnologia sarebbe anche ‘available now’, ma chi, nel mondo open source, avrà mai le energie finanziarie per riuscire a proporre una cosa così?

 

 

Quali sono stati i benefici e quali gli svantaggi a cui sono andate incontro le aziende che hanno adottato soluzioni open source?

 

Mariafilomena Genovese. Il bilancio dei benefici va fatto in funzione di quelle che sono le peculiarità della singola realtà aziendale e soprattutto delle competenze interne: la riduzione dei costi delle licenze può scontrarsi con la necessità di avere un supporto a pagamento generando quindi un TCO non sempre inferiore a quello dei sistemi tradizionali, soprattutto in ambienti che richiedono manutenzione correttiva ed evolutiva di un certo rilievo. C’è anche un discorso di change management spesso necessario nel caso di migrazione a software open source, a livello client soprattutto, che se non opportunamente gestito può disorientare oltre che generare costi non previsti.

 

Roberto Galoppini. Oltre al vantaggio economico la flessibilità è spesso considerata un fattore importante, mentre l’indipendenza dal vendor non è sempre facile da raggiungere, nonostante le licenze open source di fatto abilitino un contesto di mercato in cui la competizione sull’offering legata a un determinato prodotto è una regola piuttosto che l’eccezione.

 

Marco Pancotti. Molte aziende hanno cercato solo il risparmio, ma raramente, in questo senso, hanno ottenuto risultati eclatanti. Chi ha adottato tecnologie open source per scelta strategica ha acquisito cultura e controllo, ma chi non lo ha fatto talvolta si è messo in casa uno stuolo di semplici ‘cliccatori’, ma talvolta gli piace così.

 

 

In quali settori verticali e ambiti tecnologici si sono maggiormente diffuse le soluzioni open source? E perché, secondo lei?

 

Mariafilomena Genovese. Più che per settori verticali, quello che rileviamo è un diverso ricorso all’open source a seconda delle diverse dimensioni d’impresa e degli ambiti tecnologici. Rispetto alle dimensioni, la propensione d’uso e il reale ricorso all’open source risulta più elevato nelle imprese di maggiori dimensioni per un discorso essenzialmente legato alle competenze: la grande impresa ha maggiori possibilità di avere risorse skillate su più tecnologie. Difficile trovare oggi un data center di una medio-grande realtà, privata o pubblica che sia, in cui non siano presenti server Linux, associati a server Windows e Unix.
In ambito infrastrutturale risulta più diffuso. In ambito applicativo il fenomeno è ancora limitato a soluzioni di nicchia nelle aree non critiche o anche più trasversali quali la gestione dei contenuti, la collaboration e la security.

 

Roberto Galoppini. L’open source per sua natura tende a crescere in maniera sostenibile dove domanda e offerta sono significative, non a caso le verticalizzazioni sono nate in questi ultimi anni e quasi sempre sotto l’impulso di un venture capital che forniva le risorse per far partire un business del genere. Questo raramente si è tradotto in comunità che si auto alimentavano e sostenevano, e quindi il risultato è quasi sempre una versione ‘community’ per facilitare il meccanismo di ‘try-and-buy’ verso la versione enterprise. Insomma, per il verticale open sostenibile dovremo attendere che la domanda aumenti, e l’ecosistema si sviluppi di conseguenza. L’ambito applicativo oggi è quindi troppo dipendente dal vendor che sviluppa il software in modalità open source, non diversamente da quanto accade nel mondo del software proprietario.
Storicamente infrastrutture e server sono senz’altro le aree in cui l’open si è sviluppato prima, in cui esistono numerose soluzioni e spesso con anni alle spalle, ben documentate e con molti player capaci di fornire supporto e integrazioni.

 

Marco Pancotti. L’open source è tanto più forte tanto più sta lontano dal contesto applicativo di fascia alta. Per cui è forte nei sistemi operativi (GNU/Linux), negli ambienti di sviluppo (C, Java, linguaggi di scripting vari, Eclipse e altri IDE, editor, librerie), nei browser e linguaggi per il browser (Javascript, HTML5/Css), nei database non strategici (Mysql e PostgreSql) e negli ambienti ‘mobile’ (Android).
Vi è una presenza parziale nell’ambito del monitoraggio e controllo del networking, anche se l’offerta proprietaria è dominante, mentre l’offerta open source nell’ambito della virtualizzazione è limitata all’impiego sui desktop.
Nell’area office l’open source è quasi assente anche se nelle aziende c’è qualche utente OpenOffice o LibreOffice in ambito Linux. Nell’area ERP è totalmente assente, così come nei database strategici, dove imperano Oracle e SQL Server, nell’ETL e nella business intelligence. L’unica area di classe enterprise dove si salva è il CRM, ma a fatica.

 

 

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