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27/11/2015

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Oltre i miti e gli stereotipi, la concretezza di IBM

Dal nuovo data center nato supportando lo standard SoftLayer alla possibilità di mettere nella nuvola anche server ‘bare metal’, passando da Bluemix piattaforma PaaS per la digital innovation. Queste tra le principali caratteristiche di un’offerta distintiva.

Realizzare il cloud in modo efficace per il business è oggi un’opportunità concreta e reale, ma per fare questo passo bisogna andare oltre i tanti stereotipi e miti radicati nel senso comune anche di molti responsabili IT: “Il cloud è oggi un’alternativa possibile per il business e per le strutture IT, bisogna solo condividere tra tutti i possibili interessati i fatti reali che caratterizzano questa tematica, e non lasciarsi frenare dal sentito dire ed essere consapevoli che nel tempo, invece, sono state superate molte delle problematiche iniziali”. Così Andrea Viarengo, IBM cloud services, sales leader di IBM Italia nel suo intervento introduttivo all’evento ‘IBM Cloud: Dream IT! Build IT!’ organizzato nelle scorse settimane a Bologna. Il primo dato di fatto importante è che oggi IBM Italia, con un investimento di oltre 50 milioni di euro, apre a clienti e partner le porte del nuovo data center di Cornaredo, in provincia di Milano, progettato per il cloud e integrato nell’architettura mondiale di SoftLayer. Un’infrastruttura che oggi vede attivi 40 data center disegnati, realizzati e operativi secondo una serie di standard predefiniti che rendono queste infrastrutture omogenee e quindi aperte a una piena cooperazione tra loro. Una rete che si estende naturalmente in Europa, negli Stati Uniti, ma anche in Giappone, Australia, India, Cina, Brasile e in altri Paesi al centro di geografie dove c’è quel nuovo business che interessa a molte delle aziende italiane che hanno da tempo, o che stanno sviluppando, una vocazione internazionale. Un’architettura supportata da un network privato ‘carrier grade’ basato su POP di proprietà e con una performance sul fronte della connettività tra data center di oltre 2.000 Gbps. “Tenendo presente che ogni data center ha la capacità di ospitare al suo interno al-meno 11.000 server. È possibile capire quale capacità elaborativa IBM sia in grado oggi di mettere a disposizione dei suoi clienti”, commenta Viarengo.

Integrazione e trasformazione per le aziende che vogliono crescere
“Uno dei miti del cloud che è stato smontato dagli analisti è per esempio quello secondo il quale questa nuova infrastruttura può essere realizzata solo con risorse IT virtualizzate. IBM è tra quelle realtà che dimostra che questa affermazione non è vera e infatti le risorse IT di un’azienda nella nostra offerta possono essere posizionate in cloud anche attraverso una configurazione ‘bare metal’. Una soluzione utile quando per esempio si vogliono spostare in cloud, anche solo temporaneamente, delle risorse molto complesse come i data base ad alte prestazioni. Infatti per garantire queste ultime, in molti casi il cloud realizzato attraverso la virtualizzazione molte volte non basta”. Garantire quindi una soluzione alternativa alla virtualizzazione è indispensabile per dare alle aziende la possibilità di implementare le opportunità del cloud in modo semplice ed efficace: “Il cloud è prima di tutto capacità di integrazione con quello che oggi è presente nell’IT dell’azienda. Non deve invece portare a uno stravolgimento dell’esistente, perché il cloud deve abilitare prima di tutto un percorso di trasformazione che va nella direzione di un migliore supporto al business”. Un secondo importante mito da sfatare è poi quello che sostiene che l’opzione cloud sia sempre più economica della tradizionale configurazione on premise delle risorse IT aziendali. “Se il cloud viene implementato senza una visione strategica che porta il nuovo modello a complementare o a modificare il modello di business dell’azienda abilitando importanti innovazioni, questa affermazione non è sempre vera. Portare nel cloud un sistema statico che non vuole crescere, solo per cercare un risparmio nella gestione delle risorse IT può significare andare incontro a delle sorprese non piacevoli. D’altra parte un server on premise installato in un ambiente aziendale tra
dizionale è difficile che non sia più economico da gestire in loco rispetto a una risorsa computazionale operativa in modalità IaaS ospitata in un data center Tier IV con caratteristiche di sicurezza, ridondanza e connessioni ad alta velocità inserito in un’architettura internazionale insieme ad altri data center gemelli”.

Consapevolezza, trasparenza e semplicità
Un altro terzo mito, tra i tanti, che Viarengo sottolinea è quello che riguarda le modalità di provisioning self service che servono per configurare il proprio ambiente cloud: “Il cloud è ‘semplice’ da mettere in produzione quando le persone hanno ben chiaro come utilizzarlo. Con questa consapevolezza, utilizzando le modalità self service, un’azienda in 15 minuti ha a disposizione le risorse elaborative, di storage e di networking per i suoi progetti, che invece attraverso un tradizionale processo di procurement dell’IT ottiene dopo diverse settimane. Se invece l’azienda non sa come utilizzare il cloud, allora il rischio è quello di comprare cose sbagliate e alla fine spenderà di più”. In questo senso, l’invito del manager è aperto a tutti: “Chiunque senza impegno può visitare il sito di SoftLayer - www.softlayer.
com – e apprezzare il fatto di vedere immediatamente i prezzi delle risorse messe a disposizione e come il costo di una configurazione può variare a seconda di quello che si sta comprando. Un utente può comporre la configurazione di una risorsa IT in cloud con la stessa facilità con la quale oggi ognuno di noi si organizza un viaggio su un sito travel”.


Bluemix una piattaforma per la digital innovation
Se SoftLayer è l’architettura che dà concretezza alla visione cloud di IBM, e provvede anche a tutte le esigenze di Infrastrutcure as a Service, sul fronte invece del Software as a Servi-  ce l’offerta oggi è basata su oltre 100 pplicazioni disponibili, sia di IBM sia di terze parti, in primis le soluzioni SAP. Ma IBM crede anche molto nel terzo elemento che dà concretezza alle strategie cloud delle imprese, ovvero il Platform as a Service, elemento che in questi anni è stato marginalizzato da molti altri operatori: “Bluemix è una piattaforma in grado di costruire applicazioni componendo servizi che già esistono nel mondo cloud – dichiara Davide Albo, Bluemix sales specialist di IBM Italia. L’API economy mette a disposizione servizi che qualcuno ha già sviluppato, molto spesso nel mondo open, per comporli e ottenere così applicativi focalizzati sulle proprie esigenze di business senza dover scrivere una riga di codice”. Bluemix rende concreti tre concetti, legati intrinsecamente tra loro, che oggi caratterizzano la digital innovation: “Il primo è la
capacità di offrire una piattaforma semplice agli utenti che lavorano in azienda e che non sono degli specialisti IT, come per esempio i colleghi del marketing, e a quelli del cliente a cui siamo chiamati per dare un servizio. Il secondo è la capacità di rivedere anche profondamente i processi aziendali apportando quella innovazione necessaria per dare concretezza alla visione di un business sempre più digitale. Il terzo è portare cambiamenti radicali all’interno dell’azienda, perché lo strumento propone una ‘metafora’ nuova che cambia profondamente il modo di lavorare delle persone”. Bluemix è la più grande implementazione al mondo basata su Cloud Foundry e a oggi i servizi disponibili sono oltre 140. Vanno dalle capacità analitiche generate dall’esperienza IBM di Watson alle gestione dei contesti mobile e internet of things, e altri forniscono funzionalità di integrazione e sicurezza. Ma Bluemix sta crescendo velocemente: “Già oggi Bluemix vede un miliardo di chiamate quotidiane alle sue API; più di 2.000 nuovi utenti si registrano ogni giorno e ogni mese vengono create oltre 110.000 applicazioni basate su questi servizi... Ma questi numeri sono in crescita”.

 

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