Estate 2019
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10/02/2016

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Lo stato dello smart working

Aumento della produttività, crescita dei profitti e impatto sulla reputazione aziendale sono i vantaggi che emergono da un studio. Con le reti e le tecnologie in generale che rivestono un ruolo centrale.

Qual è l'adozione odierna dello smart working? E come viene percepito da parte di lavoratori e imprese? La risposta a queste domande vuole darla la ricerca Flexible Work: Friend or Foe? (Lavoro flessibile: amico o nemico?) realizzato da Morar per conto di Vodafone e condotto su una popolazione di 8000 individui divisa in lavoratori e datori di lavoro, manager e dirigenti di piccole e medie imprese, organizzazioni del settore pubblico e multinazionali di 10 paesi (Italia compresa). Dai risultati emerge che il 75% delle aziende, a livello globale, ha introdotto politiche di lavoro flessibile per consentire ai loro dipendenti di organizzare in modo più autonomo la propria giornata di lavoro, utilizzando le tecnologie più avanzate per lavorare da casa o in mobilità. Coloro che hanno adottato pratiche di lavoro flessibile, affermano quindi di aver notato un significativo miglioramento delle prestazioni e, in particolare, individuano tre assi lungo i quali si evidenziano i maggiori effetti positivi: aumento della produttività (83%), crescita dei profitti (61%) e impatto sulla reputazione aziendale (58%). In tale contesto è stato quindi fatto notare il ruolo delle reti mobili di ultima generazione 3G e 4G, utilizzate rispettivamente dal 24 e 18% degli intervistati, nonché dei servizi cloud e della banda ultra larga fissa: il 61% degli intervistati, infatti, utilizza il proprio servizio di banda larga di casa per accedere alle applicazioni di lavoro tramite smartphone, notebook o tablet. Lo studio ha anche analizzato le ragioni per le quali, secondo il 20% degli intervistati, la propria azienda non ha ancora adottato politiche di lavoro flessibile, evidenziando, di fatto, pregiudizi culturali nei confronti di questo strumento. Per il 33%, infatti, il lavoro flessibile non si concilia con la mentalità dell’organizzazione. Esistono poi preoccupazioni relative all’equa distribuzione del lavoro e ai possibili attriti tra dipendenti che lavorano in modo flessibile e quelli che non lo fanno (rispettivamente il 25 e 30%). Il 22%, infine, crede che i dipendenti, qualora gli fosse concesso di adottare modelli e tecnologie di lavoro flessibile, non lavorerebbero con lo stesso impegno. Tra i lavoratori che non usufruiscono ancora del lavoro flessibile emerge però che l’introduzione di questo strumento all’interno della loro realtà avrebbe un impatto positivo sulla motivazione dei dipendenti (55%), sulla produttività (44%) e sui profitti (30%).

Dipende da paesi e generazioni
Esistono differenze significative tra gli approcci dei diversi paesi rispetto al lavoro flessibile. Il Regno Unito, ad esempio, è al comando nella classifica della fiducia tra datori di lavoro e dipendenti – solo l’8% dei datori di lavoro britannici ha manifestato timori in merito a una possibile diminuzione dell’impegno da parte dei propri dipendenti nel caso vengano implementate politiche di lavoro flessibile. Valore che, fa notare lo studio, sale invece al 33% nel caso di Hong Kong. Per quanto riguarda la consapevolezza rispetto alle procedure sulla sicurezza, si nota che il 52% dei dipendenti tedeschi intervistati ha rivelato di non essere a conoscenza delle politiche di sicurezza della propria azienda in merito al lavoro flessibile, contro il 23% dei lavoratori indiani. Passando invece alle modalità di svolgimento, il 71% dei lavoratori spagnoli intervistati usa il proprio smartphone per lavorare in modo flessibile fuori dal posto di lavoro rispetto al 38% nel Regno Unito e al 27% in Germania. Viene anche spiegato che lo studio rivela notevoli differenze generazionali. In primis, il fatto che i giovani tendono a utilizzare le tecnologie che abilitano il lavoro da remoto, tra cui i servizi cloud, di messaggistica avanzata e video conferenza, spontaneamente e senza problemi. Ne consegue che per il 72% dei giovani tra i 18-24 anni il lavoro flessibile migliorerebbe la qualità del loro lavoro. Diversamente, tra gli intervistati oltre i 55 anni questa percentuale scende al 38%. Per quanto riguarda l'Italia, il 40% dei lavoratori italiani coinvolti nel sondaggio non ha ancora adottato politiche di lavoro flessibile, le quali sono state invece utilizzate dal 31% dei lavoratori, posizionandola al penultimo posto tra tutti i Paesi coinvolti nella ricerca, seguita solo da Hong Kong (22%). Interrogati rispetto alla scarsa adozione di politiche di lavoro flessibile, il 38% degli intervistati risponde che esse non si conciliano con il proprio ruolo, il 43% preferisce l’attuale organizzazione, mentre il 9% pensa che potrebbe influire negativamente sulla propria carriera. Passando alla percezione che i dipendenti hanno della propria organizzazione, alla domanda “se fosse chiesto alla propria azienda di lavorare in modo più flessibile”, il 34% dei dipendenti ritiene che i vertici rifiuterebbero la richiesta, il 25% accetterebbe ma con alcuni dubbi e solo il 16% lo adotterebbe senza riserve. Infine, il 39% ammette di non aver scelto spontaneamente di utilizzare modalità di lavoro flessibile ma perché richiesto dall’azienda, mentre il 72% degli intervistati ritiene che questa modalità abbia ampio margine di miglioramento. Il part-time (36%) e l’orario flessibile (37%) sono le opzioni maggiormente utilizzate dai lavoratori, seguite dalla possibilità di lavorare in altri luoghi, come per esempio da casa (22%). Il 42% degli intervistati dichiara di adottare regolarmente il lavoro flessibile e il 34% lavora da casa alcune volte durante la settimana, mentre il 21% lo fa una volta ogni due settimane. Per il 54% degli intervistati, un miglior equilibrio tra vita privata e lavorativa è infine preferibile a un maggior guadagno (50%) nel momento in cui si è alla ricerca di nuove opportunità. La ricerca fa notare che sia le aziende che i lavoratori, riconoscono i benefici offerti dal lavoro flessibile: per l’80% dei lavoratori migliora la propria vita personale e per il 91% dei datori di lavoro ha effetti positivi sull’azienda. Il 42% sceglie il lavoro flessibile per migliorare l’equilibrio tra la propria vita privata e quella lavorativa: in particolare, il 32% degli intervistati lo ritiene un vantaggio per occuparsi meglio della famiglia mentre solo l’8%, a pari merito, lo sceglie per evitare la routine, ridurre i costi degli spostamenti lavorando quando e dove preferisce. Il 42% dei lavoratori che già beneficiano del lavoro flessibile ha riscontrato un miglioramento dell’equilibrio tra vita personale e lavorativa: un miglioramento che si riflette sulla produttività, dal momento che l’84% delle aziende ha registrato un incremento della produttività dei lavoratori. Per quanto riguarda i benefici generati dal lavoro flessibile, secondo il 47% degli intervistati esso produce effetti mediamente positivi sulla propria vita. Il 48% vede invece un miglioramento per l’azienda, mentre il 60% considera il lavoro flessibile come un’opportunità sia per il business che per i dipendenti. La qualità del lavoro prodotto (59%), la soddisfazione (69%), le relazioni con i propri colleghi (56%), amici e familiari (76%), la felicità personale (75%) sono tra gli aspetti più menzionati nell’indagare i benefici del lavoro flessibile. Lo smartphone personale si riconferma infine il dispositivo più usato da chi lavora fuori dall’ufficio (58%), seguito dal PC desktop (27%) e dal notebook personale (23%); da evidenziare che solo al 14% degli intervistati viene fornito lo smartphone aziendale (una percentuale che sale al 18% nel caso del notebook). Gli italiani risultano infine mediamente più tecnologici dei propri colleghi tedeschi e inglesi: il 40% utilizza soluzioni di audio e web conferencing senza problemi, il 38% di video conferencing e l’80% controlla regolarmente la mail da smartphone.

Così le organizzazioni italiane
Il 70% delle aziende italiane intervistate ha adottato politiche di lavoro flessibile e, tra il 24% di quelle che non ne hanno ancora implementate, il 72% si mostra potenzialmente favorevole – mentre solo il 6% risulta contrario. In linea con i risultati complessivi della ricerca, coloro che lo stanno utilizzando, hanno riscontrato un aumento della produttività (84%) e un miglioramento del morale dei dipendenti (75%) e tra le pratiche di lavoro flessibile più comuni, troviamo l’orario flessibile (43%), il part-time (44%) e il lavoro ripartito (37%). Di nuovo, tra le principali ragioni che spingono le aziende a non introdurre questa pratica vengono invece evidenziati: i possibili attriti tra coloro che lo praticano e chi no (32%), il timore che i lavoratori non lavorino a pieno regime (29%) o che il lavoro non sia distribuito equamente (22%) e la mancanza di dispositivi tecnologici (18%). La scarsa confidenza con i dispositivi tecnologici, infatti, rappresenta, per molti una barriera per il lavoro da casa dal momento che il 40% non sa come utilizzare soluzioni di audio e web conferencing e il 43% le soluzioni di video conferencing.

 

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