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15/10/2015

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IT sempre più al centro di Humanitas

Essere all’avanguardia dei trend della medicina: questo l’obiettivo e lo stile che contraddistingue Humanitas. Un approccio che non riguarda solo gli aspetti clinici, di ricerca e di formazione: coinvolge anche l’organizzazione e quindi le scelte tecnologiche a supporto dei processi aziendali. Ne parliamo con Luciano Ravera, Amministratore Delegato.

Nel 2016 l’Istituto Clinico Humanitas compirà 20 anni e continuerà in un percorso di crescita verso l’eccellenza medica articolato su tre filoni: l’attività clinica, la ricerca scientifica e la formazione Universitaria. L’obiettivo è diventare sempre più un punto di riferimento internazionale per pazienti, medici, ricercatori e studenti. In questo scenario, l’IT gioca un ruolo da protagonista nel processo di innovazione che si connota da un lato come facilitatore di nuove attività, dall’altro anche come strumento essenziale per il miglioramento continuo. Ne sono testimonianza gli ultimi importanti progetti, come la cartella clinica elettronica, l’interesse verso la bioinformatica e lo sviluppo dei sistemi esperti basati sull’intelligenza artificiale. Di tutto questo parliamo con Luciano Ravera, Amministratore Delegato dell’Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.


Qual è, brevemente, la storia di Humanitas? E quali sono gli elementi che contraddistinguono la vostra mission?
Nel 2016 compiremo 20 anni, Humanitas ha infatti accolto il primo paziente nel marzo del 1996. Oggi siamo una realtà ‘adulta’ e ben consolidata in un settore che per tradizione è regolato e controllato dal mondo pubblico. All’inizio di questa avventura non eravamo più di cento persone: in Sanità eravamo degli outsider e ci siamo da subito connotati per un approccio originale e coraggioso. Da subito infatti abbiamo voluto caratterizzarci come un ospedale privato che svolge un servizio pubblico, un luogo di cura aperto 24 ore al giorno per 7 giorni alla settimana. Nel 2003, a conferma di questa vocazione, abbiamo attivato un pronto soccorso ad alta specialità. Una volta consolidata l’attività clinica - da dieci anni siamo un Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico, Irccs - abbiamo sviluppato quella di ricerca e la didattica universitaria, dapprima in collaborazione con l’Università di Milano e dallo scorso anno autonomamente con la nascita di Humanitas University. Crediamo infatti che un ospedale non può connotarsi come ‘eccellente’, ovvero offrire sempre uno stardard di alto livello nei suoi percorsi di cura e nei suoi servizi in genere, se non è in grado di coniugare al meglio tre attività essenziali in medicina: clinica, ricerca e didattica.


In questo scenario che ruolo gioca la tecnologia e l’innovazione in genere?
Da sempre sia la tecnologia sia l’innovazione in Humanitas sono fondamentali. Abbiamo sempre detto al nostro interno: “Siamo un policlinico, ma siamo anche un politecnico”. Quindi le tecnologie e le innovazioni sono elementi essenziali per dare un servizio migliore ai nostri pazienti. Nella nostra missione dichiariamo l’obiettivo, e non è uno slogan, di fornire servizi ai pazienti in un’ottica di continuo miglioramento. Per quanto riguarda l’utilizzo di apparecchiature medicali ad alta tecnologia in molte aree raggiungiamo livelli di eccellenza Per esempio, in radioterapia e nelle sale di neurochirurgia abbiamo apparecchiature all’avanguardia che nel mondo oggi sono in pochi ad avere. Ma fin dalla nostra nascita ci siamo sempre detti che tecnologia significa anche IT. Questo perché solo gestendo bene i dati possiamo riuscire a governare e controllare i processi e quindi a migliorarli puntando sempre alla qualità. Inoltre, visto l’obiettivo del miglioramento continuo in tutto quello che facciamo, l’IT non può non avere anche l’importante compito della misurazione di tutte le nostre attività. È fondamentale per Humanitas, ma credo che sia un tema fondamentale per la medicina in generale così come lo è per molti altri settori. Spesso in medicina si parla di qualità, ma il rischio è quello di rimanere sempre legati a concetti astratti o soggettivi. Grazie alla misurazione, l’IT ci permette di essere anche molto concreti, misurando i nostri processi e i nostri risultati in modo trasparente. La misura zione è quell’attività che rende davvero il miglioramento continuo non uno slogan, ma un progetto concreto. In questo scenario abbiamo raggiunto anche risultati di cui siamo orgogliosi.


Approfondisca brevemente questo punto.
Humanitas crede fortemente nel processo di valutazione. Per questo ha scelto di dotarsi di Advisory Board internazionali per la valutazione delle proprie attività di ricerca preclinica - l’advisory board è diretto dal premio Nobel Rolf Zinkernagel - di clinica e ricerca in ambito oncologico, e di didattica. L’ente di certificazione della qualità ospedaliera Joint Commission International, il più importante al mondo di questo settore, ci ha riconosciuto lo scorso giugno il quinto riaccreditamento consecutivo della certificazione ottenuta nel 2002, la più significativa a livello mondiale per servizi clinici e organizzativi. Ogni riaccreditamento è valido per tre anni, e nel 2017 saranno ancora poche le grandi realtà ospedaliere al di fuori degli USA che potranno vantare 15 anni consecutivi di accreditamento da parte di questa importante entità. Siamo stati, nel 2002, il primo policlinico italiano a ottenere questo risultato e si tenga conto che la complessità della certificazione aumenta in parallelo alla complessità dell’ospedale. Siamo oggi una grande realtà ospedaliera con oltre 750 posti letto con una gamma di tipologie di intervento estremamente ampia. A questo risultato ha di sicuro contribuito anche l’IT che ci permette di gestire le informazioni e i processi oltre che misurare i risultati.


Cosa vuol dire per voi ‘mettere il paziente al centro’, uno slogan molto usato e abusato nel mondo della salute in genere?
Il paziente è al centro della nostra mission e dei valori che ne guidano, giorno dopo giorno, la concreta realizzazione: eccellenza, innovazione, responsabilità, passione. Humanitas si è organizzata in centri specializzati nella cura dei tumori, delle malattie cardiovascolari, di quelle neurologiche e ortopediche - oltre a un centro oculistico e a un Fertility Center - cui si aggiungono la medicina interna e i servizi come tessuto connettivo dell’intero ospedale. L’obiettivo è seguire il paziente al meglio e in un’ottica multidisciplinare nel suo percorso di cura. In ogni centro di eccellenza lavorano infatti professionisti specializzati in diversi ambiti che intervengono in modo coordinato portando ognuno il proprio specifico contributo. Per esempio, nel caso della cura di un tumore, il paziente in Humanitas viene supportato da un team che vede la presenza di un chirurgo, di un oncologo, di un radioterapista, di un medico nucleare, di un radiologo e di un patologo.
Ovvero il paziente viene seguito a 360 gradi e non ha la preoccupazione di doversi rivolgere di volta in volta allo specialista di cui ha bisogno nei diversi momenti del suo percorso di cura. Lo sforzo che abbiamo fatto e che ci impegniamo quotidianamente a fare è mettere insieme professionalità diverse che devono coordinarsi tra loro per seguire il percorso di ogni singolo paziente nella sua totalità. Ma sia nella fase più acuta della malattia e sia nel follow up, il paziente è seguito anche da tutta l’organizzazione ‘non medica’ di Humanitas: il nostro obiettivo infatti è sempre quello di garantire continuità. Siamo inoltre fortemente impegnati nell’ambito della prevenzione e degli screening. In generale però sempre più cercheremo di occuparci di salute in senso lato: facciamo del nostro meglio per curare i malati, ma vogliamo anche intervenire per evitare che le persone si ammalino. Questo secondo me vuol dire veramente mettere il paziente al centro...


Cosa significa mettere il paziente al centro dal punto di vista dell’IT, e cosa significa questo sotto il profilo sia dell’efficacia e sia dell’efficienza?
Nell’ambito IT, ‘paziente al centro’ vuol dire mettere ‘in mano’ al paziente i dati relativi alla sua salute: da tempo infatti stiamo lavorando a soluzioni di Patient Portal e oggi sempre di più stiamo andando su soluzioni applicative fruibili in mobilità, ovvero smartphone e tablet, naturalmente con tutti i meccanismi di sicurezza e di salvaguardia della privacy richiesti dalla cautela nel trattamento di informazioni sanitarie personali. Stiamo ripensando l’erogazione dei servizi in un’ottica di ‘patient empowerment’, fornendo la possibilità di leggere da qualsiasi device i propri referti, di prenotare visite, di eseguire una serie di transazioni... Tutto quello che può facilitare la vita del paziente evitandogli spostamenti inutili, tempi di attesa e code per ricevere tutte le informazioni di suo interesse e dare corso alla pianificazione dei suoi appuntamenti. Dentro l’organizzazione dell’ospedale mettere il paziente al centro vuol dire, invece, garantire una qualità di gestione del dato relativo a ogni singolo soggetto che permette di non perdere mai una qualsiasi informazione di dettaglio relativa al suo percorso di cura. Un paziente del quale conosciamo tutto il percorso viene curato meglio. Tutto quello che ha a che fare con l’efficacia delle cure nella nostra realtà si riverbera anche sul tema dell’efficienza dell’organizzazione: se gestiamo bene i processi di cura, va da sé che siamo anche efficienti, ed evitiamo sprechi e perdite di tempo. Siamo convinti del fatto che in sanità, così come in tanti altri settori, qualità ed efficienza possono davvero marciare sulla stessa strada. Sicuramente la tecnologia informatica può permetterci di essere più efficienti e ci permette anche di affinare progressivamente il nostro modello organizzativo in coerenza con la strategia di miglioramento continuo a cui ho accennato prima. Ci siamo sempre detti che vogliamo essere precursori dei trend della medicina, e questo approccio non riguarda solo gli aspetti clinici, di ricerca e relativi alla formazione, ma naturalmente riguarda anche l’organizzazione. Uno dei punti di forza di Humanitas è che quando parliamo di un nuovo servizio da offrire ai pazienti, dalla ‘progettazione dei muri’ alle tecnologie necessarie, da come si disegna il sistema informativo di supporto all’identificazione di quanto ci serve... Tutto questo viene affrontato da gruppi multidisciplinari in cui sono presenti medici, infermieri, ma anche gli ingegneri e gli economisti sanitari che lavorano in Humanitas. Adottando una logica multidisciplinare nel processo progettuale credo che si riesca sempre a partire avvantaggiati rispetto alle situazioni in cui le decisioni vengono prese da ristretti gruppi omogenei.


Magari è più difficile mettere insieme professionisti con sensibilità e culture diverse tra loro...
Naturalmente ci vuole tempo e un grande lavoro finalizzato a far convivere e lavorare insieme culture professionali diverse, ma come dicevo curando bene la parte iniziale di un progetto, il successivo sviluppo è più facilitato. In questi vent’anni Humanitas ha percorso una strada in cui si è sempre puntato sul fatto che il medico con centrandosi sugli aspetti clinici del trattamento ospedaliero abbia anche modo di confrontarsi con le altre professionalità presenti in Humanitas, e non solo quelle sanitarie, per garantire il percorso ottimale di cura del paziente. Tutto questo mantenendo un occhio sempre vigile anche verso il buon utilizzo delle risorse, quindi con un concetto, oggi dovuto, di sostenibilità in sanità. Siamo in un periodo difficile per il Paese, si parla in continuazione di tagli alla sanità e se non si vogliono tagliare servizi, cosa di cui noi siamo profondamente convinti, dobbiamo tutti operare con sobrietà e gestire al meglio le risorse che abbiamo.


Cosa chiede personalmente al Cio di Humanitas?
Il Cio ha due grandi obiettivi: sostenere lo sviluppo dell’innovazione, di cui ho già parlato, e mantenere il più possibile efficiente la gestione ordinaria. L’IT ci deve quindi aiutare sia a guardare avanti, dandoci supporto nel lancio di nuovi progetti, sia a gestire l’esistente in maniera attenta, efficiente e sempre più rapida. Qualità e innovazione non vanno in contraddizione ai concetti di sostenibilità e di miglioramento continuo di tutta l’organizzazione. Lo dimostra il fatto che Humanitas da anni è studiata come case nel Master in Business Administration dell’Università di Harvard.


Ci può brevemente accennare a qualche progetto IT particolarmente innovativo portato avanti nell’ultimo periodo?
Il progetto di sicuro più innovativo dell’ultimo biennio, tutt’ora in corso, è la cartella clinica elettronica, grazie a questo Humanitas oggi è vicina a essere un ospedale ‘paperless’. Anche questo slogan è abusato da molti, ma in pochi concretamente sono riusciti a raggiungere questo risultato. Oggi siamo vicini a tagliare questo importante traguardo. Cartella clinica elettronica di nuovo vuol dire portare grandi vantaggi al paziente, poiché grazie a questa il medico ha facilità e disponibilità di accesso a tutti i dati necessari durante il percorso di cura. Per il medico di Humanitas il vantaggio della nuova cartella clinica elettronica invece arriverà soprattutto dalla ricerca clinica, uno degli asset della nostra attività. La cartella clinica elettronica infatti ci ha consentito di rivedere e migliorare sia i processi interni sia, il progetto è in corso, di ampliare i dati messi a disposizione raccogliendo anche tutte le informazioni dalle apparecchiature medicali relative ai trattamenti di ogni singolo paziente In parallelo il lavoro che stiamo facendo sul web con il nostro Patient Portal ci permette di raggiungere due obiettivi: dare al paziente la consapevolezza del suo stato di salute e metterlo quindi in una condizione di ‘responsabilità’. Inoltre ci permette di semplificare alcuni aspetti di back office consentendo al paziente di accedere, naturalmente in modo protetto, ai suoi dati anche dai suoi device mobili. Un terzo progetto a cui Humanitas dà un’importanza rilevante è il Clinical Performance Information System, per mettere a disposizione dei medici indicatori e dati generati dai processi clinici che sono poi la base per pianificare le nostre future azioni di miglioramento continuo. Mettendo a disposizione, quasi in tempo reale, una serie di parametri qualitativi inerenti l’attività clinica, per esempio su mortalità, infezioni, degenza media, allora insieme ai medici possiamo lavorare su questi indici con lo scopo di migliorare le cure che offriamo. Di nuovo quindi facendo il bene del paziente, riusciamo a fare anche il bene dell’organizzazione.


L’IT in ambito sanitario è generalmente confinata a un ruolo di gestione dei processi amministrativi o in alcune aree diagnostiche ben precise. Da qualche anno però si cerca di estendere il raggio d’azione della scienza dell’informazione all’ambito della ricerca medica – bio-informatica –, ma anche a supporto sempre di più del metodo clinico configurando dei ‘sistemi informatici avanzati’, basati sull’intelligenza artificiale. In questi due ambiti cosa state facendo?
Da sempre abbiamo ritenuto che l’informatica deve stare al centro dell’organizzazione dell’ospedale, non è quindi soltanto una tecnologia a supporto degli amministrativi, o che riguarda solo alcune nicchie. Coinvolge invece tutti i professionisti di Humanitas nella loro attività quotidiana. Detto questo essendo un Istituto di ricerca siamo molto interessati a questi due temi, anche come Humanitas University. Formare i nuovi medici sui temi della bioinformatica significa dare loro metodo e aiutarli a far si che queste soluzioni diventino uno strumento di lavoro quotidiano. È un punto sul quale crediamo e sul quale stiamo investendo. Nell’ambito intelligenza artificiale, da poco tempo partecipiamo a un’iniziativa internazionale piuttosto conosciuta non solo dagli operatori dell’ambito sanitario. Humanitas è una delle sedi ospedaliere in cui questo sistema viene testato sia come strumento didattico sia su due progetti di ricerca. Vogliamo capire da vicino il vero valore che può dare l’intelligenza artificiale al lavoro del medico, poiché siamo comunque convinti che non arriverà mai a sostituire il professionista. Sono sicuro però che strumenti di questo tipo possono essere utili per affinare la lettura e la comprensione dei dati e possono rendere anche i percorsi diagnostici-terapeutici sempre più razionali e sempre meno influenzabili dalla soggettività del medico. La ‘scienza medica’ in parte oggi è ancora un’arte, mentre dobbiamo tutti provare a farla diventare sempre più scienza. Penso che Humanitas sia senz’altro a livello italiano un esempio d’avanguardia del tentativo di coniugare la bioinformatica, ma direi l’IT in genere, alla scienza medica.

In che tempi, secondo lei si potranno vedere queste tecnologie oggi d’avanguardia operative sul campo su una base molto larga di tipologie di intervento?
È mia opinione che, parlando in generale e non nello specifico di Humanitas, in diversi ambiti come i temi della biologia molecolare e della genetica siamo già molto vicini a vedere come risultati concreti generati da ricerche in questi campi possano andare a influenzare la cura dei pazienti. Sul tema invece dei sistemi esperti basati su tecnologie informatiche che diventano di largo ausilio nella cura delle malattie dovremo aspettare ancora qualche anno. Non parlo però di decenni, parlo solo di qualche anno. Sono ottimista perché vedo due diverse tendenze nel mondo della salute che risultano assolutamente convergenti: c’è un’informatica che si sta affinando sui temi della medicina e c’è anche una medicina che sta facendo passi da gigante sui temi della biologia molecolare e della genetica. Questi due trend mi sembrano assolutamente convergenti e questo mi fa ritenere che vedremo dei risultati concreti nel giro di qualche anno.


In generale il rapporto tra IT e classe medica è sempre molto difficile. Come affrontate le barriere al cambiamento che eventualmente possono emergere nelle vostre strategie di crescita?
Cerchiamo sempre di caratterizzare il nostro approccio all’innovazione partendo dall’obiettivo di apportare cambiamenti importanti in senso ampio, e abbiamo una strategia di coinvolgimento multidisciplinare. È stato così per esempio per il progetto di cartella clinica elettronica, che si caratterizza prima di tutto come un progetto che porta con sé un importante cambiamento organizzativo, che passa attraverso l’IT. Non è quindi semplicemente un progetto informatico. Per partire con il piede giusto è quindi sempre importante comunicare quali benefici si aspetta di raccogliere Humanitas nel suo complesso, ma anche le singole componenti nelle quali è articolata. In ogni progetto fin da subito coinvolgiamo, ed è questa la parola chiave, i clinici - medici, infermieri, tecnici di radiologia, fisioterapisti... - e naturalmente anche tutte le diverse figure amministrative. Lo sforzo è quello di disegnare insieme il nuovo processo che stiamo immaginando e quindi definire cosa deve fare la tecnologia per gestire il nuovo processo. Questo è l’approccio che abbiamo sempre avuto nei 20 anni della nostra storia. Già all’inizio, e all’epoca non era per niente scontato, noi abbiamo sempre puntato sul fatto che ogni volta che un medico visitava un paziente, dovesse poi scrivere il referto al computer. Oggi questo è abbastanza scontato, ma nel 1996 siamo stati sicuramente dei precursori. Nel nostro caso quindi il rapporto medici e IT è sempre stato gestito presentando la tecnologia informatica come uno strumento in grado di agevolare il lavoro del clinico. Tutto sommato quindi, grazie a questa impo stazione iniziale non abbiamo mai avuto grossi problemi nel gestire barriere al cambiamento in relazione all’IT. C’è da dire che oggi rispetto al passato ci troviamo poi una nuova generazione di medici che rispetto ai colleghi più anziani hanno un rapporto positivo, ma direi simbiotico, con la tecnologia e quindi si aspettano che Humanitas abbia la capacità di mettere in campo delle soluzioni di avanguardia, come per esempio la possibilità di lavorare con la cartella clinica elettronica sul tablet e sullo smartphone. Detto questo sicuramente qualche volta assistiamo a delle resistenze al cambiamento non tanto rispetto all’IT, ma nei confronti dei processi di trasformazione organizzativi. Sicuramente non sempre determinati cambiamenti sono facili da comprendere. Per esempio quando abbiamo proposto l’organizzazione per centri specialistici, abbiamo intrapreso un importante lavoro per spiegare bene ai medici di che cosa si trattava e degli obiettivi che Humanitas si era posta: coinvolgerli fin dall’inizio è stata la chiave vincente per agevolare il successivo lavoro in team.


Può dire qualcosa di più sulle strategie di change management messe in campo nei cambiamenti organizzativi più rilevanti?
La gestione di un ospedale è molto complessa. È infatti un ambiente dove si lavora sulle persone, i pazienti, e con le persone, il personale clinico e quello amministrativo, è quindi molto ‘labour intensive’, e oggi Humanitas conta 2.500 persone circa. Un ospedale però è un’attività anche molto ‘capital intensive’, necessita di tanti investimenti in macchinari e apparati anche d’avanguardia. Non è così facile trovare aziende che allo stesso tempo sono capital e labour intensive e con una varietà così ampia di processi e di offerta di servizi; in più andiamo direttamente a toccare, nel senso letterale del termine, le persone. Il management di un ospedale secondo la mia opinione è un’arte complessa che richiede, e in Humanitas l’abbiamo capito in questi 20 anni, la capacità di calibrare e far interagire tra loro saperi diversi. È scontato l’apporto di medici e sanitari in genere, ma bisogna portare anche del know how di processo e di management. Su questo credo che la grande sfida è portare i medici naturalmente a fare al meglio il loro lavoro, ma anche a far in modo che siano anche attenti ai temi di management. Non è nostra intenzione chiedergli di trasformarsi in manager, ma più precisamente chiediamo a loro di saper lavorare con manager, ingegneri, fisici e informatici; e di far sempre riferimento al contesto generale. Su questo punto noi disponiamo di un elemento di valore che possiamo mettere in gioco in tal senso che è l’Università. La formazione dei giovani medici è centrale, se sui nostri studenti siamo capaci di trasferire know how in termini di bioinformatica, di statistica, di capacità di lavorare in team e di capire che si ragiona sempre di più in contesti di risorse comunque scarse, allora abbiamo la chiave per gestire al meglio il futuro. Il grande chirurgo continuerà ad avere un ruolo centrale in medicina, ma non è più un ‘one man show’. Abbiamo tante eccellenze in Humanitas che capiscono e apprezzano l’importanza del lavoro di squadra.


Quali tra i temi che contraddistinguono oggi la trasformazione digitale – Big Data, Cloud Computing, Mobile, Social, Internet of Things – le interessano di più per quanto riguarda Humanitas e la incuriosiscono anche solo dal punto di vista personale?
In un contesto come quello di Humanitas, tanti pazienti e tanti dati, il tema Big Data è inevitabile in un’ottica soprattutto di ricerca clinica e quindi di innovazione nell’ambito delle cure dei pazienti. È un trend generale fortissimo che stiamo seguendo oggi con quanto già detto rispetto ai sistemi esperti basati su intelligenza artificiale. C’è sicuramente poi in generale il tema del mobile. Anche nel nostro contesto se riusciamo a rendere l’ospedale un po’ meno confinato all’interno delle sue mura, ma mettiamo informazioni e servizi in mano al paziente da casa, ovvero anche sul suo telefono intelligente, ne ha un beneficio sia lui e sia noi. La cartella clinica elettronica va infatti in questa direzione poiché nelle nostre intenzioni è già stata progettata per un utilizzo in mobilità. Un terzo tema a cui stiamo iniziando a guardare con molta curiosità, ma qui siamo veramente agli inizi, è quello dell’Internet of Things. Qualsiasi forma avranno, che siano orologi, braccialetti o altro ancora, sempre di più nei prossimi anni saranno disponibili tecnologie che mettono nelle mani dei pazienti dati in tempo reale relativi alla loro salute con informazioni su pressione, temperatura, frequenza cardiaca e con il tempo molte altre ancora. Sempre di più avremo quindi la possibilità di seguire a distanza il paziente. Avremo quindi maggiori possibilità di fare prevenzione, e quindi avremo meno bisogno dell’ospedale tradizionale per acuti, ma avremo semmai più bisogno di un ospedale allargato che si occupa di prevenzione e di benessere. Un caso Humanitas forse poco noto è quello che vede pazienti con problemi cardiaci ai quali sono stati impian tati un pacemaker o un defibrillatore che genera dati ogni minuto e noi possiamo quindi monitorare il funzionamento degli apparecchi in continuazione a distanza, ovvero dalla sede dell’ospedale. Funziona molto bene. Non siamo ancora all’Internet of Things perché oggi sono solo aumentate l’intelligenza e le capacità della tecnologia esistente, ma da questo schema passare all’Internet of Things è ragionevolmente possibile, non dobbiamo fare un salto quantico.


Ci può dire qualcosa di più sulle riflessioni che state facendo a proposito dell’Internet of Things?
L’Internet of Things è in generale un tema su cui chiunque si occupa di sanità, in senso lato, ci sta pensando o comunque dovrà farlo a breve. Rispetto agli altri due temi rappresenta la sfida più aperta, sulla quale stiamo cercando di capire come si potrà lavorare insieme ad altri stake holder del mondo della salute. Non può essere un tema che rimane confinato in un singolo ospedale, in un provider o in una compagnia di assicurazione. Se riusciamo a muoverci insieme ad altri allora grazie all’Internet of Things forse riusciremo veramente a pensare a una sanità un po’ diversa da quella attuale. Sul tema quindi non abbiamo ancora pianificato dei pilota, ma stiamo riflettendo sul da farsi e cercheremo di condividere le nostre idee con quelle di altri soggetti.


Qual è il suo obiettivo, personale e di Humanitas, per il 2015/2016?
Il mio obiettivo personale coincide con quello dell’azienda ed è continuare a crescere. Humanitas è stata fortunata, perché dal primo anno di attività ospedaliera è costantemente cresciuta esercizio dopo esercizio. Per la nostra realtà è fondamentale continuare in questo percorso, l’azienda che continua a crescere per definizione continua a valorizzare il proprio capitale umano e conferma la validità del proprio assetto organizzativo. Naturalmente vogliamo crescere nel numero dei pazienti che curiamo, ma quando si tratta di salute l’argomento è tale che non può esserci solo questo. Per noi crescere vuol dire poter entrare in nuovi settori della medicina e quindi attrezzarsi per compiere nuove tipologie di interventi chirurgici, ma anche offrire nuove prestazioni diagnostiche basate sull’alta tecnologia. Sul fronte della ricerca continuare a crescere significa poter registrare nuovi brevetti e poter scoprire nuove cose che impattano sulla salute e sulla cura del paziente. L’abbiamo anche scritto nella nostra mission: le attività di ricerca di Humanitas devono avere un impatto positivo e concreto per il paziente. Sul fronte dell’Università, infine, Humanitas ha la grande responsabilità di formare i medici del futuro. Crescita in questo contesto vuol certamente dire attrarre sempre più studenti, e oggi ci stiamo riuscendo anche meglio delle aspettative. Siamo nati nel 2014 e fin dal primo anno abbiamo registrato migliaia di richieste di ammissione alla nostra Università, sicuramente è un bel segnale. Come dicevo però è un tema di grande responsabilità che va visto in termini anche di crescita di ogni singolo studente poiché un domani questo studente sarà un medico che avrà a che fare con la salute delle persone. Sempre di più siamo un ospedale di alta specialità e vogliamo allargare i nostri ambiti di attività. Ciò non toglie che in campi dove siamo già eccellenti dobbiamo diventare più profondi e più bravi nel curare i pazienti. Per esempio per quanto riguarda la patologia epatica vogliamo essere in grado di offrire l’intero spettro delle cure. Un malato deve sapere che al posto di andare a New York o a Houston, a Rozzano troverà tutto ciò che serve per curare il fegato. Questo è un obiettivo importante e concreto che vogliamo raggiungere a breve. Vorrei precisare però cosa significa per Humaitas crescere anche nel numero dei pazienti che curiamo.


Prego.
Servire sempre più pazienti per Humanitas significa in primo luogo fare il bene di queste persone, e di riflesso diventare più conosciuta, più rilevante e anche più attrattiva per il mondo della ricerca: una base dati più ampia e più ricca ci permette infatti di migliorare la ricerca e quindi la cura delle malattie dei futuri pazienti. Certamente vuol anche dire in un momento di risorse scarse mantenere una redditività che ci permette di poter continuare a investire. Uno dei punti qualificanti di Humanitas - azienda privata che opera offrendo un servizio pubblico, ma che non usufruisce di finanziamenti pubblici - è la capacità di conquistarsi anno per anno gli investimenti per il futuro.


Cosa sarà Humanitas nel 2020?
Sarà un ospedale ancora più internazionale, ovvero aperto al mondo con sempre più studenti, ricercatori, medici e pazienti che arrivano da tante parti del nostro pianeta. Questo non vuol dire necessariamente che apriremo delle sedi Humanitas al di fuori dell’Italia. La nostra visione è quella di una sanità caratterizzata da delivery locale, ma con un know how che invece deve diventare globale. Semmai significa portare sempre più medici di fama internazionale, ricercatori, docenti, premi Nobel dal mondo a lavorare con noi; vuol dire sulle patologie sulle quali siamo davvero eccellenti riuscire a portare pazienti esteri nelle nostre strutture italiane; a livello di Università vuol dire aumentare di anno in anno il numero di studenti, ne abbiamo già qualche centinaio ma in prospettiva dobbiamo crescere anche nella loro internazionalità. Tutto questo significa dal punto di vista di Humanitas compiere investimenti importanti in termini di ‘reputation’ e di ‘awareness’. La chiave per fare questo è valorizzare il nostro circolo virtuoso che parte dalla ricerca. Un medico o un docente che rappresenta un’eccellenza mondiale viene in Humanitas se trova altrettanta eccellenza nell’area di suo interesse. Per esempio in immunologia Humanitas già oggi è un punto di riferimento internazionale, ma dobbiamo aumentare le nostre aree di eccellenza. Già oggi comunque abbiamo dei visiting professor stranieri fra cui spiccano Premi Nobel. Aumentare questa capacità di attrazione significa continuare a pubblicare nuove ricerche scientifiche e registrare nuovi brevetti nei diversi ambiti in cui siamo e saremo attivi. Dobbiamo quindi continuare a fare un grande lavoro con la clinica e la ricerca. Sono inoltre convinto che anche il web ci aiuterà, visto che sempre di più il mondo medico è una realtà interconnessa a livello globale. Del resto da sempre Humanitas crede nel web. Siamo presenti sulla rete con siti diversi e con canali dedicati sui principali social network, con l’obiettivo di diventare un punto di riferimento medico-sanitario per i navigatori. Il sito istituzionale, Humanitas.it, oltre a presentare l’ospedale e le sue attività offre importanti servizi ai propri pazienti, come la possibilità di prenotare online visite ed esami, consultare i propri referti di laboratorio o seguire il percorso del proprio caro in Pronto Soccorso. Il nostro giornale on-line HumanitaSalute.it - il primo edito da un ospedale italiano - invece, si pone sulla rete con l’obiettivo di diffondere cultura della salute e della prevenzione. Dedicato ai temi degli stili di vita e del benessere, è attento ai temi più caldi del panorama medico-scientifico italiano ed internazionale, al quale si intersecano i pareri e le opinioni degli specialisti di Humanitas.


Visto il ruolo centrale dell’IT in Humanitas cosa si aspetta di ottenere dalle tecnologie informatiche per il futuro?
Per quanto riguarda le tecnologie un tema importante in ottica 2020 è a cavallo tra il mobile e l’Internet of Things. Ovvero aprire le frontiere dell’ospedale, essere quindi più aperti per essere in grado di seguire a casa, o comunque a distanza i pazienti, e quindi rendere il delivery un po’ meno locale. Dobbiamo essere più in contatto con il paziente anche quando questo non è fisicamente presente da noi. Sicuramente avremo sempre la necessità di fare chirurgia nelle sale operatorie attive nelle nostre sedi, ma ci sono già casi di medici che grazie ai robot possono compiere operazioni a distanza. Abbassare le frontiere fisiche dell’ospedale, è un primo importante obiettivo che chiederemo sempre di più all’IT poiché vogliamo rendere l’ospedale più pervasivo al territorio e alla comunità scientifica. Un secondo tema, invece, si ricollega a quanto ho detto inizialmente a proposito della misurazione di quanto facciamo. L’ospedale, e Humanitas in generale, deve essere più trasparente e la misurazione, argomento citato prima, di quello che siamo e di quello che facciamo è l’attività che concretizza questo obiettivo di trasparenza dell’ospedale. Il mio auspicio però è che in ottica 2020 diventi un obiettivo anche di tutta la sanità italiana. Se tutti gli altri operatori condividessero questa visione, allora avremo la capacità di confrontarci con tutti e tra tutti con un’ottica di miglioramento continuo non solo dei singoli ospedali, ma di tutto il sistema che ruota intorno alla salute delle persone. E anche su questo obiettivo l’IT ha un ruolo di primaria rilevanza.

 

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