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Servizi
 

29/06/2016

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di Paolo Morati

Integratori di servizi

La nuova frontiera è quella di un IT disponibile in modalità “as-a-service”, ovvero un insieme di infrastrutture, dati e applicazioni modulari e configurabili, disponibili in cloud, per abilitare servizi di business.

La rivoluzione digitale, diversamente da quella industriale, durerà pochi anni, non oltre un decennio. Le aziende, di ogni dimensione e settore, non possono quindi permettersi di adattarsi al cambiamento, bensì devono pensarlo, disegnarlo e guidarlo nel modo migliore possibile. “Sono due le leve di cambiamento che riguardano la digital transformation”, commenta Stefano Rebattoni, GM Global Technology Services di IBM Italia, l’unità di business dedicata alle vendite e all’erogazione dei servizi infrastrutturali e tecnologici per le aziende italiane di ogni settore di industria. “La prima riguarda l’IT transformation, ovvero le opportunità offerte dalle nuove logiche o paradigmi che oggi l’IT offre per realizzare progetti fino a poco tempo fa impensabili. Pensiamo a tutto quanto passa attraverso l’uso di device mobili, sensori Internet of Things, modalità di interazione social, così come alla revisione dei sistemi legacy che porta poi all’adozione di modelli cloud, hybrid IT e bimodali, fino alla connettività più spinta. Parallelamente, emerge la leva che influisce sul business e su suoi modelli, ovvero la digital business transformation dove si innestano nuove logiche di dialogo e interazione in una dimensione non più egocentrica ma ecocentrica”. Alcune industrie hanno già vissuto questa trasformazione. Un esempio è quella dell’automotive che, dopo aver vissuto negli anni 80 una fase molto orientata al manifatturiero con linee di produzione estese e supply chain verticali specializzate, è passata poi negli anni 90 a una seconda ondata di standardizzazione, caratterizzata da un’importante automazione. “La frontiera di oggi, quella della digitalizzazione, sta stravolgendo il settore e trasformando la client experience, portandola da un concetto di ‘automòbile’ a quello di ‘automobìle’, attraverso una quantità di software, dispositivi e servizi fruibili che sta enormemente aumentando, con conseguenti ricadute anche sui settori collegati, come quello assicurativo”, prosegue Rebattoni. Ecco che IBM individua nell’ICT un percorso analogo: partendo dagli anni in cui si utilizzavano grossi sistemi centralizzati, per poi passare al periodo dell’informatica distribuita dei pc e, quindi, dell’avvento delle reti che hanno sviluppato nuovi elementi di contatto e cooperazione. “Fino all’era odierna, quella del cognitive computing, dove l’asset digitale assume la sua importanza non tanto in termini di proprietà ma di condivisione. In questo contesto il Cio è chiamato al cambiamento: diventa un agente catalizzatore della trasformazione, guidando la componente di infrastruttura che abilita i servizi tecnologici, e gestendo un mix tra architettura tradizionale, quindi legacy, e architettura cloud nativa”, aggiunge Rebattoni.

Una nuova frontiera
Più in profondità, il contributo che IBM fornisce è legato non solo alle soluzioni, ma anche all’esperienza e alle competenze consolidate in decenni di servizi infrastrutturali forniti alle aziende clienti. Questo permette oggi a Big Blue di aiutarle, offrendo loro un modello di IT as-a-service, visto come una nuova frontiera comprendente infrastruttura, dati e applicazioni modulari e configurabili per abilitare servizi di business. “Di fatto ci troviamo in quella che possiamo definire l’era della “sharing economy”, dove il concetto di proprietà non è più differenziante. Si entra nelle logiche degli analytics, del cognitive computing con supporto alle decisioni, attraverso applicazioni settoriali come le nostre Watson Health, Watson IoT, e del mondo della ‘Api economy’, del DevOps e dello sviluppo aperto”, commenta Rebattoni. Tre sono i benefici che il manager identifica nell’approccio bimodale. Il primo, meno differenziante, riguarda l’efficienza della struttura dei costi e la variabilizzazione della spesa. In secondo luogo, l’innovazione, che permette al Cio di essere più vicino alle funzioni di business, grazie alla possibilità di sperimentare in cloud con maggiore rapidità e flessibilità, nonché di sviluppare applicazioni – con metodologie “agile” – in breve tempo e con ritorni misurabili. Infine si arriva al valore di business, attraverso una logica di “always on enterprise” sui sistemi core e di maggiore dinamicità su quelli innovativi. “Il Cio è per noi l’interlocutore tradizionale e deve esercitare una leadership partecipativa rispetto agli altri CxO. Per questo stiamo cercando di essere sempre più vicini alle linee di business per percepirne gli obiettivi e, alla luce delle esperienze conseguite e delle soluzioni che possono abilitarle, lavorare insieme al Cio per aiutarlo in questo suo ruolo e percorso interno all’azienda”. In questo contesto quello delle competenze emerge come un tema chiave. Mentre chi parte da zero, come le start-up, sposa da subito una logica cloud native, le aziende che affrontano la trasformazione si trovano di fronte una maggiore complessità, in quanto devono ‘spostare’ le competenze interne da ambiti tradizionali ad ambiti innovativi.
“Come IBM, supportiamo le aziende clienti attraverso un percorso di formazione, enablement e reskilling verso le nuove piattaforme e soluzioni. Se si vogliono cogliere pienamente le opportunità di questa sfida bisogna spogliarsi del passato e iniziare a sperimentare, partendo da piccoli progetti da portare piano piano in produzione. Ecco che la nostra struttura di servizi comprende diverse linee studiate per affrontare con successo quanto questo comporta, dai sistemi, legacy e cloud, alla gestione delle reti, alla tematica della mobility con supporto e implementazione e gestione di strumenti e soluzioni che contemplino i device mobili, con la sicurezza e la continuità operativa che rappresentano elementi trasversali, non negoziabili”, spiega Rebattoni.

La tecnologia che conta
IBM si sta trasformando da azienda di integrazione di sistemi a azienda di integrazione di servizi, in grado di rispondere in modo propositivo all’esigenza odierna di bilanciamento tra on premise e as-a-service. Questa la strategia, che la divisione GTS di IBM indirizza con il proprio portfolio di servizi per le infrastrutture, aiutando le aziende verso il percorso di trasformazione digitale che stanno affrontando. “Il nostro primo obiettivo è capire il mercato. Da una nostra survey su 5.247 CxO emerge che, a livello globale, non sono i fattori di mercato quelli che più condizionano il business, bensì quelli tecnologici. Si parla di attenzione per l’IT as-a-service, per le soluzioni mobile dove al centro non c’è il dispositivo bensì gli utenti e, in particolare, i millennial, che si aspettano servizi evoluti. Infine si parla del binomio Internet of Things e cognitive computing”, spiega Stefano Gamboni, Responsabile delle vendite dei servizi di infrastruttura di GTS, aggiungendo come la strategia di Big Blue si sia spostata verso una logica a valore. “Certamente possiamo citare IBM Watson e il recente accordo con il governo italiano in ambito Health per l’apertura del primo centro europeo a Milano, ma anche investimenti nei data center SoftLayer, come quello di Cornaredo. Contemporaneamente, la tendenza del mercato è di andare verso una trasformazione graduale per cui il vecchio deve mantenere i suoi livelli di servizio mentre il nuovo – rappresentato da app mobile e sistemi di engagement – richiede infrastrutture più agili e flessibili in vista della messa in produzione. Il nostro è un approccio consulenziale, perché il viaggio nell’hybrid IT non può essere fatto in poco tempo. Se da un lato deve essere coerente con la protezione degli investimenti e l’attenzione ai risparmi, la differenza la fanno la metodologia e la possibilità di approcciare la trasformazione con strumenti e beni consolidati di qualità”, prosegue Gamboni. In breve, si tratta di un percorso che, partendo dalla fase di assessment e prendendo in considerazione le logiche software-defined per sganciare i workload dall’infrastruttura, analizza questi ultimi in modo scientifico e valuta quale sia il modello più adatto per prenderli in carico, abbassando i tempi di rilascio grazie a programmabilità e dinamicità. Qui emerge per IBM l’importanza di offrire sistemi open e standard e logiche di brokerage cloud.
La società ha di recente acquisito Gravitant, che permette di offrire servizi di cloud brokerage per indirizzare opportunamente e gestire la crescita del cloud nelle aziende, Cleversafe (per lo storage a oggetti) e Blue Box (cloud provider basato su OpenStack). “In generale, essendo player primario di mercato nell’integrazione dei servizi, giocano un ruolo importante anche le nostre alleanze, come quelle con Cisco, VMware e Citrix, nonché la capacità di mettere insieme soluzioni di terze parti”, commenta Gamboni. “Abbiamo poi potenziato la nostra organizzazione, sviluppato, grazie al cognitive, help desk innovativi per la gestione proattiva delle richieste e anticipare gli interventi sui dispositivi mobili prima che mostrino problemi. E ancora, emerge la tematica del proximity marketing, con sensoristiche evolute abbinate a soluzioni di cognitive computing per comprendere le esigenze del cliente, migliorare la customer experience e consentire azioni di marketing più mirate ed efficaci. Oppure la gestione intelligente dei data center per affinare l’efficienza non solo della parte IT ma anche degli aspetti energetici delle facility. Infine il tema della rete che con l’evoluzione dei clienti verso modelli ibridi e bimodali deve necessariamente sposare gli approcci software-defined”.

Guardare al futuro
La business unit Global Technology Services di IBM Italia è in definitiva impegnata su tutti questi aspetti, proponendosi come canale privilegiato per la trasformazione digitale delle aziende. Parte della sua attività fa riferimento al CIC di Milano, il Competence Innovation Center nato a gennaio, dove sono coinvolti neolaureati in discipline scientifiche e tecniche per rispondere alla regola che oggi vuole meno teoria e più esercizio. “Si tratta di giovani che aspirano a un’immediata attività sul cliente, avendo la capacità per farlo e fornendo punti vista innovativi. L’idea è di creare un filo diretto tra vendite, offerte e laboratorio di incubatori giovanili per portare valore e innovazione ai clienti”, conclude Gamboni.

 

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