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15/11/2017

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di Ruggero Vota

L'innovazione è open source

Alla guida da undici anni della filiale italiana di Red Hat, Gianni Anguilletti spiega le ragioni che hanno portato la società a essere un rilevante operatore globale del mercato del software e illustra i progetti futuri volti a condividere importanti innovazioni.

Gianni Anguilletti

L’open source è nato nel 1991 quando il finlandese Linus Torvalds creò Linux, un sistema operativo che gestiva sistemi di elaborazione, essenzialmente server e pc, che rispetto a tutti gli altri sistemi operativi fino ad allora disponibili si connotava con due caratteristiche inedite: era aperto e gratuito, e lo è tutt’ora. Chiunque possedeva le competenze per farlo, poteva intervenire sul codice per estenderlo e migliorarlo. Grazie a Internet che all’epoca muoveva i primi passi, Linux e il modello open source iniziarono a diffondersi capillarmente negli ambienti universitari, prima in nord Europa e negli USA e poi in tutti gli altri presenti nelle varie aree del mondo. Linux per essere utilizzato aveva comunque bisogno di formazione, assistenza e consulenza e quindi molto presto nacque un’offerta di servizi che nel tempo è cresciuta e si è rafforzata seguendo, ma anche determinando, il successo del sistema operativo e delle altre iniziative open source nate nel frattempo.

Per Red Hat, che ha seguito questa storia dall’inizio, “L’open source è tutto o niente”. La società ha iniziato a operare nel 1993, anche se ufficialmente è nata nel 1995, e negli anni è cresciuta in parallelo con il successo del mondo open source in generale e di Linux in particolare. Se il primo è andato molto oltre al tema dei sistemi operativi – attualmente esistono in tutto il mondo migliaia di iniziative di questo tipo sostenute da altrettante comunità, con installazioni in milioni di aziende di ogni settore e dimensione –, Red Hat ha allargato di molto le sue competenze a tutti i temi dell’IT infrastrutturale, ed è oggi proiettata a generare circa 2.9 miliardi di dollari di ricavi annuali e sempre con crescite importanti: l’ultima registrata alla chiusura dell’ultimo anno fiscale, febbraio 2017, è stata del 18% rispetto a quello precedente. Oggi che il fenomeno open source è andato ben oltre a essere considerato solo una grande ‘nicchia’ del mercato delle soluzioni ICT di ogni tipologia, Red Hat si posiziona come protagonista di quell’innovazione che estende questo modello ai concetti di ‘open economy’, ‘open organization’ e ‘open innovation’. Gianni Anguilletti, Regional Director Red Hat Italia, Turchia, Israele e Grecia in questa intervista ci illustra le strategie e i progetti per il futuro.

Come ha conosciuto l’open source e Red Hat, e cosa l’ha convinta a lavorare in questa azienda?
Sono arrivato in Red Hat undici anni fa. Venni contattato direttamente dall’azienda che allora cercava un country manager per strutturare meglio le attività nel nostro Paese. La filiale era attiva con un gruppo di sette persone, ma dimostrava già un potenziale di business importante sul quale la società ha ritenuto indispensabile investire, infatti oggi in Red Hat Italia siamo oltre 100 persone. La mia carriera professionale fino ad allora si era sviluppata in modo variegato in diversi ambiti. Nei primi anni ho lavorato nel settore manifatturiero dove mi occupavo di progettazione meccanica, non sono quindi un informatico puro; nel tempo mi sono avvicinato sempre di più all’ambito delle applicazioni di supporto ai processi di progettazione e sviluppo prodotto. Ho poi lavorato alcuni anni in una delle principali società di business intelligence, fino a quando sono arrivato in Red Hat. Sono stato immediatamente affascinato dai valori della società basati sulla meritocrazia, la trasparenza, l’apertura e dal suo modello di sviluppo che è appunto quello dell’open source, che prima non conoscevo, la cui validità anche di business mi ha però subito convinto. Oggi sono personalmente persuaso, ma credo che sia anche piuttosto ragionevole concordare sul fatto che in qualsiasi tipo di industria si potrebbero ottenere risultati migliori e prodotti più innovativi se anche in questi settori si potesse far leva sui valori propri e sulle caratteristiche intrinseche di questo modello.

Quali sono le caratteristiche intrinseche e i valori dell’open source?
La potenza dei grandi numeri, prima di tutto, e la forza della collaborazione, è da questi due elementi che prende vita il concetto fondante di comunità che, come l’open source ha ampiamente dimostrato, è un modello che aggrega le persone e le motiva a lavorare su progetti con obiettivi anche molto importanti.

Chi è oggi Red Hat?
Oggi Red Hat ha la missione di agire come catalizzatore in comunità che sono costituite da clienti, partner e sviluppatori con l’obiettivo di sviluppare le tecnologie più innovative, per rilasciare delle soluzioni che possono aiutare le imprese a essere più competitive. Questo riusciamo a farlo perché andiamo a innalzare il livello di innovazione abbattendo in parallelo il costo delle infrastrutture informatiche utilizzate a supporto di qualsiasi attività. Grazie all’attenzione che poniamo a questa missione, Red Hat oggi si impone all’attenzione del mercato IT in qualità di società che conta delle collaborazioni significative con oltre il 90% delle aziende Fortune 500 nel mondo che sono servite e assistite da un’organizzazione di circa 11.000 dipendenti distribuiti in 35 Paesi nel mondo e 85 uffici. A questo si aggiunge il fatto che collaboriamo con un vasto sistema di alleanze con partner grazie alle quali riusciamo a essere ancora più efficaci a garantire il successo delle iniziative dei nostri clienti nelle quali veniamo coinvolti. Red Hat inoltre può contare su una straordinaria solidità finanziaria, siamo infatti proiettati a raggiungere i 2,9 miliardi di dollari di fatturato alla fine dell’esercizio fiscale attuale. Di sicuro interesse sono anche le riserve finanziarie delle quali possiamo disporre, che ci permettono di essere fiduciosi sul fatto di essere in grado di sostenere l’innovazione tecnologica che proponiamo al mercato sia in maniera organica, con lo sviluppo di nuovi prodotti e soluzioni, sia attraverso acquisizioni di altre società. Questo è anche il frutto della reputazione e del rispetto che ci siamo guadagnati in questi anni in qualità di buoni cittadini della comunità open source. Da questo punto di vista vorrei sottolineare che per Red Hat ‘tutto è open source’. Non c’è infatti una riga di codice che non sia stata rilasciata alla comunità open source, anche quando questo è arrivato attraverso le nostre acquisizioni e in origine, magari, era codice proprietario.

Chi è oggi Red Hat Italia?
Per quanto riguarda Red Hat Italia, ciò che ci rende particolarmente orgogliosi è che la nostra realtà si pone comunque tra le migliori filiali della corporation con risultati di eccellenza in termini di successo, di prestazioni e di referenze. Siamo in grado di realizzare delle collaborazioni di alto livello con realtà che sono sicuramente molto importanti nel panorama italiano, soprattutto nei nostri quattro mercati verticali principali: servizi finanziari e assicurativi, telecomunicazioni e media, pubblica amministrazione e aziende manifatturiere.

Chi sono i clienti che scelgono le vostre soluzioni?
Potrei rispondere dicendo che forse sarebbe più semplice dire chi sono le aziende che non sono nostre clienti. Però è giusto affermare che riscontriamo una maggior presa in quelle organizzazioni che fanno delle loro infrastrutture ICT più che un centro di costo, un centro di profitto, o comunque un asset fondamentale al servizio del loro business. Oggi queste organizzazioni investono per fare innovazione, per essere agili e per perseguire il massimo della soddisfazione dei loro clienti, e quindi in ultima analisi per ottenere sempre più competitività. Sono realtà che per questo loro modo di operare presentano in generale numeri e volumi importanti nei loro data center e livelli di complessità a questi correlati. Detto questo approcciamo sia la parte alta del mercato large enterprise, la cosiddetta punta della piramide, ma anche quello delle piccole e medie imprese che è una ricca fonte di opportunità. Sappiamo bene che molte di queste aziende sempre più guardano con attenzione alla possibilità di fare dei propri sistemi informativi un elemento di propulsione delle loro iniziative di business. Proprio per questo credo che se oggi il nostro fatturato è per 2/3 da clienti large enterprise, in prospettiva continuando a crescere in entrambi questi segmenti andremo verso la parità.

Nel vostro modello di business come viene seguito il cliente finale?
In diverse modalità a seconda delle esigenze dell’azienda e di come la nostra organizzazione si sviluppa sul mercato. La mia struttura mantiene relazioni dirette con le principali aziende italiane, le prime mille, che seguiamo in affiancamento attraverso un vasto ecosistema di partner. Il business verso il resto del mercato viene demandato di più al nostro canale distributivo che ha la responsabilità delle operazioni quotidiane. Per quanto riguarda le collaborazioni che abbiamo in essere per presidiare meglio il mercato, queste si declinano in diverse modalità. Abbiamo collaborazioni con tutti i maggiori hardware vendor, ma anche con molti system integrator, reseller, mentre una componente di questa strategia di alleanze che sta assumendo sempre maggiore rilevanza è poi quella dei cloud provider. Grazie a questi nuovi partner oggi andiamo a fornire al mercato un’ulteriore piattaforma di fruizione delle nostre tecnologie. Vorrei ricordare che oggi con i tre maggiori cloud provider globali – Amazon Web Services, Microsoft Azure e Google Cloud – manteniamo relazioni molto strette, e che, come punto d’orgoglio, abbiamo attivato sul territorio nazionale collaborazioni di questo tipo con i maggiori operatori del mercato TLC che in ottica digital transformation stanno evolvendo da puri provider telefonici in fornitori di risorse computazionali e IT. Recentemente abbiamo anche annunciato un accordo con Alibaba Cloud, divisione di Alibaba Group dedicata al cloud computing, con l’obiettivo di portare la potenza e la flessibilità delle nostre soluzioni open source ai clienti Alibaba Cloud di tutto il mondo.

Quale è oggi la sua percezione del mercato cloud in Italia?
Oggi intorno al tema cloud vedo tutta una serie di interessanti progettualità che coinvolgono le principali quattro aree verticali da noi seguite. Sono molti i cantieri, mi permetto di definirli così, nei quali siamo coinvolti in modo rilevante come protagonisti. Progetti importanti che stanno crescendo con complessità architetturali e potenziali ritorni di investimento di rilievo. In questa fase considero estremamente positiva la straordinaria consapevolezza dei clienti verso il tipo di vantaggio competitivo che determinate architetture possono portare ai loro modelli di business. Rimane comunque ancora molto da fare per capire qual è il giusto set up di un’architettura cloud per rispondere completamente alle esigenze di un’impresa.

Gianni AnguillettiAnche se è ampiamente condivisa dagli esperti l’opinione che il problema sia ormai superato, ancora per chi rimane scettico ci spieghi perché l’open source è sicuro?
Come già accennato l’open source è sicuro per le caratteristiche intrinseche del suo modello di sviluppo che fa leva su collaborazione e sui grandi numeri delle persone che seguono questi progetti. Va da sé che qualsiasi processo di sviluppo che sia caratterizzato dalla partecipazione di un enorme numero di persone, che hanno adottato un codice deontologico che prevede che quanto viene realizzato sia aperto, fruibile, modificabile e ottimizzabile da chiunque, porta come ragionevole conseguenza che il prodotto che ne deriva sarà più innovativo e più sicuro di qualsiasi altro tipo di soluzione. Questo perché ci sono più persone che ci ‘guardano dentro’ e concorrono quindi a tutto il processo di concezione, sviluppo e ottimizzazione. L’open source oggi siede a pieno titolo, in tutti gli ambiti infrastrutturali, agli stessi tavoli dei fornitori di tecnologie di tipo tradizionale. A volte però occorre ancora investire del tempo nello spiegare bene ai nostri interlocutori che tipi di vantaggi l’open source può portare rispetto a determinate iniziative, e chiarire che l’open source enterprise non è l’open source free.

Dia evidenza a questa differenza.
L’open source è in grado di produrre le tecnologie più innovative, aderenti a tutti gli standard de facto presenti sul mercato, ragionevolmente esigenti in termini di risorse necessarie al loro funzionamento ed economicamente sostenibili. Questo grazie al fatto che i costi di sviluppo sono distribuiti su comunità di sviluppatori molto numerose. La stima oggi è che globalmente siano diversi milioni gli sviluppatori attivi nei diversi progetti open source in corso. Molti dei nostri interlocutori spesso ci chiedono: “Come fa Red Hat a fatturare quasi 3 miliardi di dollari distribuendo software gratuito”? La mia spiegazione è che da una parte Red Hat presta diverse migliaia dei propri dipendenti ai processi di sviluppo attivi presso circa 15 comunità che lavorano su tecnologie che portiamo al mercato. Dall’altra parte un numero altrettanto importante di colleghi fa in modo che queste tecnologie vengano utilizzate con fiducia e affidabilità negli ambiti mission e business critical più sofisticati. Tutte queste attività connotano la nostra offerta come open source enterprise, differenziandosi in modo sostanziale da quella open source free.

Ci può illustrare i passaggi che portano una soluzione open source a connotarsi come enterprise?
Il nostro modello di open source enterprise prevede di verificare a intervalli regolari, con attività di tipo ingegneristico, le migliori tecnologie prodotte dalle varie comunità, ne valutiamo il grado di maturità raggiunto tenendo come riferimento le esigenze che ci arrivano dal mercato in modo continuo dai clienti. Una volta identificati i migliori sviluppi, questi vengono sottoposti a una serie di severi test funzionali per garantirne l’operatività, ma anche per certificarne il funzionamento in ambiti applicativi verticali su piattaforme hardware, cloud e virtualizzate. Corrediamo poi queste tecnologie di tutta la documentazione necessaria per consentirne il miglior utilizzo. Solo dopo questo passaggio il prodotto finito a marchio Red Hat arriva sul mercato. Tutti i prodotti a listino sono collegati a una serie di servizi importanti per renderli operativi. Grazie ai nostri servizi di supporto il cliente ha un unico punto di riferimento a cui rivolgersi in caso di malfunzionamenti o necessità di miglioramento. Il nostro impegno in tal senso è molto consistente. Si tenga presente che ogni volta che rilasciamo una versione di Linux a questa viene associato un gruppo di ingegneri che ne seguirà il percorso lungo tutto il suo ciclo di vita, che garantiamo fino a tredici anni.

Perché sostenete che in generale l’innovazione fatta con l’open source, rispetto alle altre, è a ‘prova di futuro’?
Siamo convinti che il modello open source possa oggi essere applicato con successo in tutti i contesti. Se i medicinali venissero sviluppati da una comunità di specialisti che può collaborare in modo trasparente, senza vincoli contrattuali e seguendo un preciso codice deontologico dove è previsto che ogni idea sia condivisibile e migliorabile, credo che sia ragionevole pensare che potremmo accedere più facilmente a cure che oggi sono magari disponibili, ma a costi proibitivi.
Lo stesso discorso vale per l’industria automobilistica. Se lo sviluppo in questo settore seguisse le metodologie open source probabilmente le autovetture a guida autonoma sarebbero già una realtà. Tornando al presente, è interessante notare come siano oggi diverse le aziende anche consolidate che guardano a questo modello di innovazione. Per esempio Deutsche Bank ha recentemente rilasciato 150.000 righe di codice della sua piattaforma di trading elettronico per rispondere alla richiesta dei clienti di disporre di un sistema standard indipendente da qualsiasi operatore bancario. In questo modo Deutsche Bank cerca di contribuire con un ruolo di primaria importanza alla nascita di un movimento open source all’interno di uno dei settori che storicamente è sempre stato uno dei più protetti.

Qual’è il fattore che vi differenzia nella competition sia verso altri operatori open source sia verso i fornitori più tradizionali?
Gli aspetti differenzianti sono principalmente la cultura di Red Hat, alla quale ho già fatto riferimento dicendo che per noi l’open source è tutto o niente. O meglio siamo solo open source e non deroghiamo da questa regola. Né una riga di codice nè una tecnologia da noi viene proposta se non è riscontrata come open source all’interno della comunità. Sono certo che nessuna altra società anche open source, ce ne sono molte che conosco e che stimo, ha questo tipo di passione e di cultura. Ogni contributo alle comunità non può che fare bene, ma molte volte noto che anche in questo mondo si trovano proposizioni dove l’offerta risponde ai criteri open source solo per una parte, guarda caso molte volte la componente software fondamentale per far funzionare al meglio tutta la suite di soluzioni è invece proprietaria. Uno dei nostri motti è ‘Esse quam videri’: Essere più che sembrare. Il secondo fattore differenziante è rappresentato dalle tre linee strategiche di sviluppo grazie alle quali governiamo l’innovazione che andiamo a proporre al mercato.

Ce le descriva brevemente.
Innanzitutto la completezza funzionale: ci impegnamo per essere in grado di proporre sempre ai nostri clienti uno stack il più completo dal punto di vista della copertura e allo stesso tempo il più economicamente sostenibile presente sul mercato. Il nostro stack oggi comprende: sistema operativo Linux e tutti gli add on necessari per questo ambiente, piattaforma di virtualizzazione, framework per sviluppo e integrazione di applicazioni, strumenti per la definizione di architetture software defined storage, per poi arrivare al cloud nelle declinazioni platform e infrastructure as a service. La seconda linea strategica di sviluppo è invece l’apertura, che per noi significa garantire ai nostri clienti e partner che, nonostante la completezza del nostro stack, questi sono liberi di utilizzarlo completamente o anche solo parzialmente, vuoi perché intendono implementarlo nella sua completezza con un approccio per fasi, vuoi perché desiderano salvaguardare investimenti fatti nel tempo su altre tecnologie. Apertura significa quindi per Red Hat essere anche pronti a integrare tutte le altre tipologie di soluzioni software presenti sul mercato e adottate dai clienti. Il nostro sistema Red Hat Enterprise Linux, per esempio, può essere virtualizzato da tutti gli hypervisor di mercato; così come la nostra piattaforma di sviluppo e integrazione applicativa può essere ospitata da altri sistemi operativi diversi dal nostro.
Terza linea guida: flessibilità declinata con lo slogan ‘open hybrid cloud’ o ancora ‘any application, any container, any time, anywhere’.

Gianni Anguilletti

Concretamente di cosa si tratta?
Grazie all’importante attenzione che poniamo al tema della compatibilità binaria delle tecnologie che distribuiamo, clienti e partner possono sviluppare un’applicazione o un servizio in un certo ambiente e poi in modo trasparente renderlo operativo in un ambiente diverso. Dalle piattaforme fisiche bare metal ai diversi ambienti virtualizzati, nel cloud pubblico o privato... Questi processi sono multidirezionali e non si è costretti a dover pesantemente rivedere il codice. Molti dei nostri interlocutori si trovano in condizioni operative nelle quali le finestre temporali di intervento concesse a una organizzazione stanno diventando sempre più ristrette, la portabilità anche temporanea in ambienti eterogenei diventa una necessità per molti. L’esempio più classico sono i siti di e-commerce che nel periodo delle vendite pre-natalizie hanno bisogno di potenza aggiuntiva per sostenere il volume maggiore delle richieste dei clienti. Grazie alla nostra impostazione il cliente può prendere il front end web e trasferirlo per usufruire di capacità computazionale esterna in maniera trasparente da un cloud provider; e questo senza avere la necessità di modificare alcuna funzionalità.

È ormai generalmente condiviso il fatto che lo scenario nel quale si muove l’ICT, e si muoverà sempre di più anche nei prossimi anni, sia quello dell’hybrid cloud. Cosa state facendo su questo fronte?
I fenomeni che stanno guidando la digital transformation impongono di avere tempi di reazione, agilità e flessibilità che non sono nemmeno paragonabili a quelli che si poteva pensare di avere a disposizione anche solo due anni fa. Stiamo quindi operando per garantire ai clienti un’operatività che possa rispondere a delle esigenze che possono, e potranno sempre di più, essere profondamente differenti a seconda delle necessità di contesto. Le nostre tecnologie sia installabili nei data center sia fruibili grazie a un cloud provider, sono orchestrate da una Cloud Management Platform che riesce a istanziare risorse in maniera indipendente rispetto a dove queste risiedono.

Due anni fa avete stretto una partnership con Microsoft in relazione al loro ambiente cloud Azure. Che frutti ha portato questo accordo e in quali altri ambiti ora collaborate con un fornitore che molti ‘puristi’ del mondo open source vedono come fumo negli occhi?
È stata una mossa che mi piace ricordare e dimostra l’attenzione che Red Hat ha verso i clienti. Sono stati loro a guidarci perché chiedevano che due fornitori e partner di business importanti come Red Hat e Microsoft iniziassero a operare come partner anche tra di loro. I frutti di questa partnership con Microsoft sono che sicuramente oggi siamo in grado di portare ai nostri clienti una value proposition ancora più completa. Tutti sappiamo che quando il cliente è più soddisfatto, tutto il resto ne beneficia. Naturalmente stiamo collaborando come dicevo con altri cloud provider globali e italiani, e siamo aperti a tutti gli operatori che chiederanno di collaborare con noi. Dico fin da subito che sono i benvenuti. Saremo in ogni caso sempre attenti, come sempre, a valutare in che modo le nuove relazioni potranno soddisfare soprattutto il cliente e gli obbiettivi del partner. Non ci piace fare alleanze solo per gonfiare i numeri, vogliamo prima di tutto che le cose producano i risultati attesi soprattutto per chi ha deciso di investire su tecnologie Red Hat.

Ai recenti Summit negli USA e in Europa è stata data particolare importanza al tema dell’intelligenza artificiale. Qual è la vostra visione e cosa state facendo riguardo al tema?
Intelligenza artificiale, ma anche deep learning e machine learning sono tre ambiti che seguiamo con grande attenzione. L’affermarsi di queste innovazioni avrà come conseguenza una crescita importante dei workload che le piattaforme di Red Hat dovranno gestire. Stiamo quindi lavorando a un forte potenziamento delle prestazioni di tutti gli elementi della nostra offerta per essere pronti a dare il supporto necessario allo sviluppo del business dei clienti che verrà abilitato da queste tre novità. Abbiamo già attivi progetti di integrazione di tecnologie di questo tipo che arrivano da comunità open source, o da partner, e utilizziamo già capacità di machine learning e di deep learning nell’area dell’analisi predittiva sul fronte sia del nostro team di sviluppo sia per quanto riguarda le nostre operation.

In generale si pensa che l’open source sia soprattutto un approccio facilmente implementabile in organizzazioni con staff IT importanti e numerosi, dove anche il costo dell’aggiornamento delle persone, e la partecipazione di queste ai progetti delle comunità rappresentano costi nascosti comunque gestibili nel volume delle cose da fare. Come si supera questo limite per diffondere l’open source anche in realtà con piccoli staff IT?
Non vedo francamente limitazioni all’utilizzo di tecnologie open source derivanti dagli skill necessari alla sua implementazione piuttosto che alla sua gestione. Faccio questo parallelo, così come non è quasi più in discussione la sua validità negli ambiti enterprise, allo stesso tempo oggi non vedo più limitazioni all’utilizzo di soluzioni open source anche nelle PMI. Queste tecnologie a prescindere da Red Hat sono ormai supportate da una mole di società che hanno uno stile simile al nostro, per primi i nostri partner, che possono dare quella maturità e quelle garanzie necessarie a qualsiasi tipo di azienda.

Come valuta il grado di maturità del mercato italiano verso l’open source?
In notevole progresso. Faccio un parallelo con il cloud, perché anche l’open source è ineluttabile. Infatti, anche autorevoli analisti concordano nell’affermare che ormai il 95% delle aziende nel mondo utilizza soluzioni nate e sviluppate in ambito open source anche se magari molte non lo sanno. L’ecosistema a servizio di queste organizzazioni si sta adeguando di conseguenza per essere pronto a supportare i clienti in questo scenario.

Dalla virtualizzazione al cloud, ai container e ai microservizi. Red Hat è sempre focalizzata sui temi di innovazione relativi alle infrastrutture ICT. Perché questa scelta di campo così netta e precisa?
Al nostro interno viviamo delle tentazioni molto forti che ci porterebbero oltre l’area delle infrastrutture ICT, d’altra parte però c’è proprio su questo fronte ancora molto da fare. Nell’ambito delle infrastrutture ci siamo guadagnati un posizionamento di tutto rispetto e se incominciassimo a diluire i nostri sforzi in altri settori rischieremmo di non essere sufficientemente efficaci nella nostra strategia principale. Bisogna poi considerare che l’area delle infrastrutture ICT è sicuramente quella dove troviamo i più grandi numeri del mercato ICT, altre aree rappresentano più delle nicchie e questo forse spiega anche perché in molte di queste il modello open source ha fino a oggi conquistato poco spazio.

Cosa sarà Red Hat nel 2020?
Pochi anni fa abbiamo festeggiato il primo miliardo di dollari di fatturato, all’epoca una delle domande più ricorrenti al nostro Ceo e presidente Jim Whitehurst era: “Quando puntate di raggiungere i due miliardi?”. La sua risposta era, e lo è ancora oggi: “Io non sto puntando ai due miliardi, sto puntando ai cinque”. Dire se questo avverrà nel 2020 è difficile, ma credo che possa essere ipotizzabile che se non proprio in quell’anno, magari la cosa potrebbe succedere nei due anni successivi. Per un’azienda del settore IT la domanda è comunque complessa perché sappiamo bene che quello che vediamo oggi per il futuro, un domani rischia di non essere più valido.  Red Hat ha comunque un piano industriale chiaro. Quello che è entusiasmante di questa società è la chiarezza di intenti. Red Hat vuole continuare a imporsi come catalizzatore di questa comunità di clienti, partner e sviluppatori per produrre le tecnologie più innovative seguendo il modello open source. Questo con una grande focalizzazione verso la soddisfazione del cliente e, continuando su questa strada che seguiamo da molti anni, credo che non ci saranno preclusioni rispetto a cosa potremo essere nel 2020. Sicuramente sarà una cosa importante.
In conclusione vorrei condividere il fatto che Red Hat è un fenomeno di mercato che va al di là della società stessa. Nel 2015 Jim ha pubblicato il libro ‘The Open Organization’ per dare degli spunti di riflessione non solo su come utilizzare al meglio l’innovazione derivante da un nuovo modello di sviluppo tecnologico, ma anche come sviluppare delle organizzazioni pronte a cambiare rapidamente per operare in scenari che mutano a velocità che erano impensabili fino a pochi anni fa. A corollario di questo testo, uscito solo due anni fa, sono già uscite altre quattro pubblicazioni di persone, alcune dipendenti di Red Hat, che hanno messo a disposizione le loro esperienze su come implementare delle ‘open organization’ caratterizzate da trasparenza, collaborazione e meritocrazia.

 

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