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Mobile/Wireless
 

03/03/2017

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di Michele Ciceri

Industry 4.0 Made in Italy

La quarta rivoluzione industriale o un’evoluzione del modo di produrre? Di sicuro il cambiamento è forte e mette alla prova la competitività del sistema Paese.

Marco Taisch“Uno degli aspetti più rivoluzionari di Industria 4.0 è l’impatto che ha avuto sulla scena economica del Paese. In un tempo brevissimo, questo nuovo approccio è riuscito a riportare la manifattura al centro dell’attenzione delle istituzioni e degli attori economici italiani con un effetto a dir poco dirompente”. Marco Taisch, professore ordinario di Operation Management e di Advanced and Sustainable Manufacturing al Politecnico di Milano, è in prima linea sul tema di Industria 4.0 e dell’applicazione dell’Internet of Things (IoT) al manifatturiero. Gli abbiamo fatto allora qualche domanda.


Industria 4.0 è davvero la quarta rivoluzione industriale? E di che tipo di rivoluzione si tratta?
Alcuni considerano Industria 4.0 una vera e propria rivoluzione, altri invece la vedono come un’evoluzione del modo di produrre. A mio modo di vedere, Industria 4.0 somma all’innovazione tecnologica, che si concretizza nella diffusione delle tecnologie IoT all’interno delle fabbriche, il profondo cambiamento organizzativo. Come dire, la vera rivoluzione è più che altro culturale: cambiano i processi, le mansioni, i profili professionali e dunque le competenze richieste.

Quale sarà l’impatto sull’industria italiana?
L’Italia è il secondo paese manifatturiero d’Europa e il mantenimento di questa posizione, ma anche perché no il miglioramento, non può passare soltanto attraverso una generica innovazione tradizionale; al contrario, deve prevedere anche un processo di digitalizzazione delle industrie. L’obiettivo è favorire e sostenere la diffusione della connettività delle imprese. Questo in pratica significa: realizzazione di prodotti intelligenti, quelli che vengono definiti smart product, produzione di prodotti e servizi con supporto tecnologie informative ovvero smart manufacturing, creazione di nuovi modelli di business. Un programma intenso ma assolutamente sostenibile dalle imprese italiane a patto che nell’approccio al tema siano considerate le nostre specificità.

A quale specificità si riferisce? Ci spieghi meglio...
Il manifatturiero italiano è riconosciuto nel mondo per la qualità e la forte personalizzazione dell’offerta. Al contrario, nel modello tedesco manca tutta la parte che caratterizza il made in Italy e che noi abbiamo il dovere di valorizzare. Come Paese possiamo puntare a un manifatturiero digitalizzato per un design avanzato ove resti centrale la persona, che deve essere adeguatamente formata e aggiornata. Su questo dobbiamo lavorare. D’altra parte, in alcuni settori, penso per esempio a quello dei macchinari e dei sistemi di produzione, c’è già molta tecnologia innovativa riconducibile almeno in parte a Industria 4.0. La sfida è quella di incrementare la dimensione di connettività, a cominciare dai macchinari, in modo che possano sempre più raccogliere, trattare elaborare e permettere la condivisione anche a distanza.

Professor Taisch, lei è stato chiamato a presiedere il comitato scientifico di M&MT, il primo grande business event fieristico italiano sulla fabbrica digitale e Industria 4.0: considera che appuntamenti come questo e i convegni sul territorio siano un valido strumento di comunicazione?
Sia chiaro: le esposizioni fieristiche sono anzitutto eventi per fare business, eventi di cui le aziende hanno grande bisogno. Ma se organizzate con criterio e da operatori titolati, gli eventi espositivi sono a tutti gli effetti occasione di aggiornamento, comprensione, approfondimento di quelle tematiche che ancora sono poco conosciute. È importante che gli eventi siano calati nel contest e dunque studiati secondo le esigenze delle imprese. La filosofia di M&MT è certamente innovativa poiché somma alla dimensione del business quella dell’approfondimento tematico ragionato.

Quali sono le sue aspettative?
Sono molto fiducioso anche perché vedo un lavoro corale di istituzioni, associazioni e mondo della ricerca. Ora la palla passa alle aziende: il Piano Industria 4.0 è un’ottima opportunità per le imprese che sapranno coglierla, capendo che non basta acquistare tecnologia ma occorre lavorare sulle competenze.

Enrico CeredaIl punto di vista di IBM
Non sfugge l’importanza che IBM sta dando al tema Industria 4.0. Al punto di farne uno dei capisaldi della strategia in Italia con tutto il proprio arsenale di competenze di matrice IT. Fianco a fianco – Enrico Cereda, amministratore delegato di IBM Italia, parla chiaramente di partnership – con gli operatori che nella fabbrica digitale ci stanno già oppure ci arrivano da una strada diversa: Siemens, Panasonic, Cisco, Apple e anche Facebook le aziende più volte citate. “Nella quarta rivoluzione industriale nessuno può fare tutto da solo – dice Cereda - e vince chi sa trovare e far crescere nuove idee”. Un dato in più: secondo l’Osservatorio Smart Manufacturing del Politecnico di Milano, il numero di startup nello Smart Manufacturing finanziate a livello mondiale è cresciuto nel 2016 per il terzo anno consecutivo.

In Europa, nel contesto IoT e Industrial IoT, IBM ha annunciato a ottobre 2016 un investimento globale di 3 miliardi di dollari per integrare il cognitive compunting nella piattaforma Watson IoT. Che si tratta di uno dei più grandi investimenti mai effettuati in Europa da IBM vorrà pur dire qualcosa. Dal canto suo, Big Blue ha definito questo impegno economico la risposta alla crescente domanda delle aziende in corsa per trasformare il proprio business; ben sapendo che la combinazione di tecnologie IoT e Cognitive è sia nell’elenco di quel che serve sia nel portfolio di IBM, e che l’utilizzo dell’intelligenza cognitive all’interno di un’azienda diventa dirompente (in senso positivo s’intende) quando la digitalizzazione ha già fatto la sua parte. Inoltre il tema dell’IoT è cross industry, per cui il numero dei clienti è potenzialmente infinito; anche se uno dei settori prioritari selezionati da IBM è quello manifatturiero, in cui l’IoT è uno dei fattori abilitanti principali verso l’Industria 4.0.

Guardando all’Italia, ci sono gli incentivi del Piano Industria 4.0 a fare da mattone sull’acceleratore e il fattore critico diventa il tempo: “Non si arriva fuori tempo massimo in una rivoluzione industriale e il momento di investire è ora – afferma Cereda presentando il punto di vista di IBM sul made in Italy del prossimo futuro – complice una combinazione di elementi positivi mai vista prima: piena disponibilità di tecnologie e importanti incentivi economici. È vero, lo dicevamo anche un anno fa ma non c’erano per intero le condizioni, oggi è diverso ed è finalmente possibile colmare la distanza tra la consapevolezza e il come”.

La tendenza a temporeggiare, il finestrismo, sarà punita: “La differenza la vedremo nei prossimi ventiquattrotrentasei mesi – sottolinea Cereda – quando parleremo di imprese che stanno sul mercato o non stanno sul mercato, non di imprese digitalizzate o non digitalizzate. Anche perché la digitalizzazione della fabbrica è in buona parte avvenuta e il vero tema di oggi è la raccolta delle informazioni attraverso una connettività di tipo IoT. Per questo motivo le aziende che hanno già fatto la terza rivoluzione industriale, quella della sensoristica, saranno avvantaggiate nel fare la quarta, e la distanza con chi è rimasto al palo sarà sempre maggiore. Se invece si guarda dal punto di vista del sistema Paese, stimiamo che la produttività potrà crescere del dodici per cento e anche oltre”.

Secondo IBM, le aree di azione in cui possono essere identificati obiettivi di business da raggiungere con Industry 4.0 sono fondamentalmente sei: produzione integrata, Information e Operation Technology interconnessi IT-OT, prodotti connessi, servizi e supporto interconnessi, vendite e marketing integrati, clienti interconnessi. L’industria 4.0 pone inoltre una serie di sfide organizzative che devono essere considerate e gestite. “Nel momento in cui un’azienda vuole abbracciare la digitalizzazione per sfruttarne tutte le potenzialità deve comprendere che il mondo digitale necessita di competenze, skill e modelli organizzativi tipici di questo mondo e non facilmente creabili all’interno”, sottolinea Cereda. Competenze come Big Data, Analytics, social media richiedono l’inserimento di figure nuove.

L’approccio 4.0 nel manufacturing
Il concetto di Industria 4.0 è nato in Germania nel 2011, da dove si è diffuso nei paesi industrializzati che oggi si trovano tutti nella stessa situazione. In genere il primo obiettivo è quello dell’assessment, l’analisi delle aree di intervento e di priorità all’interno dell’azienda. Nel settore manifatturiero però ci sono situazioni molto diverse e un sacco di macchine utensili vecchie o relativamente vecchie che semplicemente non possono far fronte agli obiettivi più promettenti della fabbrica digitale: raccolta dati in real time, monitoraggio della produzione a livello macchina, manutenzione predittiva, prevenzione difetti e così via.

Che fare? Spulciando nei blog e nei forum degli addetti ai lavori si scoprono cose interessanti. Per esempio che il problema di un parco macchine datato riguarda anche gli Stati Uniti, e che trova spazio l’idea di un 4.0 anche solo a livello di manutenzione dei macchinari allo scopo di rinnovarli e adattarli per mezzo di prodotti evolutivi. Come dire: d’accordo la fabbrica digitale e tutto il resto quando si può, ma possono bastare anche sistemi semplici per portare i modelli di produzione legacy a essere in linea con i paradigmi della produzione digitale. Nelle manifatture di tutto il mondo domina insomma il pragmatismo e l’attenzione è concentrata su ‘quello che mi serve’ più che su ‘quello che vorrei’. Basta alzarsi di qualche pollice, dicono gli americani, per fare la differenza.

 

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