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21/06/2012

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Quanto virtuale ci vuole per raggiungere il cloud computing?

Virtualizzazione e cloud computing. Tra i due temi c’è una stretta correlazione, ma nell’anno in cui il nuovo modello di utilizzo delle risorse ICT deve dimostrare quanto sia realmente un’opzione valida per riorganizzare la struttura dei sistemi informativi, e le conseguenti strategie di sourcing, diventa indispensabile capire quanto un’impresa può ritenersi pronta o non pronta a fare il ‘salto’ nelle nuvole.

 

 

 

Le opinioni dei principali operatori del settore, per una volta, non sono concordi

 


Ruggero Vota

 


Virtualizzazione e cloud computing. Tra i due temi c’è una stretta correlazione, ma nell’anno in cui il nuovo modello di utilizzo delle risorse ICT deve dimostrare quanto sia realmente un’opzione valida per riorganizzare la struttura dei sistemi informativi, e le conseguenti strategie di sourcing, diventa indispensabile capire quanto un’impresa può ritenersi pronta o non pronta a fare il ‘salto’ nelle nuvole.


Una seconda importante necessità è quella di capire poi, come nel proprio settore di riferimento si stanno muovendo partner e competitor, per riuscire a identificare in che punto del percorso si trova la propria realtà.


Con questo articolo cerchiamo di dare delle risposte che possono essere utili a chi nel 2012 dovrà scegliere se mettere in atto, oppure no, una strategia cloud e quindi capire se sull’importante fronte della virtualizzazione dei sistemi è già stato fatto tutto quello che occorreva, o manca ancora qualcosa. A dare queste utili indicazioni abbiamo chiamato una serie di aziende che sui fronti della virtualizzazione e del cloud computing hanno svolto, e svolgono tuttora, un ruolo da protagoniste. Naturalmente, come solitamente capita in questi casi, non sono emerse opinioni unanimi o ricette miracolistiche, ma dal dibattito che riportiamo in queste pagine, il lettore potrà trovare sicuramente delle indicazioni utili.

 

 

La quantità giusta di virtualizzazione

 


Ai nostri interlocutori abbiamo per prima cosa chiesto se il ‘sentiment’ che oggi esprimono molti responsabili ICT in relazione al rapporto tra virtualizzazione e cloud computing risponde a un reale stato di fatto. È infatti molto diffusa l’opinione tra CIO di realtà italiane di primaria importanza che per abilitare con efficacia i propri sistemi informativi al nuovo modello di utilizzo delle risorse ICT, sia necessario disporre di un ambiente virtualizzato al 100%. Questo in prospettiva dovrebbe portare a una serie di benefici di non poco conto, ma certo oggi raggiungere questo traguardo significa mettere in campo una mole di investimenti non indifferente.

 

“La virtualizzazione viene considerata un fattore abilitante del cloud computing per la sua capacità di aumentare la flessibilità e l’utilizzo intelligente delle risorse del data center – afferma Luca Zerminiani, systems engineer director, VMware Italia. Questo trova riscontro in una recente ricerca che abbiamo sviluppato in collaborazione con Dynamic Markets, dove viene dimostrato che esiste un legame diretto tra la virtualizzazione e l’inclinazione dell’impresa ad adottare il cloud computing”. Secondo i dati di questa ricerca infatti, il 79% delle aziende europee – il 69% di quelle italiane - che possiedono un’infrastruttura ICT virtualizzata ha già trasferito sul cloud almeno parte dell’infrastruttura o delle applicazioni, mentre la percentuale scende all’8% nel caso delle aziende che non utilizzano ancora la virtualizzazione (in Italia sono il 9%). “Questo non significa che occorra virtualizzare il 100% del data center per guardare al cloud, ma che, maggiore è la flessibilità raggiunta dall’ICT, più semplice sarà evolvere verso nuovi modelli di erogazione dei servizi ICT”.


“La virtualizzazione è estremamente importante, direi che è il primo passo verso l’adozione di un modello cloud – dichiara Giorgio Richelli, systems and technology group architect di IBM Italia. In assenza di essa, i vincoli legati alla topologia, alle configurazioni fisiche dei sistemi, alla connettività possono limitare fortemente, quando non impedire del tutto, la possibilità di aggiungere o eliminare dinamicamente nuovi server o software per erogare servizi. Le tecnologie alla base della virtualizzazione di server, storage e networking devono inoltre essere integrate e compatibili fra loro, per non complicare eccessivamente i flussi e i processi per la gestione dell’ambiente cloud. Infine, la possibilità di virtualizzare è un ‘enabler’, ma per essere effetivamente utilizzabile, deve essere opportunamente integrata con altri ambienti: in primo luogo con i sistemi di gestione ma anche con quelli di accounting, sicurezza, e altri ancora”.

 

“Innanzitutto è bene precisare che la virtualizzazione è una tecnologia abilitante per una maggiore efficienza ed efficacia delle infrastrutture IT nel data center, mentre implementare il cloud computing vuol dire predisporsi a un diverso modello di erogazione dei servizi IT e quindi un diverso modello di business. A livello qualitativo si tratta di un salto molto considerevole”, spiega Donato Ceccomancini, business practices director di Fujitsu Technology Solutions.

Il manager è anche convinto che comunque: “Dal punto di vista teorico, ogni cliente dotato di data center di medie dimensioni potrebbe trasformare la propria infrastruttura in un’architettura di tipo cloud, incrementando il grado di flessibilità della propria tecnologia. Tutte le aziende che hanno progettato i propri sistemi ICT seguendo una logica orientata all’architettura SOA e ai web service sono nelle condizioni di poter rendere la propria infrastruttura sempre più flessibile e lavorare nell’ottica di creazione di un private cloud iniziale, per spostarsi gradualmente al public cloud in una

fase successiva, specie per tecnologie a supporto di processi non core, ma comunque già strutturati e ben governati”.

 

 

Non solo virtualizzazione

 


“Se il cloud computing può fornire nuovi livelli di collaborazione, agilità, velocità e risparmio sui costi a ogni tipo di impresa, di ogni dimensione, passare al cloud è pressoché impossibile se prima non si è virtualizzato – racconta Alessandro Starita, responsabile mercato PA, EMC Italia. La maggior parte delle imprese si trova già, passo più o passo meno, a questo stadio dell’evoluzione ICT. Secondo le nostre stime al momento le grandi imprese hanno già virtualizzato tra il 30 e l’80% dei propri server. La virtualizzazione è una tecnologia chiave per consentire il consolidamento, perché permette di usare ogni server in modo molto più efficiente e rende l’infrastruttura notevolmente più flessibile”.

Ma attenzione, per il cloud computing la virtualizzazione non basta, spiega Alessandro Starita: “Oltre alla virtualizzazione per passare al cloud computing c’è inoltre bisogno di standardizzazione e automazione degli ambienti ICT, per ridurre i costi e migliorare l’efficienza e l’agilità dei sistemi informativi”.

 

 

 

 

Dello stesso avviso anche Enrico Proserpio, sales consultant director di Oracle Italia: “Il cloud computing richiede più della semplice virtualizzazione; è necessaria anche la funzionalità opposta, cioè fare in modo che più macchine fisiche vengano viste come una sola risorsa virtuale, abilitando così il concetto di pool di risorse allocabili dinamicamente alle varie applicazioni a seconda delle necessità”.

 

 

 

 

 

“Efficacia ed elasticità rappresentano due dei principali driver della soluzione cloud: tali principi devono essere garantiti, in prima istanza, dall’ambiente virtuale in quanto fondamenta di qualsiasi soluzione di questo tipo – dichiara Daniele Colaiacomo, regional manager, presales and global services Red Hat. Resta altrettanto valido che per l’adozione di soluzioni cloud si possano utilizzare anche ambienti bare metal, ovvero dove le virtual machine sono integrate a livello di hardware”.

 

 

“Il percorso verso il cloud è sicuramente di tipo modulare e non è strettamente necessario virtualizzare al 100% i propri sistemi e servizi per poter adottare i principi del cloud, ma certo è che la virtualizzazione fa prender confidenza con un nuovo modello di fruizione dell’IT e con i relativi ‘economics’ - spiega Massimiliano Grassi, marketing manager di Citrix Italia. Siamo convinti che l’IT come l’abbiamo conosciuto fino a oggi sarà l’eccezione nel prossimo futuro. C’è un’evoluzione di un modello dalla proprietà al servizio, da rete a wireless, da azienda-centrico a utente-centrico, da fisso a mobile, da suite applicativa ad application store e così via. Promuoviamo un cloud di tipo open rispetto a hypervisor o infrastrutture sottostanti”.

 


 

“In generale sotto il cappello cloud computing molti attori stanno riposizionando prodotti e soluzioni IT già presenti prima dell’era cloud, associando al nuovo concetto terminologie di virtualizzazione e generando confusione – dichiara Stefano Bonmassar, product marketing manager Praim. È innegabile che il cloud computing sia il risultato di tecnologie abilitanti come la virtualizzazione, ma la virtualizzazione è relativa a quanto necessario per offrire il servizio lato provider. Il vantaggio per il cliente dovrebbe essere proprio quello di non dover implementare tecnologie complesse all’interno della propria azienda e utilizzare l’ICT in forma virtuale senza necessariamente doverla implementare”.

 

 


“In realtà non esistono approcci assoluti per realizzare un ambiente di cloud computing che sia efficace, non è necessario creare un ambiente completamente virtualizzato; certamente, maggiore è il livello di virtualizzazione e maggiore sarà l’impatto dell’adozione di architettura cloud in termini di benefici al cliente”, afferma Massimo Fasoli, head of data center & virtualization sales di Cisco.

 

 

 


 

 

A che punto siamo

 


Venendo allo stato dell’adozione delle soluzioni di virtualizzazione nelle aziende dei diversi segmenti del nostro Paese, si può dire che oggi uno spazio di crescita per queste si può principalmente trovare nelle medie aziende, avendo le grandi già raggiunto dei livelli di adozione piuttosto elevati. Queste considerazioni nascono dalla lettura dei dati di una ricerca condotta da IDC Italia in collaborazione con Fujitsu Technology Solutions: “Il tasso di adozione della virtualizzazione in imprese con meno di 500 dipendenti è solamente del 25%, con quasi il 40% che dichiara di non aver intenzione di usufruirne in futuro – racconta Donato Ceccomancini. Altissima invece è la percentuale delle grandi aziende con oltre 1.000 dipendenti con un indice di adozione che sfiora il 90%, mentre le aziende da 500 a 999 arrivano al 63%. Passando all’analisi delle tipologie di mercato, i servizi arrivano primi per adozione con l’88%, seguiti da finanza 85%, commercio 83%, industria 80% e PA/sanità/educazione 60%”.


Altri dati ci vengono forniti invece da Enrico Proserpio di Oracle: “Secondo un’indagine pubblicata da Oracle e condotta da Quocirca, Oracle Next Generation Data Centre Index II nella regione Emea, oggi la virtualizzazione sta compiendo grandi passi in avanti in tutti i settori, anche se per il momento il risultato è limitato alle percentuali inferiori: imprese con una virtualizzazione compresa tra il 30% e il 49% dell’ambiente IT sono passate dal 9% al 18%, mentre quelle con una virtualizzazione inferiore al 10% si sono ridotte dal 39% al 23%”.


“Il livello è ancora piuttosto variabile – spiega Giorgio Richelli di IBM - dipende molto anche dalle piattaforme e dagli ambienti operativi coinvolti, ma comunque in continua ascesa e con ritmi di adozione sempre crescenti. Ovviamente la virtualizzazione nel mondo distribuito (Unix, x86) si è diffusa successivamente rispetto a quelle piattaforme su cui veniva già utilizzata, come il mainframe. Ma, in generale, la sempre maggiore potenza disponibile anche nei sistemi più piccoli rende sempre più consigliabile l’uso di hypervisor, per migliorare la percentuale di uso dei sistemi e abbassarne i costi di gestione ed esercizio”.


Interessante l’osservazione che fa il manager IBM sul fronte delle piattaforme mission criticial evidenziando delle problematiche: “In definitiva si può notare che la virtualizzazione server nei layer di front end, generalmente in architettura x86, è abbastanza trasversale e comune alla maggior parte di essi, mentre quella dei backend è più limitata e legata anche al fatto che alcune tipologie di sistemi, quando vengono virtualizzati, non offrono ancora quei requisiti di sicurezza e scalabilità ritenuti indispensabili negli ambienti dedicati alle applicazioni più critiche per l’azienda”.


“La virtualizzazione è una delle aree in maggiore fermento nel panorama IT attuale, anche se in Italia abbiamo ancora distanze da colmare rispetto ad altri Paesi avanzati – sostiene Massimiliano Grassi di Citrix Italia. La server virtualization continua a catalizzare gran parte dell’attenzione un po’ in tutti i settori merceologici, per gli immediati benefici economici che porta con sé. A livello invece di progetti di virtualizzazione di applicazioni o desktop assistiamo a una penetrazione di mercato che vede telecomunicazioni e banche in cima anche se retail, industria e pubblica amministrazione ne stanno seguendo l’esempio”.


In questo scenario, molto interessante è l’affermazione della virtualizzazione nell’ambito della pubblica amministrazione come conferma Luca Zerminiani di VMware: “La PA in Italia si sta rivelando uno dei settori più ricettivi in tema di virtualizzazione. In questo ambito, i vantaggi di queste soluzioni sono tangibili in termini di ritorno economico e semplificazione dei sistemi informativi, mentre negli ambienti bancari e assicurativi virtualizzare significa gestire la proliferazione dei server, che crea problemi di spazio nei data center, e ridurre significativamente i consumi energetici.

Infine, anche nella GDO e nelle aziende manifatturiere nella maggior parte dei casi si virtualizza per disporre di un’infrastruttura ICT sicura, facile da gestire, scalabile e conveniente, in grado di ridurre i costi e le operation”.


“Per quanto riguarda lo stato della virtualizzazione, ci sentiamo di dire, come testimoniano diverse ricerche condotte in merito, che circa il 40% dei server presenti nelle aziende è virtuale e che la virtualizzazione stia ormai diventando una tecnologia standard nella maggior parte delle aziende, ma riteniamo ci sia ancora spazio per incrementarne il tasso di penetrazione”, afferma Alessandro Starita di EMC. Inoltre il manager sottolinea anche lui le buone performance su questo fronte delle strutture ICT della nostra PA: “Sia in ambito centrale che locale, su realtà centralizzate e ‘grandi’ e anche su realtà geograficamente distribuite che hanno beneficiato della possibilità di amministrare i servizi ICT in modo centralizzato e semplificato”.


In definitiva quindi se qualcuno sta pensando di compiere il salto verso il cloud computing deve tener ben presente che la sua ICT sarà più flessibile quanto sarà più virtualizzata e che, allo stato attuale, il passo verso la nuova modalità delle ‘nuvole’ potrà essere più facilmente compiuto da realtà della pubblica amministrazione e del settore finance che non dall’industria o dal commercio. Ognuno tenga in debito conto questo quadro per non trovarsi tagliato fuori dalle potenziali evoluzioni del nostro tempo, tenendo ben presente però che nel corso del 2012, in qualsiasi mercato si operi, qualche concorrente potrebbe imboccare rapidamente la strada verso un modello di fruizione dell’ICT più competitivo di quello attuale.
 

 

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