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23/10/2013

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Il maratoneta che sta cambiando l'Inps

Antonio Mastrapasqua racconta il percorso di trasformazione dell'ente previdenziale

Tutti gli italiani conoscono Inps, l’istituto pubblico che si occupa della previdenza e dell’assistenza dei cittadini che lavorano nel nostro Paese. Non tutti però sanno che dal 2008 questa importante realtà ha imboccato una strada di grande cambiamento che ha ottenuto molti risultati incontrando al contempo, come era scontato, anche molte difficoltà. In questa importante trasformazione la carta Ict è stata, insieme ad altri fattori, una delle protagoniste determinanti, ma la portata di alcune scelte sono andate ben oltre i confini di Inps, contribuendo positivamente a ridurre il digital divide culturale dell’Italia nel suo complesso. Di come è nata e si è sviluppata questa rivoluzione abbiamo parlato con il suo massimo artefice, ovvero Antonio Mastrapasqua, Presidente di Inps dal 2008.

 

Lei è uno sportivo. Ha partecipato a diverse maratone competitive e amatoriali, compresa quella di New York, ai master di canottaggio e pratica con passione anche altri sport. Quale disciplina ha più analogie con il ruolo di Presidente di Inps che ricopre dal 2008?
Parlando dell’ambito sportivo, sicuramente le discipline di resistenza, come la maratona che si svolge sulle lunghe distanze, sono quelle che hanno formato di più quelle attitudini necessarie a svolgere il ruolo di Presidente di Inps.
Lavoriamo su lunghe scadenze, sulle quali però ogni metro che facciamo è importante e deve essere fatto sempre nella direzione giusta. Resistere a lungo, porsi degli obiettivi intermedi ben chiari, calibrare le forze e le risorse per raggiungerli, non disperdere inutilmente energie... Diciamo che un centometrista è meno adeguato. Non possiamo solo affidarci allo sprint finale.
In entrambi i contesti bisogna essere in grado di attingere alle risorse giuste al momento giusto. Passo, resistenza e cadenza sono parametri rilevanti e saperli governare anche in un ambito come Inps portano a un indubbio vantaggio.

 

Quante entità pubbliche estere che si occupano di previdenza e assistenza su una popolazione di decine di milioni di persone, sono paragonabili a Inps per complessità e volumi sviluppati?
A memoria nessuna, poiché lo Stato italiano ha creato attraverso Inps un’entità unica dove tutta la previdenza obbligatoria è sommata a tutta l’assistenza di fatto obbligatoria che viene erogata dallo Stato.
Non abbiamo la possibilità di confrontarci con entità uniche paragonabili alla nostra, ma ci confrontiamo sempre con soggetti attivi su alcuni dei nostri temi, per esempio in Francia e in Germania, che rispondono a forme di governo del welfare diverse dalla nostra.
Detto questo però ci tengo a dire che negli ultimi tempi Inps è oggetto di studi approfonditi da parte di Stati esteri che si stanno ponendo il tema di come affrontare la gestione del loro welfare. La Cina è per esempio una delle nazioni che sta studiando da vicino il modello Inps e che più frequentemente chiede di incontrarci per approfondire il nostro modello.

 

Come si spiega questo interesse per Inps che arriva addirittura dalla Cina?
Il nostro modello centralizzato a cui sono affidati compiti estesi e diversi, spesso giudicato in passato da più parti come una distorsione, oggi invece viene guardato con interesse.
La sfida per i colleghi cinesi è quella di immaginare un sistema che dovrà dare servizi di welfare a diverse centinaia di milioni di persone. Non è facile capire come in Cina questo sistema deve essere organizzato, come si devono utilizzare le risorse, come si coniugano previdenza, assistenza, malattie, maternità, disoccupazione… Per loro è sicuramente una sfida importante.
Inps raccoglie in un’unica entità questo complesso di attività e in questi anni di crisi si è verificato che l’abbinamento previdenza e assistenza in unico punto, in passato criticato da più parti, si è rivelato invece un punto di forza. I lavoratori dipendenti che per loro sfortuna hanno dovuto affrontare, o stanno affrontando ancora oggi, un periodo di disoccupazione, cassa integrazione o mobilità, non hanno subito ritardi nella ricezione dell’assegno Inps di sostegno al reddito. Non hanno dovuto fare file, nemmeno una... Cose che negli altri Paesi invece succede ancora.

 

Ci può dare qualche numero per descrivere la dimensione dei volumi che Inps deve trattare?
Di fatto trattiamo tutta la popolazione attiva, tutti i dipendenti, il 100% dei pensionati al netto di quelli iscritti alle Casse Private. Diamo assistenza a una fetta considerevole della popolazione. I nostri interlocutori sono quindi la quasi totalità degli italiani.

 

Qual è il ruolo dell’Ict in Inps oggi e come è evoluto dal suo arrivo?
Un’organizzazione come Inps non poteva e non può prescindere da una diffusa informatizzazione e telematizzazione. Quando si devono raggiungere milioni di persone che ogni giorno si rivolgono a Inps per un servizio è inimmaginabile che in questo nuovo millennio ci siano ancora da fare delle file allo sportello, compilare a penna dei pezzi di carta ed essere supportati da processi manuali o semimanuali.
A questa esigenza di modernità si è aggiunto in questi anni il blocco del turn over per il personale del pubblico impiego, e quindi non possiamo sostituire il personale che esce dall’istituto.
Inoltre dal 2008 la crisi mondiale ha visto per Inps un consistente aumento delle prestazioni dovuto alla maggiore erogazione di servizi di sostegno al reddito. Dal 2008 al 2011 cassa integrazione, disoccupazione e mobilità sono aumentate del 300%.
E’ chiaro che con un numero decrescente di dipendenti e un verticale aumento delle prestazioni da erogare o si bloccava il sistema, dichiarando così di non essere all’altezza delle cose da fare, oppure bisognava inventare un nuovo Inps.
Abbiamo quindi immaginato di gestire il 100% di tutte le nostre prestazioni grazie all’Ict, oltre 350 servizi diversi: dalla malattia alla gestione del lavoratore transfrontaliero.

 

Come avete costruito questo nuovo Inps totalmente informatizzato?
E’ stata un’opera difficile perché portare tutto sull’informatica ha significato costruire tutta la relazione tra Inps e i cittadini essenzialmente attraverso due canali. Il canale web e quello contact center. Poiché ci rivolgiamo a una popolazione che va da zero agli over 100 anni, è chiaro che non possiamo pretendere che tutti gli utenti abbiano la stessa dimestichezza nella fruizione della tecnologia.
Oggi il singolo cittadino può dialogare con noi o via web o via telefono come se fosse davanti a un personal computer o come se venisse direttamente in una delle nostre sedi.
I numeri di coloro che si rivolgono a noi attraverso strumenti Ict crescono in maniera esponenziale. Abbiamo distribuito oltre 10 milioni di Pin e gestiamo un milione di contatti giornalieri, la maggior parte tra web e contact center. Il 75% di questi contatti si realizza perché l’utente richiede una prestazione.
Tutto questo ha prodotto internamente molti benefici, ma ha portato diversi vantaggi anche oltre il perimetro Inps.

 

Cosa intende?
Inps oggi è uno dei fattori abilitanti che portano il Paese a crescere nell’utilizzo delle nuove tecnologie e alla riduzione del suo digital divide culturale. Non dico che educhiamo il Paese all’Ict, perché non abbiamo questa presunzione, ma certamente diamo il nostro contributo in tal senso.
Abbiamo dovuto anche scontrarci e sconfiggere una serie di resistenze, sicuramente legittime, ma che in questo periodo di spending review e di tagli dei costi non avevano più giustificazioni. Disporre di canali informatici diffusi che funzionano significa ottenere efficienza ma anche efficacia. La vicenda del Cud della scorsa primavera in questo senso è stata emblematica.

 

Ci sono state diverse polemiche proprio in merito a questa vicenda?
Abbiamo avuto sicuramente delle persone che si sono dispiaciute, che hanno reclamato, ma dopotutto la Legge ci imponeva di non mandare nulla via posta. Nel complesso è andata bene. Tanta gente si è scaricata il Cud da sola, circa 3 milioni di utenti.
Ci sono stati alcuni momenti di tensione, ma il prossimo anno miglioreremo il servizio e tutti si scaricheranno il Cud da soli, e siamo certi che nei prossimi anni sarà normale per ogni cittadino scaricare il proprio Cud dal web.
Abbiamo indotto delle abitudini digitali che si rivelano virtuose per una molteplicità di fattori, sia interni a Inps che fuori da esso, ovvero nella società italiana nel suo complesso.
Grazie all’Inps cambia in meglio un po’ anche il Paese.
Ce la stiamo mettendo tutta per fare in modo che nella fase di rodaggio delle iniziative Ict i cittadini non vivano negativamente i nuovi servizi, poi sicuramente qualcosa sfugge e rimangono delle imperfezioni da sistemare.

 

Quali sono oggi le priorità che ha dato al CIO di Inps?
Innanzitutto una delle richieste più importanti è riuscire a offrire un’informatica amichevole, friendly, soprattutto rispetto al bacino di utenti che noi abbiamo che come ho detto è molto eterogeneo, diverso per età, genere, tipologia di lavoro.
In secondo luogo oggi stiamo perseguendo l’importante obiettivo di standardizzazione dei servizi. Ricordo che Inps nel 2012 è stato protagonista della più grande fusione tra enti pubblici mai avvenuta in Italia. Abbiamo inglobato altri otto enti previdenziali pubblici che erogavano prestazioni a determinate categorie: pubblico impiego, spettacolo, sport... in precedenza anche i post-telegrafonici.
Uno degli obiettivi che abbiamo è quindi quello di trattare gli utenti degli enti inglobati in maniera uguale rispetto a quanto facciamo nei confronti degli utenti già in Inps.
Sono presenti ancora delle grosse differenze, il vecchio Inps aveva fatto un percorso di evoluzione dei servizi anche molto ambizioso, molto veloce, marcato da tempi stretti, mentre altri istituti avevano fatto altre scelte.
Oggi abbiamo utenti che vengono visti e trattati in modo disallineato, ma questa forbice dovrebbe chiudersi in tempi piuttosto brevi.
In questo percorso straordinario e difficile fino a oggi fatto verso l’uniformità, che chi tratta di informatica può facilmente immaginare, tengo però a sottolineare che nessun cittadino ha reclamato per segnalare anche un secondo di ritardo nel pagamento della pensione e delle altre prestazioni da noi erogate.
Non è una banalità anche se da anni ci si è abituati ormai al fatto che queste cose non possono che andare bene.

 

Perché non è una banalità assicurare il pagamento delle prestazioni nei tempi previsti?
In un Paese dove spesso la pubblica amministrazione fa vivere ritardi a tutti, per esempio la Salerno-Reggio Calabria, i pagamenti alle imprese... La previdenza che muove volumi immensi, interessi, soldi e persone, in questi anni non ha mai fatto subire a nessuno un giorno di ritardo nel pagamento della pensione e delle prestazioni a sostegno del reddito.
Queste ultime poi, come già detto, in questi anni sono triplicate, e queste risorse per molte famiglie rappresentano il pane in senso reale, non solo metaforico.
Come ho detto durante la relazione annuale al Parlamento nelle scorse settimane, circa il 97% delle prestazioni di sostegno al reddito sono state erogate entro i 30 giorni. In pratica nessuno ha dovuto aspettare più di un mese per ricevere l’assegno di cassa integrazione, disoccupazione o mobilità. E’ stato un vantaggio per le famiglie, ma anche un successo per Inps e questo è un plauso che faccio a tutti i dipendenti dell’istituto.
In questi sei anni di crisi abbiamo contribuito a garantire la tenuta dello stato sociale. Un grosso contributo visto che gestiamo la quasi totalità degli strumenti di welfare di questo Paese.

 

Qual era lo scenario che ha trovato quando è stato nominato Presidente di Inps, e quali sono stati i primi cambiamenti portati avanti?
Quando sono arrivato Inps era ritenuto, a mio avviso a torto, uno dei carrozzoni dello Stato, era un ente che veniva considerato molto burocratico. Perdeva soldi e quant’altro… Il mio primo obiettivo è stato quello di ristabilire un clima di fiducia tra il cittadino e l’ente, anche in virtù del fatto che il mio arrivo nell’estate del 2008 ha coinciso con l’inizio della crisi mondiale.
Non scordiamoci che le persone ‘affidano’ a Inps i loro risparmi per tutta la vita lavorativa, per ricevere poi una pensione. Visto che Inps aveva quella vecchia nomea immeritata, se non fossimo stati in grado di assicurare in questi anni di crisi efficienza ed efficacia nella nostra azione, avremmo fatto dei danni non solo a noi stessi, ma anche al Paese.
Il primo cambio forte che ho portato avanti quando sono arrivato è stato un rinnovamento della classe dirigente dell’istituto. Non che l’età sia sinonimo di qualcosa, però ho scommesso sui giovani. Sono arrivato che i miei dirigenti avevano un’età media superiore ai 60 anni, oggi questa media si è abbassata a 40 anni. Qualcosa può aver significato, compreso il fatto che come Presidente ho la responsabilità di aver nominato dei dirigenti che rimarranno potenzialmente in questi incarichi per i prossimi vent’anni o più. Una seconda iniziativa di cambiamento è stata quella di ‘aprire’ Inps ai cittadini, ma in modo diverso rispetto a quanto fatto da altri: abbiamo deciso di metterci la faccia.
Il Presidente dell’Inps fino al 2008 era pressoché uno sconosciuto per la grande maggioranza dei cittadini, non certo nei Palazzi. Dal 2008 il Presidente dell’Inps si è offerto in tutti i modi all’opinione pubblica: esiste un Presidente, ha una faccia, rischia in prima persona, e questa cosa in Italia succede raramente, di essere oggetto di applausi, ma sicuramente può essere oggetto di critiche; tutto questo perché esisto. I miei predecessori furbamente ‘non esistendo’ non raccoglievano né gli uni né gli altri.
Inoltre l’informatica ha di fatto aperto, anzi scoperchiato, l’istituto.

 

Ci faccia un esempio di come l’Ict ha contribuito a cambiare Inps.
Le persone non devono più andare a fare una fila, avere un rapporto con un impiegato di cui bisogna segnarsi nome e cognome. Il cittadino oggi può depositare informaticamente i suoi documenti, ha una tracciatura sullo stato delle sue domande dal nostro portale, vede dove sta la pratica e la risposta… Tutto questo lo facciamo governando dei numeri che sono impressionanti. Il nostro portale ha circa 820mila visite giornaliere, mentre il totale di pagine web visitate in un anno è pari a 3,5 miliardi.
E’ stata una prova importante nella quale Inps si è messa in gioco; se la ‘macchina’ non avesse tenuto sarebbe stato un boomerang non da poco.

 

Ha accennato al fatto che l’età media del top management di Inps è intorno ai 40 anni. Come si fanno a riconoscere, motivare e valorizzare i talenti in una struttura della Pubblica Amministrazione italiana?
Quando sono arrivato ho trovato in questo palazzo 28 direttori centrali e li ho portati a 12 nel primo mese di lavoro. Quasi il 60% in meno. La motivazione sicuramente viene dal vertice, ma deve nascere anche dalle persone stesse e un’opera di semplificazione sicuramente aiuta a generare questa motivazione.
Ogni nuovo dirigente è stato investito di responsabilità ben precise e delineate e ha delle indicazioni chiare su quello che deve fare. In precedenza con 28 direzioni, invece, c’era una commistione di ruoli e responsabilità non ben definite.
Grazie alla mia esperienza nel privato ritengo che in una qualsiasi organizzazione, privata o no, ci deve essere chiarezza su chi fa che cosa e quella persona ne è responsabile. Con più centri decisionali frammentati, nessuno è mai responsabile di quanto avviene.
Oggi i miei dirigenti e io operiamo chiaramente anche con delle difficoltà. Non scordiamoci che Inps, come tutte le pubbliche amministrazioni, lavora e opera applicando delle Leggi dello Stato. Non sempre, ma non è una critica al Parlamento, queste sono comprese e accettate dai cittadini.
Inps è il cuscinetto tra la legislazione e i bisogni, i diritti e le richieste delle persone. I miei dirigenti e i miei dipendenti, soprattutto coloro che vivono il rapporto quotidiano con i cittadini, come si usa dire stanno al ‘fronte’, hanno dato in questi anni una risposta incredibile.
I risultati ottenuti, soprattutto considerando il periodo di crisi, descrivono al meglio il lavoro fatto dalle persone di Inps.

 

Ci dia alcuni numeri in merito ai risultati raggiunti.
In un momento di crisi abbiamo dimostrato all’esterno che se la pubblica amministrazione è attenta ed efficiente i benefici che si ottengono hanno dimensioni considerevoli.
L’ho detto anche in Parlamento, quando sono arrivato Inps veniva investita da quasi un milione di cause all’anno, ed eravamo i primi azionisti dei Tribunali italiani. Dopo quattro anni le cause sono sotto le 600.000 unità, quindi meno 400.000. Quattro anni fa perdevamo più del 60% delle volte, oggi vinciamo più del 60% delle volte.
Si è verificato un fenomeno incredibile che è anche allo studio del Ministero di Grazia e Giustizia e dell’Associazione Nazionale Magistrati: c’era il timore che la nuova capacità di Inps di scovare falsi invalidi ed evasori portasse a un incremento drammatico del contenzioso, mentre si è verificato esattamente l’incontrario.
Non solo il contenzioso è diminuito, ma non abbiamo nuovo contenzioso. Il cittadino, gli utenti, gli avvocati si sono resi conto che se Inps è efficiente, se è tutto informatizzato, se non si perdono le pratiche è anche inutile promuovere cause verso quella che era l’amministrazione con il maggior numero di cause d’Italia. Questa è efficienza informatica. Abbiamo informatizzato il 100% del processo legale interno, e tutte le pratiche vengono trattate da un sistema dedicato. E’ tutto tracciato, dalla presenza dei nostri avvocati in Tribunale, alle memorie, alle spese richieste e tutto il resto. Grazie a questa totale informatizzazione in parecchie sedi sono emerse cose che prima non vedevamo e che danneggiavano Inps.
Ricordo che nella sede di Foggia abbiamo scoperto quella che è stata una delle più grandi truffe che Inps e lo Stato subivano: gli avvocati facevano le cause per i morti e noi non ce ne rendevamo conto perché non eravamo informatizzati, e così anche i Tribunali e noi pagavamo decine e decine di milioni di euro a centinaia di persone decedute.

 

Un altro esempio.
Nel 2007 avevamo un miliardo di euro di recupero dall’evasione contributiva, negli ultimi cinque anni abbiamo recuperato sempre la cifra considerevole di 7 miliardi all’anno.
L’informatica è servita ad abbattere un altro tabù: le pubbliche amministrazioni non si parlano. In questi anni ho stilato più di 200 convenzioni e quindi tutte le mie banche dati dialogano con quelle delle pubbliche amministrazioni per noi rilevanti: Agenzia delle Entrate, Guardia di Finanza, Carabinieri, Camere di Commercio, Unioncamere... L’incrocio dei dati ha permesso il recupero di miliardi di euro e non di qualche centinaia di migliaia di euro. Il tutto solo attraverso l’informatica, e senza ispettori per strada; mentre questi si sono concentrati sugli ambiti più legati alla loro funzione, come la ricerca del lavoro nero.
Quindi l’informatica oltre a dare il servizio ai cittadini ci sta servendo anche a sconfiggere le truffe a un ente che muove 800 miliardi di euro all’anno e che interloquisce con tutta la popolazione italiana. In questo universo è chiaro che c’è qualcuno che ci prova.

 

Quali indicatori utilizzate per marcare il miglioramento delle performance di INPS? E lei ha qualche indicatore personale per capire come stanno andando le cose?
Abbiamo dei sistemi di rilevazione delle attività ovviamente molto complessi, perché devono misurare tantissimi indicatori rispetto alle quantità, agli smaltimenti delle lavorazioni e molto altro ancora. Ogni trimestre prepariamo dei report sulle nostre attività che approvo e che poi vengono inviati ai ministeri vigilanti. Se l’istituto è efficiente naturalmente sono tutti contenti, se non lo dovesse essere, diciamo che ci sarebbe anche qualche problema di tenuta. Personalmente sono molto pragmatico, e mi rendo conto che abbiamo chiesto alla nostra struttura una grande trasformazione nel modo di lavorare.
Qualche anno fa solo come Inps, il numero dei dipendenti dell’istituto era di circa 50.000 persone, oggi dopo l’inglobamento di altri otto enti, sicuramente più piccoli di noi, siamo sotto i 32.000. Nessuna amministrazione pubblica ha avuto in questi anni una diminuzione di risorse di queste dimensioni, un aumento delle attività e quindi un conseguente aumento vertiginoso della produttività.
I nostri diagrammi in cui confrontiamo il calo delle risorse con l’aumento della produttività dicono che siamo sicuramente un caso da studiare, e siamo studiati anche da entità e università straniere.
La soddisfazione personale per quanto mi riguarda è la soddisfazione degli utenti. Cerco di girare abbastanza, compatibilmente con i miei impegni, e ancora oggi incontro gente sorpresa che ti dice: “Però, l’Inps funziona”.

 

Una bella soddisfazione.
Sono contento, ma mi dispiace che ci sia ancora della sorpresa, perché questo significa che chissà com’era in precedenza giudicato negativamente il lavoro di Inps. Certe affermazioni sono motivo di compiacimento, non per me, ma per le persone che lavorano nell’istituto. Significa che quello che era l’obiettivo iniziale, riuscire a portare fiducia ai cittadini, è ormai alla portata.
Nella relazione che ho fatto al Parlamento ho parlato proprio del concetto di fiducia, che secondo me è l’altra faccia della medaglia della diffidenza. Spero ogni giorno di più che l’azione di Inps vada nella direzione di abbattere la diffidenza che ancora molti cittadini hanno nei nostri confronti.
La fiducia è qualcosa per la quale ci vuole un po’ più di tempo: un conto è raggiungere l’efficienza operativa e un conto è conquistarsi la fiducia del cittadino.
Era nei miei obiettivi mettere Inps su questa strada, ed è stato importante riuscire a farlo in un momento in cui in tutti i Paesi, ma in Italia soprattutto, i temi diffidenza e fiducia in relazione alla cosa pubblica sono piuttosto sentiti.

 

Quale altra caratteristica positiva bisogna mettere in campo, oltre all’efficienza operativa, per conquistarsi la fiducia dei cittadini?
Il secondo fattore indispensabile oltre all’efficienza operativa è sicuramente la serietà.
Se prima del 2012 esistevano otto enti, otto presidenti, otto consigli di amministrazione, otto direttori generali, sedi centrali e periferiche, trovarsi oggi con un ente così importante che raccoglie le attività degli enti precedenti con un solo presidente, un solo direttore generale, senza consiglio di amministrazione, è stato voler dare all’esterno anche una dimostrazione di serietà.
Il nostro sforzo quotidiano è quello di fare le cose con serietà e forse a volte siamo stati anche eccessivi. Ma fino oggi c’era e c’è ancora una forte sfiducia, accentuata anche dal fatto che nel frattempo abbiamo vissuto quattro riforme delle pensioni in cinque anni. I giovani ancora oggi dicono: “Cosa serve versare all’Inps, intanto la pensione non la vedrò mai...”
Abbiamo tentato, e non so se ci siamo riusciti, ogni giorno di trasmettere sempre un’immagine di serietà. Stiamo riducendo gli immobili in modo significativo, con la spending review del 2012 abbiamo ridotto le spese correnti del 52%, unico ente pubblico italiano mentre tutti gli altri hanno fatto tagli del 10%.
Stiamo operando con grande sofferenza, ma ho sempre detto che dobbiamo farlo con l’unico limite di non andare mai a ledere i diritti dei cittadini.

 

Un sfida che pensa sia interessante per il futuro?
Il tema di un raccordo internazionale con almeno altre entità europee che si occupano di previdenza è sicuramente stimolante e in questo ambito credo che si possa fare qualcosa di interessante e utile per i cittadini.
Ho lanciato spesso l’idea di avere un collegamento con gli altri istituti previdenziali europei, e ne ho già anche parlato con il Ministro. E’ necessario iniziare a costruire un network di informazioni che magari in un secondo momento potrà affrontare le politiche previdenziali. Ho avuto l’assenso per cominciare almeno ad avere un dialogo informatico tra gli enti dei Paesi europei.
A oggi manca questo link, ogni ente europeo è separato, chi più chi meno, anche informaticamente, ma se un cittadino italiano, belga o francese lavora nella sua vita in un po’ di Stati, per avere informazioni sul suo stato pensionistico deve rivolgersi di volta in volta a entità diverse. Mi dedicherò molto presto a questo progetto per mettere in comune i dati, per quanto possibile e sempre seguendo tutte le regole di privacy. Riuscire a concretizzare questo progetto sarebbe per me un grande successo.
Credo che almeno la previdenza europea dovrebbe essere messa totalmente in rete, il numero dei nostri giovani che avranno un futuro lavorativo in diversi Paesi è, e sarà, in crescita e quindi dobbiamo preparargli le strade. Oggi invece su questo tema si ragiona come se avessimo ancora le frontiere chiuse.

 

Che rapporto ha con i temi Ict in genere, c’è in particolare qualcosa che l’affascina o che vede come particolarmente interessante per lo sviluppo futuro anche della missione di Inps?
Vivo una sorta di conflitto interno. Qualcuno dice Mastrapasqua ha fatto la più grande rivoluzione informatica nel nostro Paese, questo nonostante io sia una delle persone con la maggiore diffidenza verso gli strumenti Ict. Ma forse proprio questo mio scetticismo o timore è servito nel momento in cui si parlava con dirigenti che davano troppe cose per scontato.
Per prima cosa devo capire bene io cosa stanno proponendo in modo poi da, e qualche volta è stato necessario, intervenire per indirizzare meglio la cosa, per aggiustare il tiro.
Sicuramente la fruibilità e la facilità è qualcosa a cui io vado in cerca quelle poche volte che mi approccio al computer e ho sempre paura di provocare qualcosa schiacciando un tasto sbagliato. Vedo invece che mio figlio ha una confidenza totale con lo strumento e mi viene sempre un’ansia incredibile quando lo vedo davanti allo schermo. Siamo naturalmente di due generazioni diverse…
Sono molto scettico e dubbioso poi su tutto quello che riguarda i social network, ma sono anche consapevole che i giovani sono già oggi utenti di Inps, e lo saranno sempre di più in futuro.
I miei uffici hanno sviluppato iniziative su Facebook, Twitter e i numeri che mi hanno portato sono però incredibili. Le app di Inps sono state prime classificate per mesi tra quelle scaricate gratuitamente…
Questo significa che aprirci alle nuove forme di comunicazione con i giovani, ma anche con i meno giovani che però dominano gli strumenti più moderni, è sicuramente necessario, e oggi sta iniziando a funzionare.

 

Ci racconti una cosa che avete fatto in questo ambito.
Fino a due anni fa le persone che versano contributi all’Inps non ricevevano mai informazioni sui soldi che ci affidavano, un po’ come se una banca non mandasse mai gli estratti conto ai propri clienti.
Oggi, invece, un cittadino attraverso il sito, con le proprie credenziali di ingresso, può andare a vedere in qualsiasi momento qual è la situazione dei suoi versamenti durante tutta la vita lavorativa. E’ una cosa banale, e semmai è assurdo che fino a due anni fa questa cosa non si faceva.
Grazie alle recenti app di Inps questa operazione è ancora più facile e le persone infatti vanno anche quotidianamente a controllare i contributi versati; è un’abitudine che sta entrando nella vita dei cittadini.
Sono anche piacevolmente sorpreso dall’atteggiamento collaborativo che su questo fronte abbiamo riscontrato dai nostri utenti.

 

Si spieghi meglio.
C’è questo problema del Pin che mi dico sempre essere troppo lungo. All’inizio avevamo 16 caratteri, mentre oggi sono 8.
Temevo il fatto, e mi dispiaceva di conseguenza arrecare un aggravio in più ai cittadini, che questi codici scadono ogni tre mesi; mi sono preoccupato dell’impatto negativo che tutto ciò poteva avere, ma con grande sorpresa ho invece visto che il meccanismo di rinnovo sta andando spontaneamente a regime. Questa che all’inizio poteva sembrare una seccatura, sta invece diventando qualcosa di normale.
Purtroppo non sempre è andata così, abbiamo subito attacchi molto violenti quando abbiamo avviato importanti innovazioni nella relazione con i cittadini che rispondevano anche a una esigenza di semplificazione nei loro confronti, oltre che nostra.

 

Ci racconti un episodio esemplificativo di quanto avete subito.
Il cambiamento del certificato medico di malattia da cartaceo a online. C’era una legge vecchia di oltre dieci anni che introduceva questa modernizzazione che nessuno però aveva avuto la forza e il coraggio di applicare. Noi ci abbiamo provato con successo e oggi i certificati di malattia online sono un dato di fatto.
Detto questo però, non auguro a nessuno di vivere quei momenti che per il sottoscritto sono stati tragici. Ho subito personalmente le peggiori accuse come se avessi fatto le più abominevoli nefandezze. Le stesse categorie dei medici, che mi accusavano in modo veemente, non riporto i termini da loro usati, oggi plaudono al fatto che Inps ha sviluppato una nuova app per consentire una comunicazione veloce della malattia all’Inps. Adesso sono contentissimi, e sono passati appena due anni e non 20 dallo scontro frontale.
Insieme al ministro della Funzione Pubblica dell’epoca, ho sostenuto questo cambiamento contro tutto e tutti. Lo sciopero dei medici, resistenze da parte di Confindustria e Confcommercio perché dicevano che le aziende non erano pronte a fare quello per cui la PA era invece già pronta.

 

I risultati ottenuti con il certificato medico di malattia online?
Avevamo quasi 12 milioni di certificati medici cartacei, quando siamo andati online sono diventati quasi 20. Vuol dire che 8 milioni erano i certificati che ‘perdevamo’ e noi intanto pagavamo una marea di malattie senza poterle controllare.
Il costo per i cittadini complessivo dei certificati medici cartacei era di circa 200 milioni di euro all’anno, oltre a tutte le scomodità del vecchio sistema che paradossalmente prevedeva fosse il malato a farsi carico, o un suo delegato, di andare all’ufficio postale nel primo giorno di malattia a spedire due raccomandate con spese a suo carico. Abbiamo tolto tutto questo grazie all’informatica e alla telematica.
Siamo passati di colpo dal Medio Evo alla modernità, e oggi abbiamo una banca dati incredibile sulle patologie, sulle malattie, sulla loro durata, sulla loro distribuzione per aree geografiche, tipologie di aziende e altro che potrà essere usata dal Ministero della Salute e dalle Regioni. Questa, come altre, sono state belle battaglie, le ferite non solo sono guarite, ma sono felice di averle avute.

 

In che modo l’esperienza positiva di Inps può essere messa a fattor comune nella PA italiana?
Periodicamente leggiamo che non si riescono a liquidare gli enti inutili disciolti che magari sono stati fondati prima della guerra. Noi in due anni abbiamo assorbito tutti gli enti previdenziali obbligatori attivi.
Siamo stati bravi? Non lo so; sicuramente non sono stati bravi gli altri. E’ chiaro che abbiamo avuto tante norme che ci hanno aiutato e che io ho fortemente richiesto, ma la considerazione che abbiamo avuto da Governo, Parlamento e parti sociali non l’avevamo a prescindere, anche se siamo l’Inps. Questa considerazione ce la siamo conquistata giorno per giorno, passo dopo passo, dimostrando fin dall’inizio che il cambiamento, la modernizzazione è possibile.
Sono una persona realista e ritengo, ma non è presunzione, che se siamo riusciti a raggiungere noi determinati risultati, l’ho detto anche in Parlamento, lo debbono fare anche gli altri, anzi non lo possono non fare.
Con il 52% in meno delle spese correnti rispetto a dodici mesi fa, con quasi il 50% in meno dei dipendenti rispetto a pochi anni fa, investendo nella totale informatizzazione dei servizi che supportano una platea di decine di milioni di persone… Se l’abbiamo fatto noi, non ci sono scusanti per nessuno.
Inps non deve essere premiato, semmai lo devono essere i suoi dipendenti, ma deve diventare una best practice e tutti gli altri enti devono agire come noi. Abbiamo dimostrato che il miglioramento anche radicale è possibile, con i nostri numeri che sono i più elevati di chiunque altro.

 

Da appassionato di maratona, che Inps vedremo tra tre anni?
Tra tre anni mi augurerei di avere un Inps che abbia completamente chiuso la fase di integrazione degli altri enti, nessun cittadino deve subire un servizio diverso e minore da quello che Inps fornisce come standard.
Inoltre mi augurerei di vedere ben avviata l’integrazione informatica con tutti gli altri enti previdenziali europei. Sarebbe un grande segnale di apertura e di credibilità del Paese nel contesto europeo e potremmo essere leader in questo. Inoltre sarebbe per tutti i cittadini del nostro Continente un segnale tangibile e concreto molto forte per questa Europa che vogliamo unire e integrare per servire meglio gli europei e che oggi, invece, appare purtroppo a molti sotto una luce negativa.
Ho già avuto incontri con altri Presidenti di enti previdenziali pubblici di diversi Paesi e posso dire che siamo tecnologicamente e informaticamente avanzati rispetto agli altri. Abbiamo la fortuna di avere tutto qua dentro, su una ‘macchina’ sola, gli altri invece hanno 13 enti in Germania, 8 in Francia, e si trovano in una situazione complessa come era la nostra fino a poco tempo fa.
Fare un’integrazione informatica a questo livello sarebbe un chiaro successo sul quale io cercherò di impegnarmi a fondo iniziando a lavorarci fin dalle prossime settimane.
 

 

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