Estate 2020
Servizi - Applicazioni
 

30/11/2012

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Servizi IT ‘Nexus ready’ firmati IBM

Per supportare le aziende nell’intreccio di mobile, social, cloud e information

 

Parlare di Global Technology Services è prendere in considerazione il 40 per cento del business di IBM nel mondo. Cosa non da poco. Essere a capo dell’organizzazione che porta questo nome in Italia significa guidare circa 2500 persone impegnate in strategie di outsourcing, maintenance e servizi tecnologici di tipo progettuale e consulenziale.
Anche questo non è poco.

 

L’incontro con Eva D’Onofrio nel quartier generale IBM di Segrate è l’occasione per capire le mosse di uno dei più grandi vendor IT del pianeta davanti al mercato che cambia e al nexus di quattro forze – mobile, social, cloud e information – che secondo Gartner sta trasformando l’IT. L’intervista è impegnativa, ma la D’Onofrio è una ex-maratoneta ed è più rilassata del suo intervistatore. Speriamo che il registratore tenga. Cosa abbiamo iniziato a dire di Global Technology Services?

 


 

“Che è un segmento centrale nella strategia della compagnia, che nel tempo si è avvicinata ai clienti sul piano del valore dell’IT per la competitività delle aziende”, afferma la responsabile di GTS Italia. “Consapevoli che l’allineamento IT-business è una sfida molto importante per i nostri interlocutori abituali, i Cio, abbiamo cercato di accompagnare le aziende nel percorso di valorizzazione dell’information technology all’interno dell’azienda di cui fanno parte. Un atteggiamento che rispecchia fedelmente la storia della stessa di IBM, nata come azienda di prodotti e poi fortemente orientata a fare in modo che i servizi diventassero parte sempre più importante del proprio business.

L’acquisizione nel 2002 della Price Watherouse Coopers Consulting ha segnato l’evoluzione della compagnia in questo. Oggi l’IT è sempre più una delle competenze core nella strategia di ogni organizzazione e IBM contestualizza servizi tecnologici in funzione delle necessità di business delle aziende clienti”.

 

 

Le forze che cambiano l’IT
 

 

Le quattro forze individuate da Gartner quali driver del cambiamento dell’IT svolgono certamente un’azione importante nell’attività di chi si occupa di consulenza, progettazione, realizzazione, manutenzione e conduzione di sistemi IT. Cerchiamo di capire meglio come. “La cosa più interessante di cloud, mobile, information e social sono le loro interconnessioni”, sottolinea D’Onofrio. “Mobile e social, per esempio, si alimentano l’una con l’altra ed entrambe sono forze che contribuiscono a creare grandi moli di dati. Il mobile è un modello di consumo dell’IT che sta dando una forte spinta a un diverso modello di delivery rappresentato dal cloud. Ecco il nexus: il mobile come modello di consumo crea la domanda di un modello di delivery che quasi in modo naturale è quello del cloud”.
 

Come tutto questo cambia il vostro lavoro? “Sicuramente imponendoci una continua attenzione all’innovazione dei servizi. Forse ancora maggiore di quanto lo sia ora, sebbene IBM abbia puntato molto su questo. Quando si pensa alla ricerca di solito viene alla mente la ricerca di prodotto. In IBM in realtà un terzo dei 3000 ricercatori nel mondo lavora sui servizi e in particolare su temi nuovi come mobility e analitycs”.

 

 

Mobile (e social)
 

 

La cosa interessante, come ha sottolineato l’analista Monica Basso di Gartner, è che di mobility non si parla più soltanto nelle sessioni dedicate a questo tema, ma anche nelle discussioni su social, collaboration e security. Si tratta insomma di un argomento molto trasversale, il più trasversale dei quattro che compongono il nexus.
 

“Su questo tema – prosegue D’Onofrio – abbiamo disegnato tutta una serie di servizi che supportano le organizzazioni nostre clienti proprio nell’affrontare le sfide create dall’uso massivo di device mobili. Perché se da un lato la mobility porta benefici in termini di costo alle aziende, dall’altro introduce una serie di tematiche che hanno a che vedere con la capacità di gestire, standardizzare, automatizzare vari aspetti a cominciare dalla sicurezza. Pensiamo al fenomeno del bring your own device, espressione della consumerizzazione dell’IT: si stima che già alla fine dello scorso anno la metà dei dispositivi usati dai dipendenti fosse di loro proprietà; questo da un lato crea benefici, dall’altro deve preoccupare chi non è attrezzato a gestire le nuove modalità di interazione sul lavoro”.

 

 

Il cloud
 

 

Il cloud computing sta accelerando l’esternalizzazione dei servizi IT. E questo non può non essere importante per chi, come IBM Global Technology Services, si occupa di servizi in outsourcing. Non a caso, afferma D’Onofrio “Il cloud è una delle iniziative strategiche che fanno parte della nostra roadmap 2015. È quindi un’iniziativa da cui IBM si attende una rilevante crescita, cosa che sta già accadendo, e a cui ha dedicato consistenti investimenti. Sono stati investiti tre miliardi di dollari per acquisire competenze in area cloud, abbiamo undici laboratori di sviluppo e creato sei data center che erogano servizi cloud”.
 

Ci sono molti punti di contatto tra il cloud e l’outsourcing. Nascono inoltre nuove forme di esternalizzazione che rappresentano una sorta di via di mezzo tra le due soluzioni. “Il cloud è un’evoluzione dal punto di vista dell’automazione e della standardizzazione di quello che è stato il percorso dell’outsourcing: che non ci può essere cloud senza automazione e standardizzazione è infatti abbastanza evidente”, sottolinea D’Onofrio. “Il fatto è che oggi le tecnologie hanno consentito di evolvere verso un modello cloud che apre nuove frontiere nel sourcing, senza per questo far diventare “fuori moda” l’outsourcing cosiddetto tradizionale, che tale non può essere se contiene automazione e standardizzazione. Il cloud apre uno scenario diverso e quello che noi vediamo è uno spostamento verso modelli ibridi di sourcing. Questo richiede innanzitutto l’evoluzione del ruolo del Cio, che da gestore di infrastruttura evolve verso un ruolo di orchestratore di diversi modelli di delivery e dovrà porsi il tema dell’integrazione e della gestione di Kpi. Oltre che della sicurezza, che non viene compromessa dal cloud ma deve essere trattata con grande attenzione”.
 

Outsourcing di tutto o solo dei servizi non core? “La risposta più logica è: dipende. Non c’è una ricetta che vada bene per tutti, ma certo un outsourcer con esperienza e con un modello industriale di delivery può introdurre al tempo stesso saving importanti e livelli di servizio elevati, cosa possibile solo se si ha alle spalle un modello industriale del servizio”.
 

Che cosa significa industrializzare il servizio? “Significa portare nell’IT ciò che si è fatto qualche decennio fa nella produzione industriale: introdurre livelli elevati di automazione e standardizzazione, eliminando dove possibile la manualità che introduce costi e rischi. Vuol dire anche utilizzare best practice di automazione e di standardizzazione consolidate in centinaia di data center nel mondo. È una cosa che si può permettere solamente chi fa dell’oursourcing il proprio core business e opera su scala globale”.

 

 

L’information
 

 

Information Management e, certamente, analytics. Un’area che, come afferma D’Onofrio, “è solo agli inizi di quello che sarà possibile vedere in futuro. Anche in questo settore IBM ha fatto investimenti importanti, come testimonia anche il progetto Watson”. La citazione è ghiotta, ma serve qualche chiarimento: Watson è il nome del supercomputer costruito da IBM che ha sconfitto i 2 più forti campioni del gioco televisivo Jeopardy. La caratteristica di questo quiz, uno dei pilastri della tv americana, sta nel fornire una serie di indizi, per i quali i concorrenti devono trovare la domanda giusta. Una forma di ragionamento al contrario nient’affatto banale per un computer che, proprio come un essere umano, deve essere in grado di destreggiarsi tra le ambiguità che gli indizi possono fornire, confrontarli con le proprie conoscenze in memoria e attribuire alle possibili risposte una probabilità, prima di poter arrivare a quella giusta. E Watson (che porta il nome di Thomas Watson, fondatore dell’IBM) con la sua memoria di 16 terabyte, c’è riuscito.
 

Una trovata pubblicitaria? Non proprio, visto che dietro Watson c’è il lavoro dei ricercatori IBM e di ingegneri informatici universitari (anche italiani dell’Università di Trento) che hanno dedicato gli ultimi anni a creare un sistema che promette di rivoluzionare i motori di ricerca attualmente in uso, oltre che influenzare molti ambiti della ricerca scientifica.
 

Information Management, analytics, big data: “Oggi su questi fronti stiamo testando applicazioni possibili nel campo dei financial services e della medicina. Innovazione, ricerca e nuove tecnologie sono ingredienti del cambiamento su cui IBM investe anche nel mondo dei dati e delle informazioni”, sottolinea D’Onofrio.

 

 

Il mercato italiano

 

 

Gira e rigira si finisce sempre qui. Tanti bei ragionamenti e poi il pugno nello stomaco dei numeri che descrivono un mercato IT sofferente, per esempio quel brutto -3,8% del primo semestre 2012 secondo Assinform. Ma qualcosa di positivo c’è. “Il mercato italiano dal nostro punto di vista non presenta crescita nei servizi tradizionali – spiega D’Onofrio – tuttavia vediamo alcune aree positive come la mobility, la sicurezza e l’outsourcing dove stiamo anche continuando a investire. Certo la diffusione di alcuni servizi e la compressione dei prezzi sono un aspetto ma per contro si comincia a notare una certa predisposizione verso l’outsourcing anche da parte di organizzazioni che prima non consideravo proprio questo modello”.
 

Il futuro prossimo? “La compagnia sta lavorando secondo la roadmap 2015 che per noi è diventata quasi un modello di management. Le iniziative strategiche che comprende sono quattro, ma solo tre ci riguardano visto che una è dedicata ai paesi emergenti”.

 

Le vogliamo dire? Cloud, Analitycs e Smarter Planet. Delle prime due abbiamo detto, riguardo alla vision Smarter Planet che IBM ha lanciato alcuni anni fa attorno alla convergenza di infrastrutture fisiche e digitali, penso che i frutti comincino a vedersi. Ma anche qui ci vuole un po’ di tempo, come per tutte le grandi innovazioni”.
 

 

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