Sicurezza ICT 2019
Mercati Verticali - Servizi
 

03/09/2018

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di Giancarlo Magnaghi

La formazione e le nuove professionalità

Le indagini sulle professioni emergenti indicano una crescita di domanda nel settore delle nuove tecnologie digitali. Dati, piani e normative.



Dopo un avvio bruciante del piano Industria 4.0, che ha visto nel 2017 un’impennata negli ordini di macchine utensili, hardware, software e servizi per l’interconnessione delle macchine e il controllo dei processi di produzione, esaurito il picco iniziale di ordini di nuovi macchinari e impianti, sono iniziate nel 2018 le prime difficoltà. La principale è rappresentata dal fatto che scarseggiano nelle aziende, soprattutto nelle PMI, le competenze necessarie per usufruire pienamente dei benefici delle tecnologie digitali abilitanti e per inserirsi con successo nell’Ecosistema Industriale 4.0 e più in generale nella Società 4.0.


La carenza di competenze
Gli Osservatori delle Competenze Digitali 2017 e 2018 realizzati da Aica, Anitec-Assinform, Assintel e Assinter Italia in collaborazione con MIUR e AgID, mostrano dati significativi in merito ai requisiti delle professioni future, al numero e alle qualifiche dei professionisti ICT, alle caratteristiche dei percorsi di formazione dei laureati e di aggiornamento della forza lavoro, e confermano l’urgenza di allineare l’offerta formativa alla domanda di competenze digitali. I dati dell’Osservatorio riguardanti le web job vacancy mostrano infatti una richiesta media di competenze digitali (Digital Skill Rate - DSR) del 68%, con punte oltre l’80% per le professioni emergenti negli ambiti IoT, mobile e cloud computing. Nell’industria emerge la richiesta di un valore significativo di DSR all’interno sia dei processi di supporto e management (20%) che in quelli di core business (17%). Le aree professionali con DSR più elevato riguardano produzione, progettazione -ricerca e sviluppo, marketing e gestione e sviluppo delle risorse umane. Le nuove professioni emergenti sono: change manager, agile coach, technology innovation manager, chief digital officer, IT process & tools architect, big data scientist, chief information security officer (CISO). Queste professioni sono costituite da un mix articolato di competenze, per governare strategicamente i cambiamenti nelle aree big data, cloud, mobile, social, IoT e security, e richiedono competenze tecnologiche, manageriali e soft skill come conoscenza dell’inglese, capacità di gestione del cambiamento, leadership, problem solving, team working, pensiero creativo, capacità di parlare in pubblico, di gestire il tempo e di comunicare con i clienti.

La crescita delle abilità digitali nei lavori tradizionali
Nell’industria manifatturiera, c’è invece una domanda sostenuta di tecnici specializzati a livello di scuola secondaria (periti meccanici, elettronici, informatici), di cui in Italia c’è grande carenza: i nostri ITS sfornano circa 9.000 diplomati all’anno, contro i 760.000 della Germania. Siamo anche tra gli ultimi Paesi per quanto riguarda il Digital Economy & Society Index che misura la penetrazione delle tecnologie digitali nelle nazioni. Non basta più quindi guardare solo al gap di specialisti ICT, ma bisogna anche rispondere alla crescente domanda di abilità digitali (e-skill) nelle professioni tradizionali, che stanno evolvendo e richiedono maggiori competenze digitali in tutti i settori e tutte le funzioni aziendali, non solo per creare applicazioni o gestire sistemi, ma comunicare, vendere, produrre, amministrare e gestire il personale. Alla necessità di investire nelle competenze specialistiche, si aggiunge quella di adeguare i percorsi formativi e sostenere l’aggiornamento digitale di milioni di lavoratori attraverso la formazione continua. Poiché il percorso verso una maggiore consapevolezza dell’impatto del digitale sul valore del business non è ancora completato in alcuni ambienti del management italiano, è necessario spingere le capacità di e-leadership e change management nei ruoli dirigenziali. Il management deve stimolare l’innovazione, deve conoscere il mondo delle nuove tecnologie, degli strumenti e delle applicazioni, poiché il tema della digital transformation sta entrando fra le priorità dei vertici aziendali, e i manager devono avere la capacità di muoversi a proprio agio negli ambienti digitali.

Il piano Impresa 4.0 e la formazione 4.0
Il piano Impresa 4.0 è entrato nel 2018 nella seconda fase, la più delicata, relativa alla formazione. per accompagnare le imprese nella quarta rivoluzione industriale: manager, quadri e operai potranno formarsi e aggiornarsi sulla manifattura 4.0 grazie agli incentivi fiscali sulla formazione. Infatti, le direttrici strategiche del Piano Impresa 4.0 interessano anche lo sviluppo di competenze innovative grazie a scuola digitale, alternanza scuola lavoro, percorsi universitari e istituti tecnici superiori dedicati, cluster e dottorati specialistici, e infine creazione di competence center e digital innovation hub (DIH). I competence center sono situati nei politecnici e nelle università per garantire la formazione dei giovani e i rapporti tra università e imprese, mentre i DIH rappresentano una rete trasversale grazie alla quale la cultura 4.0 dovrebbe toccare territori e istituzioni. Sia i competence center che i DIH inizieranno la formazione nel 2018 per consolidare le competenze relative all’applicazione dell’intelligenza artificiale, della robotica e dell’IoT negli ambiti del lavoro e del contesto aziendale. Lo scorso anno, il Miur ha firmato un accordo con il Mise per il rilancio del Piano Nazionale Scuola Digitale che riguarda alcuni aspetti essenziali della formazione alle competenze digitali: diffusione della fibra ottica nelle scuole; realizzazione di laboratori e Fab Lab; potenziamento della formazione alle competenze digitali e al coding per preparare ai lavori del futuro. Confindustria Digitale e Miur hanno firmato un accordo sulla formazione relativa alle competenze per l’occupabilità giovanile, che prevede di lavorare su due direttrici: competenze di relazione, trasversali e trasformazionali in un’ottica di apprendimento continuo (soft skill); e verticalizzazione delle competenze digitali, tipicamente big data, IoT, cybersecurity, robotica e intelligenza artificiale.

Cosa prevede la legge
L’ultima legge di bilancio ha introdotto un’agevolazione fiscale per le aziende che vogliono formare il loro personale sulle tecnologie 4.0, che consiste in un credito d’imposta (con un importo massimo annuale di 300mila euro per azienda) pari al 40%, del ‘solo costo aziendale del personale dipendente’ (retribuzione e contributi a carico del datore), che sarà sostenuto nel periodo del 2018 in cui lo stesso sarà ‘occupato in attività di formazione 4.0’, escludendo i costi relativi alla partecipazioni ai corsi e/o ai docenti. Saranno agevolate le spese sostenute nel 2018. Le materie dei corsi sono limitate alle tre categorie di tecnologie (vendita e marketing, informatica e tecniche e tecnologie di produzione) previste dal Piano nazionale Impresa 4.0: big data e analisi dei dati, cloud e fog computing, cyber security, sistemi cyber-fisici, prototipazione rapida, sistemi di visualizzazione e realtà aumentata, robotica avanzata e collaborativa, interfaccia uomo macchina, manifattura additiva, internet delle cose e delle macchine e integrazione digitale dei processi aziendali. Le attività di formazione dovranno poi essere ‘pattuite attraverso contratti collettivi aziendali o territoriali’. Il piano prevede anche un investimento di 95 milioni di euro nel triennio 2018-2020 per incrementare il numero di studenti iscritti agli ITS dagli attuali 9.000 a 20.000.

 

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