Regent 2B
Servizi
 

18/09/2012

Share    

L’outsourcing ? Deve generare valore per il business

Cresce la domanda di soluzioni di sourcing strategico non solo per ridurre i costi

 

 

 

 

Cresce la domanda di soluzioni di sourcing strategico non solo per ridurre i costi

 

 

Raffaela Citterio

 

 

La decisione di orientarsi verso soluzioni di outsourcing ICT, totali o parziali che siano, oggi deve essere ponderata molto più attentamente che in passato, perché gli asset ICT rappresentano, oggi più che mai, una delle principali leve strategiche che possono fare la differenza tra successo e insuccesso. Queste le considerazioni di Annamaria Di Ruscio, direttore generale di NetConsulting, su come cambia l’outsourcing.

 

Il fenomeno dell’outsourcing rientra nell’ambito dei processi di decentramento che ha caratterizzato innanzitutto la produzione industriale e che consiste nell’affidare a subfornitori esterni singole fasi del processo produttivo, restando in capo all’azienda committente la progettazione e la definizione della strategia commerciale del prodotto finito.


Applicata al settore dei servizi e del terziario questa metodologia gestionale si traduce nella convenienza per l’azienda, in termini di costi e di efficienza, a non provvedere a una gestione diretta, o interna, di alcuni servizi strumentali – per esempio quelli legati ai sistemi informatici e di telecomunicazione – ma di affidarli all’esterno, a soggetti terzi specializzati.


Scegliere di puntare o meno verso soluzioni di outsourcing in ambito ICT è un dilemma che pressoché tutte le aziende, indipendentemente dalla dimensione e dal settore di attività, hanno dovuto affrontare nel corso della loro storia: da questa decisione possono derivare miglioramenti gestionali notevoli, con conseguenti risparmi di costi, oppure un incremento delle complessità legate, ad esempio, al controllo dei processi esternalizzati e alle implicazioni normative che una scelta del genere comporta.


La decisione di orientarsi verso soluzioni di outsourcing ICT, totali o parziali che siano, deve quindi essere ponderata molto attentamente, perché gli asset ICT rappresentano, oggi più che mai, una delle principali leve strategiche che possono fare la differenza tra successo e insuccesso.

 

 

Verso un outsourcing flessibile e strategico

 


“È ormai evidente – conferma Annamaria Di Ruscio, direttore generale di NetConsulting – che oggi bisogna orientarsi su un outsourcing flessibile e dinamico, capace realmente di generare valore per il business. In altre parole, non può più essere una scelta orientata essenzialmente al cost saving, ma una decisione strategica condivisa da tutto top management che consenta si, da un lato, di liberare risorse da destinare ad attività a maggior valore aggiunto, ma che, dall’altro, grazie a interventi mirati, renda realmente l’intera organizzazione più efficiente, consentendole di reagire ai cambiamenti in tempo reale”.


Una panoramica esaustiva sull’andamento del mercato italiano dell’outsourcing viene dal Rapporto Assinform 2012, elaborato, come è tradizione, con la collaborazione di NetConsulting, dal quale emerge innanzitutto come, anche in tema di outsourcing, sia in atto una crescente convergenza tra IT e TLC che porta le aziende a siglare sempre più spesso contratti che interessano sia la gestione degli asset IT che il governo delle componenti TLC. In questa accezione, il mercato dei servizi di outsourcing presenta un trend di sviluppo in parziale controtendenza rispetto all’andamento generale del mercato.

 

 

Un mercato sostanzialmente stabile

 


A fine 2011, nel nostro Paese il valore complessivo del mercato dell’outsourcing ICT, in base ai dati del Rapporto Assinform 2012, è risultato pari a 3,102 miliardi di euro. Il lieve calo rispetto all’anno precedente (in cui il valore complessivo era di 3,117 miliardi di euro), è riconducibile prevalentemente alla maturità più marcata delle attività in ambito IT, la cui spesa si è ridotta dell’1,4%, mentre i servizi in area TLC sono cresciuti del 3,3%.


“Il ricorso all’outsourcing – sottolinea Di Ruscio – appare particolarmente indicato nei momenti di grande trasformazione, ad esempio quando sono in atto processi di internazionalizzazione, fusioni e acquisizioni, oppure l’ingresso in nuovi mercati o l’introduzione di nuovi modelli di business. Sono questi, spesso, i driver che spingono verso il ricorso di nuovi modelli di strategic sourcing, che possono essere declinati in diversi modi”.


Gli approcci, infatti, sono molteplici: l’outsourcer può affiancare le risorse interne, oppure prendersi carico, in toto o in parte, delle attività più ripetitive e di routine, o ancora assumersi la responsabilità gestionale di attività tese a rimodellare l’organizzazione aziendale in uno o più settori.


A fronte dell’evoluzione della domanda, l’offerta naturalmente si è adeguata. 
Si assiste infatti a una verticalizzazione sempre più spinta dell’offerta per settore o addirittura per linee di prodotto o di servizio, basti pensare alla gestione delle risorse umane, solo per fare un esempio.


Oltre ai grandi outsourcer IT e TLC, attivi prevalentemente nell’ambito dei servizi infrastrutturali (data center, network management...) da qualche tempo sono infatti entrati sul mercato altri fornitori, system integrator ma non solo, che hanno iniziato a prendersi carico di attività più circoscritte, dall’application management al system & desktop management, dalla gestione documentale ai sistemi di stampa, e l’elenco potrebbe continuare a lungo.

 

 

Dal BPO al cloud

 


Un modello di outsourcing molto diffuso, soprattutto presso le grandi organizzazioni, è stato ed è ancora il BPO (business process outsourcing), in cui uno o più processi vengono affidati a un partner esterno che ne diventa responsabile in toto, naturalmente sulla base di regole e criteri di misurazione predefiniti.


Il fornitore del servizio BPO era ed è responsabile di tutte le componenti del processo (dagli asset tecnologici alle risorse umane impiegate) così come dei risultati ottenuti e di tutte le attività collaterali (gestione amministrativa, scelte tecnologiche ecc.).


In genere il BPO non implica solo la gestione delle infrastrutture e delle applicazioni esistenti, ma anche la loro graduale trasformazione in una logica di business transformation outsourcing (BTO) tesa a consentire alle organizzazioni di reagire ai cambiamenti in tempo reale, grazie anche, e soprattutto, al supporto dei partner tecnologici competenti e affidabili.


D’altra parte, l’eccellenza, il massimo dell’efficienza, l’aggiornamento continuo di infrastrutture e know how possono risiedere solo in strutture che hanno nello specifico processo il loro core business, per cui sono in grado di realizzare quell’industrializzazione e quelle economie di scala indispensabili per il contenimento dei costi.


Il BPO, naturalmente, presenta numerose sfaccettature, come ad esempio l’offshore BPO, che vede il coinvolgimento di Paesi in cui il costo del lavoro è molto competitivo (India, Paesi dell’Est europeo, Cina...).


Con l’avvento del cloud computing, però, anche questo paradigma sta cambiando.
Secondo Di Ruscio “si sta andando verso una graduale convergenza dei diversi sistemi di offerta, che deriva proprio dai nuovi modelli di fruizione dell’ICT abilitati dal cloud”.


Una convergenza che, man mano che il cloud verrà adottato da un numero crescente di organizzazioni pubbliche e private, diventerà sempre più evidente ed estesa e stimolerà altri player, ad esempio vendor di soluzioni applicative e di middleware, a entrare nel mercato dell’outsourcing, rendendo disponibili le proprie soluzioni e i propri servizi in modalità as-a-service.


I punti di forza, per chi desidera operare in questo mercato, resteranno sempre le competenze tecniche e le economie di scala, ma le competenze verticali guadagneranno sempre più terreno, anche perché ormai spesso le attività di outsourcing vengono misurate, e, in parte, remunerate in base a obiettivi legati all’incremento dell’efficacia dei processi.

 

 

Il ruolo del CIO

 


In questo scenario, qual è il ruolo del chief information officer (CIO)? Rischia di perdere terreno, a fronte dell’avanzata di una nuova generazione di facility manager responsabili di tutti i servizi esternalizzati (flotta delle auto aziendali, logistica, asset ICT...)?


“No, direi di no – assicura Di Ruscio – anche se i modelli di outsourcing si stanno evolvendo verso una maggiore verticalizzazione e il cloud, il ruolo del CIO, inteso come figura responsabile dell’ottimizzazione degli investimenti tecnologici tesi a efficientare le attività di business in genere non viene messo in discussione. Certo, deve avere una preparazione sempre più completa, legata non solo alle offerte e alle competenze dei fornitori ma anche, ad esempio, all’evoluzione delle normative in materia, ma questo dovrebbe già rientrare nei suoi compiti istituzionali”.


La conferma viene dall’indagine ‘CIO Survey 2012’ realizzata sempre da NetConsulting su un panel di oltre 70 CIO di grandi aziende italiane appartenenti al settore privato, dalla quale emerge che nel 2011 la percentuale di spesa ICT ha visto una preponderanza della componenti system integration/consulenza (28,2%), seguita però, subito dopo, proprio dall’outsourcing, con una percentuale pari al 23,2%.


Dalla medesima ricerca emerge anche che i CIO si percepiscono sempre meno come semplici technological advisor, con il compito di valutare e veicolare l’offerta dei vendor ICT in azienda, ma ritengono di essere dei business advisor per i quali l’introduzione della tecnologia in azienda, qualunque sia il modello di adozione e fruizione adottato, deve essere strumentale alla crescita del business.


Una soluzione valida per tutti naturalmente non esiste: bisogna sempre partire da un’attenta analisi del proprio settore di attività, sia in ambito pubblico che privato, e dagli obiettivi che si vogliono raggiungere per ottenere i risultati attesi.
 

 

TORNA INDIETRO >>