SentinelOne
 

02/03/2020

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Roberto Ferrari

Fisco e big data: un matrimonio che ha generato pochi frutti

Fino a oggi nonostante la mole di dati raccolta, il potenziale è rimasto di gran lunga inespresso. Ma le cose sembrano destinate a cambiare nei prossimi tempi.

Dati

Anche il fisco utilizza i big data. Può sembrare fantascienza, ma è un mondo che è stato immaginato, creato e alimentato negli anni con una mole di dati sempre più imponenti. Un sistema che ha mostrato pochi segni di esistenza in vita. Al clamore dei primi passi di ogni singola banca dati è seguito il brusio di sottofondo in commento alle poche evidenze di uso frammentato delle banche dati.

Stato attuale
Pare che siano almeno 140 le diverse banche dati a disposizione del fisco, alimentate in parte dallo stesso contribuente. L’Italia è all’avanguardia nell’espletamento degli obblighi dichiarativi a carico del contribuente per sé stesso o per le transazioni avvenute con le controparti. Ma anche l’Amministrazione delle finanze alimenta banche dati interne in cui sono convogliati dati e informazioni utili a profilare il singolo contribuente.
Va da sé lo stupore, forse anche rassicurante, nel leggere la difficoltà nell’ottenere i risultati che da tale potenza di fuoco ci si aspetterebbe.
La fotografia ci è restituita dall’annuale “Relazione sul rendiconto generale dello Stato 2018” della Corte dei Conti. Fotografia sintetica che non riporta solo le zone d’ombra ma anche le eccellenze che l’azione accertativa guidata dall’uso delle banche dati consente. Per il 2018, rispetto all’anno precedente, il quadro riporta un valore accertato in aumento a parità di incidenza sul PIL dell’anno, mentre mostra una riduzione della parte effettivamente incassata dall’erario. Ampliando lo sguardo, considerando gli anni precedenti il 2017, si nota una tendenza alla conferma dell’azione di accertamento della Guardia di Finanza, mentre l’azione dell’Agenzia delle Entrate mostra un certo affaticamento sia per numero di attività di accertamento che per maggiore imposta accertata.
Le cause sono ascrivibili al carico di accertamento per la voluntary disclosure che ha assorbito notevoli risorse nel periodo da 2015 al 2018, e quindi ostacolato la normale operatività di accertamento, nonchè alle difficoltà di rinnovo dei ruoli dirigenziali che ha sostanzialmente congelato gli atti prodotti. Azione di accertamento che pare essere più incisiva se svolta a ‘tavolino’ rispetto all’azione in esterno.

Tanti sforzi per scarsi risultati
Tuttavia, quale apporto hanno fornito le banche dati? Quale valore aggiunto si è ottenuto dall’uso di banche dati specializzate? Non è dato saperlo se non ricorrendo alla memoria o a una ricerca minuziosa negli atti amministrativi che di tanto in tanto affiorano. Complessivamente e in sintesi, sembra scarso, per lo più per la difficoltà sia nell’interpretare i dati, e quindi nella costruzione di profili di ricerca di elementi di interesse, che per la immane eterogeneità delle banche dati stesse. Lo sforzo cui si assiste è infatti di interconnetterle, per cercare di estrarre valore dalle relazioni di informazioni depositate in banche dati specifiche e scritte ogni volta per l’impulso contingente.
È quindi in corso, ormai da anni, l’indirizzo dell’utilizzare i dati per individuare i contribuenti a rischio. Una prima, oggi appare atavica, dimostrazione? Basti ricordare il cosiddetto redditometro. Nato come strumento di accertamento, il risultato dava indicazione di un reddito seppure stimato indirettamente, è stato usato anche per dare una priorità alla concreta azione accertativa. Li, appunto, dai dati dei consumi (auto, immobili, colf, spese scolastiche, ecc.) si ricostruiva il reddito potenziale.
Oggi, se da una parte la voluntary disclosure ha distolto il sistema di accertamento dalle normali attività di verifica e individuazione di nuovi e maggiori imponibili, dall’altra, il sistema degli obblighi fiscali è stato massicciamente orientato verso la produzione di adempimenti in formato digitale.
Da ultimo la fatturazione elettronica, che ha reso superflua la comunicazione delle operazioni soggette a IVA (comunemente conosciuta come ‘spesometro’). L’ultimo spesometro conteneva i dati del secondo semestre 2018.
Nato con cadenza annuale, è stato poi reso più tempestivo riducendo il periodo al semestre, con dati che risultavano disponibili alla lavorazione dell’Amministrazione fiscale circa sette/nove mesi dopo l’effettiva transazione economica che rappresentavano. Peraltro le informazioni erano cumulative delle operazioni effettuate con ogni singola controparte. Si è quindi passati da informazioni cumulate di sette/nove mesi prima alle informazioni quotidiane (oggi il termine di comunicazione è di 12 giorni) e di dettaglio di ogni singola transazione economica.
Quindi una grandissima mole di dati disponibili immediatamente che ora il fisco si appresta a utilizzare con modalità sempre più orientate all’individuazione di fattori di rischio evasione.

Le attività in corso
Le indicazioni relative all’attività di accertamento per gli anni 2019 – 2021 si leggono nella circolare dell’Agenzia delle entrate nr. 19 del 8 agosto 2019. Non rappresenta una novità la suddivisione dei contribuenti in tre diversi cluster. Da anni, in un’ottica di miglioramento di efficienza/efficacia, i contribuenti sono suddivisi in grandi contribuenti (che dichiarano un volume di affari/ricavi superiore a 100 milioni di euro), imprese minori e medie (quelle che dichiarano fino a circa 5 milioni di euro o oltre ma fino a 100 milioni); ne residuano persone fisiche, lavoratori autonomi e enti non commerciali.
Non è inoltre nuovo l’indirizzo di correlare le informazioni per selezionare i contribuenti con maggiore rischiosità. Informazioni di singole banche dati affluiscono a banche dati integrate create con lo scopo di cogliere indizi o elementi incongruenti, tali da suscitare interesse per un’azione ulteriore. Quindi, tutto come prima?
Rispetto al passato, nuovo risulta essere l’indirizzo dell’uso dei dati per selezionare con maggiore tempestività il comportamento non coerente dei contribuenti. Qui è il fattore tempo che fa la differenza. Scoprire imposte evase quando il contribuente non è più in grado di versarle era uno dei limiti dell’accertamento. Con dati freschissimi si vuole, e forse si può, intercettare l’evasione velocemente recuperando alle casse quanto in passato veniva perso. I dati dei primi sei mesi del 2019 sembrano confermarne la bontà, quantomeno per l’IVA recuperata grazie all’incrocio dei dati delle fatture elettroniche con altri dati quali i versamenti effettuati con F24.
Conferma e nuovo impulso derivano dall’incrocio delle transazioni economiche con le informazioni della banca dati dei conti correnti per intercettare le anomalie derivanti dal confronto dei dati così da rincorrere solo i contribuenti infedeli o presunti tali.
Per inciso, la banca dati dei conti correnti, istituita nei primi Anni 2000, modificata e integrata dal 2011, è stata utilizzata per la prima volta lo scorso anno con un test di selezione che offre un primo risultato operativo con circa 1.500 attività di accertamento. L’uso di questa particolare banca dati, che raccoglie saldo iniziale e finale dell’anno e valori complessivamente transati in entrata/uscita, ha subito il vaglio del Garante della Privacy che ha posto condizioni per il suo utilizzo. Si ricorda che il GDPR consente qualsiasi trattamento, purchè sia dichiarato.

Altre novità
Nuovo impulso alla cosiddetta ‘compliance indotta’, vale a dire all’infedeltà ravveduta. Strumento in uso da anni, si sostanzia nella selezione di situazioni anomale cui segue una comunicazione al contribuente. In sintesi, il fisco comunica l’anomalia al contribuente e lo invita, qualora il contribuente stesso la giudichi pertinente, a ravvedersi spontaneamente. Il cosiddetto ‘avviso bonario’ ne è un’esempio cosi come le altre comunicazioni specifiche. Dalle 2.200.000 comunicazioni inviate nel 2018, un terzo ha prodotto ognuna un introito medio di circa 2.200 euro.
Nuovo è anche l’impulso verso una direzione impensabile in passato. L’idea è di poter interrogare la base dati delle fatture elettroniche per selezionare acquisti non coerenti con l’attività prestata. Così l’acquisto di una bicicletta potrà apparire coerente per il commerciante di biciclette ma incoerente per il salumiere. Questo esempio, che non vuole identificare situazioni o categorie economiche specifiche, porta a un ulteriore considerazione: probabilmente si vuole intercettare quell’elusione fiscale che sino a ora era impossibile verificare. L’estrema parcellizzazione del tessuto economico, oltre il 90% delle imprese/professionisti dichiara volumi d’affari/ricavi inferiore a 5 milioni di euro, rende infatti impossibile un’azione di controllo capillare mediante accertamento analitico (ossia l’analisi puntuale di tutte le transazione di un periodo) che quindi risulta essere, nella realtà delle cose, probabilisticamente rara. Anche questa misura pare quindi indirizzata a indurre comportamenti sperabilmente positivi.
Infine, nuova, è la disposizione di comunicare al contribuente l’origine dell’impulso che ha generato l’atto di accertamento, sia esso una comunicazione di anomalia/irregolarità che un vero e proprio atto accertativo di nuovi redditi o imposte. Evidentemente l’informazione è utile anch’essa all’induzione di una compliance fiscale più aderente al dettato normativo.

 

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