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07/02/2018

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di Paolo Morati

Farsi guidare dai dati

Così le tecnologie di analisi influiscono su ruoli e processi, cambiando i modelli di business delle aziende.

Teradata

“Oggi stiamo assistendo a una convergenza tra la tematiche tecnologiche e quelle economiche, un tempo sostanzialmente separate. E questo sta portando anche a una trasformazione delle competenze in gioco che devono essere più trasversali, CIO compreso”. Così ha esordito Mikael Bisgaard-Bohr, Vice President Business Development di Teradata per Europa, Medio Oriente, Africa, Asia-Pacifico e Giappone, che abbiamo incontrato alla vigilia di una lectio magistralis tenutasi presso l’Università Bocconi di Milano. La conversazione è partita dal tema degli analytics e dagli sviluppi che stanno portando in termini di evoluzione dei modelli di business, così come dei rapporti tra ruoli all’interno delle aziende. Il manager ha sottolineato come lavorare sui big data significhi capire che cosa si sta facendo, che cosa si può fare, e come, e influenzare quindi l’andamento economico globale compiendo azioni nel momento giusto, con le risorse giuste.

Mikael Bisgaard-BohrDal costo all’abilitazione
“È indispensabile chiudere il gap esistente tra le varie figure che operano in un’organizzazione, dove mancano ancora dei collegamenti in termini di comunicazione e comprensione di quello che fanno reciprocamente - ha proseguito Bisgaard-Bohr. Abbiamo le persone business che magari vogliono anche sperimentare, mettendo però tutto sulla carta, in slide che poi vanno trasformate nella pratica. E di questo si occupa la parte dei sistemi informativi, che ha in mano la ‘meccanica’, mettendo a disposizione, in un momento storico in cui la tecnologia è pervasiva, infrastrutture e strumenti che permettano a tutti di prendere decisioni corrette. In tale realtà evolutiva il passaggio fondamentale che bisogna compiere, e a cui stiamo assistendo, è che l’IT non deve essere più considerata un costo, ma un abilitatore, qualcosa di realmente integrato con il business”.
Le decisioni, appunto. Un aspetto che riguarda tutti i reparti di un’azienda e per il quale gli analytics si prefiggono di fornire un supporto concreto fondato sulle basi di conoscenza. “Certamente il marketing si distingue come una delle aree aziendali che storicamente beneficia maggiormente di questi strumenti, per comprendere appieno quali azioni compiere per veicolare messaggi e promuovere al meglio un prodotto. E questo lo vediamo ormai quotidianamente tra gli operatori del B2C, nel mondo retail, dove le svariate interazioni rese possibili (e se trattate in modo adeguato, comprensibili) da strumenti come i social, il mobile, la digitalizzazione delle relazioni più in generale, hanno ampliato il concetto di customer journey, ossia il percorso che un cliente vive con un’azienda o brand”, ha aggiunto Bisgaard-Bohr. Il problema è che la gestione dei dati di un’azienda è un processo complesso, che non può essere abbandonato al caso. E qui il manager danese ha usato un paragone con il mondo del calcio: “Trattare e gestire i dati significa schierare un portiere che si occupa della loro conservazione, un centrocampista, che faccia da regista e decida che cosa si può fare con quei dati e stabilire le priorità di investimento, e quindi un attaccante, ossia attuare quelle iniziative che poi permettono di generare profitto in modo realmente concreto. Senza contare che fenomeni come l’introduzione del GDPR (General Data Privacy Regulation) aprono a nuove sfide in termini di conformità e trattamento di questa enorme risorsa e dei processi ad essa correlati”. In questo contesto l’applicazione di processi di governance e di data strategy diventa fondamentale. Figure emergenti come i data scientist o i chief data officer vengono sempre più spesso citate come risorse che vanno nella direzione di guidare fenomeni applicativi atti a individuare nuove opportunità di business. “Ritengo che il chief data officer debba svolgere la mansione di osservatore in un contesto di riferimento dove un operatore non può limitarsi ad analizzare cosa avviene nel suo mercato di riferimento e cosa fanno i concorrenti diretti. Ormai ci sono definizioni che si stanno mischiando tra loro ed è necessario avere una visione a 360 gradi del mercato. Basta guardare a cosa sta avvenendo nel mondo dei servizi di pagamento dove aziende un tempo insospettabili hanno lanciato servizi di questo tipo. Nel contempo anche l’utenza sta cambiando, i giovani si servono di strumenti moderni per comunicare, comprare, interagire. E questo significa nuovi dati da gestire e capire”.

Farsi guidare dai dati
Teradata in tutto questo si propone di svolgere - con la sua piattaforma di business analytics e i servizi ad essa correlati - una sorta di ruolo di arbitro della partita, fischiando i falli, estraendo i cartellini gialli e rossi del caso, facendo rispettare le regole. Assistendo nella gestione del dato ma anche nel far comprendere a chi è ai vertici delle aziende e svolge il ruolo di allenatore che cosa significhi ragionare sulle tecnologie e diventare una realtà guidata dai dati. “Dai diversi insiemi di dati si ricavano non solo le informazioni finanziarie, ma anche quelle che possono rivelare abitudini, comportamenti e attitudini dei propri utenti interni così come dei clienti esterni. Parliamo di Internet of People, di Internet of Relationships, dove le aziende consumer sono molto avanti. E ovviamente di Internet of Things, con sensori installati a bordo delle auto così come all’interno degli stabilimenti industriali, con questi settori già enormemente interessati a sfruttarne le opportunità. Osserviamo linee di assemblaggio completamente digitalizzate, con raccolta di dati in tempo reale in grado di rivelare eventuali malfunzionamenti e scatenare interventi conseguenti se si superano parametri prestabiliti. Ad esempio nei settori minerari e petroliferi. E poi sui trasporti, con costruttori come Siemens che sfruttano big data e analisi predittive a fini di manutenzione per intervenire prima che si verifichino dei guasti, migliorare l’efficienza energetica e ottimizzare l’utilizzo delle macchine. Assicurando tempi di operatività garantiti, con da un lato penali da pagare in caso di ritardi, ma dall’altro anche condivisione di fatturato. Insomma rischi così come opportunità condivisi”.

La conoscenza funzionale
Questo è solo uno degli esempi citati da Bisgaard-Bohr di possibili legami tra obiettivi di business e funzioni IT e non è un caso che riguardi una grande azienda. “Operiamo in modo molto selettivo su grandi clienti e su più settori in un mondo che non deve più guardare solo alla ‘business knowledge’ ma anche alla ‘functional knowledge’, andando incontro alle diverse esigenze degli uffici finance, marketing, logistica... Ciascuno con il proprio background personale, ma anche da condividere. Il tutto mentre sul fronte IT le aziende stanno assumendo un approccio bimodale, come lo definisce Gartner, con un primo team che segue le attività più tradizionali e consolidate, e un secondo più innovativo dove testare le idee. Alla fine, però, entrambi devono incontrarsi per poter procedere verso un’industrializzazione concreta di quanto elaborato. Ed ecco che è importante ancora una volta sapere quali sono gli obiettivi di business da raggiungere”, ha concluso Bisgaard-Bohr.

 

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