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26/04/2017

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di Paola Cecco

Faccia a faccia con Carlo Ratti

L’architetto torinese, direttore MIT SENSEable City Lab di Boston, guarda al futuro delle città e dello spazio fisico nell’era dell’Internet of Things.



Negli anni 90 la diffusione delle tecnologie digitali e l’esplosione delle reti facevano presagire l’annullamento delle distanze nel mondo fisico.
L’idea era così radicata che lo scrittore e filosofo americano George Gilder si sbilanciò fino ad affermare che le città sarebbero scomparse in quanto “inutile retaggio del passato”. Nessuna previsione avrebbe potuto essere più sbagliata. Le città hanno avuto un grandissimo boom negli ultimi anni: dal 2008 metà della popolazione vive nelle città; in Cina in questo secolo potrebbero essere costruire più città di quante l’umanità ne abbia costruito in tutta la sua storia. Partendo da queste considerazioni Carlo Ratti, architetto e ingegnere fondatore Studio Carlo Ratti Associati e direttore MIT SENSEable City Lab di Boston, guarda al futuro delle città e dello spazio fisico.

“Il digitale non ha ucciso lo spazio fisico – spiega Ratti – ma fisico e digitale si stanno ricombinando in uno spazio ibrido, lo spazio di internet che diventa Internet of Things, tecnologia che permette di raccogliere moltissime informazioni sulla città di analizzarle, di utilizzare l’intelligenza artificiale per capire cosa succede e, in ultima analisi, per trasformare lo spazio in cui viviamo. Ciò significa poter disporre moltissime informazioni proprio grazie alla sensibilità delle città”.

In questo scenario il team di Carlo Ratti ha lavorato sul concetto di ‘senseable city’ mettendo a punto modelli di analisi che permettono di razionalizzare la grande quantità di dati disponibili  conseguentemente alla nuova ‘intelligenza delle cose’. 
“Sfruttando le potenzialità degli autoveicoli di ultima generazione, trasformati da semplici sistemi meccanici a veri e propri “computer su ruote” e potenzialmente in grado di muoversi autonomamente nell’ambiente – spiega Ratti – si potrà generare un sistema ibrido di trasporti pubblici/privati, ottimizzare gli spostamenti e favorire la condivisione dei trasporti con una potenziale riduzione delle auto su strada dell’80%”. 
Visto in questi termini l’IoT potrà contribuire a cambiare la struttura stessa della città. La città funzionale teorizzata da Le Corbusier e basata sulla zonizzazione, ossia la suddivisione dei quartieri in base alle funzioni (abitare, lavorare, divertirsi, spostarsi) ha mostrato lacune e inefficienze, con quartieri inutilizzati per la maggior parte del tempo. A essa sono state contrapposte le teorizzazioni urbanistiche degli anni 60, come quella suggerita dall’antropologa e attivista statunitense Jane Jacob che con il concetto di “mix use development” sostiene l’implementazione di molteplici funzioni nel medesimo quartiere. Oggi le città stanno ancora cambiando in modo radicale, la flessibilità che oggi tutti abbiamo, sta portando a ripensare le nostre città, a ridefinire la transizione tra spazio pubblico e spazio privato e la struttura stessa degli edifici. 
Per i progettisti si aprono quindi nuovi scenari, in cui l’architettura dialoga con l’informatica per la realizzazione di ambienti piacevoli da vivere e in grado di creare una ricca trama sociale. Questi i temi approfonditi nell’intervista all’architetto Ratti. 

Contrariamente a quanto profetizzato in passato la tecnologia digitale non ha ucciso lo spazio fisico. Protagonista di questa trasformazione l’IoT. Quali gli impatti su scala urbana?
Per inquadrare l'impatto dell' Internet of Things in campo urbano possiamo partire da un’analogia. Quanto sta accadendo nelle città è simile a ciò che è accaduto vent’anni fa nella Formula Uno. Fino ad allora il successo su un circuito era attribuito principalmente alla meccanica dell’auto e alle capacità del pilota. Poi si è sviluppata la telemetria. L’auto è stata trasformata in un computer monitorato in tempo reale da migliaia di sensori, diventando «intelligente» e più flessibile nel rispondere alle condizioni di gara. In modo analogo, nei dieci anni passati le tecnologie digitali hanno preso piede nelle nostre città, formando la struttura portante di infrastrutture intelligenti a larga scala. Internet sta entrando nello spazio fisico e sta diventando IoT. Come risultato le nostre città si stanno trasformando in veri e propri 'computer all’aria aperta'.
 
In che modo l’edificio del terziario può trasformarsi in ‘nodo attivo’ di questa rete di connessioni che definiscono le ‘senseable cities’? Come si riflette tutto ciò sulla progettazione architettonica e quali le implicazioni sulla fruizione degli spazi, la gestione e le prestazioni del building?
Gli spazi di lavoro stanno cambiando forma e funzione, diventando anch’essi ibridi. I confini tra spazi di vita e di lavoro si fanno più labili, e l’ufficio è sempre più spesso un ambiente polifunzionale, in cui è possibile, in primo luogo, entrare in contatto con gli altri. Paradossalmente, in un mondo in cui le connessioni sono sempre più virtuali, l’ambiente di lavoro rimane un luogo di interazioni reali, per facilitare lo scambio di idee.

L’ufficio non è più il luogo custode delle informazioni dell’azienda, ormai accessibili ovunque. Come cambiano gli obiettivi della progettazione dello spazio per rispondere alle esigenze delle organizzazioni e delle persone in azienda?
Internet ci permette di essere più flessibili nel decidere dove lavorare. Ma anche se potenzialmente possiamo lavorare “dalla cima del Monte Everest” – come pensava lo studioso americano Melvin Webber nei primi anni Settanta – l’incontro di persona con i nostri colleghi continua a essere fondamentale, soprattutto per quei lavori che si basano sullo scambio di idee e sull’innovazione.
Progettare un ambiente di lavoro efficiente e flessibile è oggi molto importante. Abbiamo avuto modo di indagare questo tema nel progetto per il design della sede di Fondazione Agnelli, a Torino. In questo edificio storico, un simbolo della città, abbiamo sperimentato tecnologie innovative: tutto l’edificio sarà in grado di riconoscere la presenza o meno di persone e di rispondere di conseguenza riducendo ad esempio il riscaldamento o i livelli luminosi. Un po’ come i nostri computer che vanno in stand-by quando non sono utilizzati: un modo per ridurre il consumo di energia e creare ambienti di lavoro più confortevoli e produttivi. Senza dimenticare che questa piattaforma di localizzazione ci permette creare applicazioni interne all’ufficio per favorire gli incontri, un po’ come avviene su scala urbana con l’app Foursquare  che aiuta a scoprire posti nuovi grazie ai consigli di una community.

Thermal Bubble
 
L’offerta di arredi e allestimenti del settore ufficio è chiamata a nuove sfide per interpretare i cambiamenti in atto. Quali a suo parere dovrebbero essere i temi prioritari della ricerca e sviluppo delle aziende?
Crediamo che un ambiente responsivo e flessibile sia fondamentale. Se, come si dice spesso, l'architettura è una sorta di terza pelle – dopo quella biologica e gli abiti che indossiamo – per molto tempo si è trattato in realtà di un rivestimento rigido, quasi un corsetto. Ci piace lavorare per far sì che un domani, grazie a dati più precisi sul comportamento delle persone, l'ambiente costruito possa adattarsi meglio alle nostre abitudini, dando vita a un'architettura dinamica, modellata sulla vita che si svolge al suo interno, e non viceversa. 
 
Quali le opportunità di innovazione derivanti dall’utilizzo di nuove tecnologie e materiali non convenzionali? 
Immaginando arredi capaci di rispondere alle nostre necessità in modo naturale e immediato, abbiamo sperimentato alcune idee che vanno in questa direzione, tra cui il nostro progetto Lift-Bit presentato alla Triennale di Milano 2016 insieme a Vitra. Si tratta di un sistema di sedute modulari che integra le tecnologie Internet-of-Things, e che è in grado di cambiare forma in decine e decine di modi diversi, a partire da un controllo esercitato o con un gesto touchless della mano, o in remoto tramite una app.

Lift Bit

 

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