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23/09/2015

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di Roberto Fiorini

Ergonomia e Società Liquida

Parlare di ergonomia e società oggi, nel pieno del dibattito sui risvolti sociali ed economici della globalizzazione, a qualcuno potrebbe apparire fuori luogo o addirittura anacronistico ma non è assolutamente così. Appare peraltro più utile farlo ora che nel recente passato per la rapidissima evoluzione dei modelli e sistemi di lavoro (di tipo fisico, cognitivo e organizzativo) e dei riflessi negativi che la cosiddetta "Società della Conoscenza" sta generando nelle persone. Come, ad esempio: l'ansia di adattamento a situazioni in continua evoluzione e problemi di disorientamento causati dal sovraccarico cognitivo.
L’ergonomia del secondo millennio è oggi una moderna disciplina scientifica system-oriented che si occupa di questo e di tanto altro. Studia l’interazione tra le persone e gli elementi tecno-digitali e sociali del sistema in cui interagiscono con l’obiettivo di ottimizzare benessere e performance: ossia di renderlo (il sistema) compatibile con i bisogni, le capacità e i limiti delle persone in tutti gli aspetti delle attività umane.
Gli ergonomi lavorano dunque studiando gli aspetti fisici, cognitivi, sociali, organizzativi e ambientali sui due presupposti fondamentali dell’approccio ergonomico: la “multidisciplinarità”, ossia l’integrazione di conoscenze e strumenti di intervento provenienti da differenti settori disciplinari (come la fisiologia, l’antropometria, la biomeccanica, la psicologia, le discipline politecniche, le scienze sociali, aziendali e ambientali) rivolti allo studio e alla valutazione delle caratteristiche e delle capacità fisiche, sensoriali e psico-percettive dell’uomo. L’altro presupposto riguarda la centralità dell’utente: ossia il ruolo dell’individuo-utilizzatore come “centro di interesse” e obiettivo specifico di ogni intervento ergonomico.
Va da sé che l’approccio ergonomico alla valutazione e progettazione di ambienti, prodotti, attrezzature e sistemi nei relativi campi di applicazione (area politecnica, area sanitaria e area psicosociale e aziendale) è, per definizione, un approccio complesso: basato sullo studio dell’insieme di infinite variabili che definiscono l’interazione tra persone e sistemi in cui operano e la valutazione dei loro reciproci condizionamenti. Così come sulla interdisciplinarità di ogni intervento ergonomico e l’integrazione tra le differenti competenze/specializzazioni professionali che servono per operare in questo o quel campo.
L'Ergonomia della Società della Conoscenza, peraltro, analizzando la relazione tra uomo, lavoro e ambiente globalizzato e ottimizzando le regole che ne governano il rapporto, può essere estesa futuribilmente nel suo significato, come un lavoro sull'uomo e sulla trasformazione che può attuare su se stesso al fine di maturare un pensiero etico di “tipo ergonomico”, funzionale alle circostanze esistenziali indotte dalle esigenze di adattamento questo nuovo contesto, coinvolgendo l’essere nel suo complesso: dall’esperienza sensoriale a una più chiara percezione del sé. Come esiste una “coscienza sensoriale” che ci permette di acquisire la consapevolezza della nostra collocazione nello spazio, così sussiste una coscienza del rapporto che possiamo instaurare con i nuovi contesti in cui ci muoviamo. Un'ergonomia del pensiero (o del pensiero etico) potrà prospetticamente essere una nuova forma di riconsiderazione del rapporto armonico dell'uomo con la sua interiorità, il suo ambiente e le sue funzioni produttive e sociali.
Riteniamo dunque che occorra effettuare uno sforzo sociale collettivo, anche alfabetizzante, per la creazione e la diffusione di questo nuovo Pensiero Ergonomico relativo a spazio e modus lavorativo nell’Era digitale (ovunque ciò avvenga) per adattare il "consumo" delle risorse umane entro livelli di sostenibilità tali da consentirci di modellizzare un futuro più sereno per l'uomo della seconda modernità.  

L’isola di lavoro liquida
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una evoluzione-involuzione del concetto di isola di lavoro individuale verso l’ufficio nomade, in realtà adottata da poche realtà multinazionali (i viaggi costano cari!), per spaziare verso uffici ludici (in stile Google), anch’essi dominio di poche realtà mondiali. Oggi il posto di lavoro, nel senso dell’isola di lavoro assegnata per come lo abbiamo inteso per anni, ha assunto una configurazione eterogenea: è un po’ tutto questo e anche tanto altro e, di fatto, rispecchia il passaggio transizionale tra società solida a società liquida.
Nella Knowledge Society le nuove tecnologie informatiche e telecomunicative hanno rivoluzionato lo sviluppo delle attività umane. La diffusione dell’uso di queste tecnologie in tutti i settori economici ha comportato la modifica sostanziale di tutti i processi sia all’interno delle piccole aziende sia tra le grandi imprese, generando spesso un miglioramento significativo della produttività che ha portato a un ripensamento, anche se non sempre positivo in termini sociali, dell’intero processo d’impresa. L’utilizzo di Internet come strumento di comunicazione interaziendale ha consentito una più elevata efficienza nella filiera produttiva costituita da più operatori virando nel contesto della Extended Enterprise.
Il posto di lavoro oggi è dunque, nel bene e nel male, lo specchio di questa Società liquida che ha però visto emergere, in un mercato del lavoro sempre più sfuggente, ideali sociali divisivi e non collettivi, premianti la competizione individuale. I legami interumani (anche lavorativi: come il “lavoro di squadra” inteso nell’accezione positiva del termine) sono diventati di conseguenza sempre più fragili e accettati tendenzialmente come temporanei: tregue fugaci nella ipercompetizione.  
Questo momento transizionale dunque, si rispecchia nella tendenza di ricreare nel proprio “ambito lavorativo” un’isola iperatrezzata al confronto competitivo digitale multimediale.  
Per entrare nel focus specifico dell’analisi dei bisogni della workstation di questa ibrida Era, occorre operare parallelamente analizzando le due realtà con cui ci confrontiamo quotidianamente e che, nell’ufficio, coabitano: il mondo fisico reale, cioè quello biologico, e quello virtuale digitale fatto di bit e byte.
Nel mondo ‘fisico’ antropometrico-biologico, la metodologia vuole che si debba analizzare  il sistema degli oggetti che popolano la postazione di lavoro e le loro valenze dimensionali per ricavare uno spazio areale, funzionale alla determinazione delle superfici ospitanti (i piani di lavoro). Ciò per evidenziare graficamente il sistema di relazioni che si instaurano tra essi e l’uomo/utente posizionato centralmente a questo sistema di connessioni. Oggetti che oggi si possono brevemente riassumere nel seguente elenco: smartphone, notebook o PC portatile, tablet, uno o più monitor, tastiera, mouse, lampada da tavolo, telefono fisso.  
Per dimensionare e calcolare queste relazioni, in ergonomia si utilizzano dei modelli antropometrici (vedi box “Aree radiali di distribuzione degli strumenti digitali”).
La produzione del valore nel lavoro d’ufficio di tipo transizionale (solido>liquido), con l’operatore posizionato al centro del suo microcosmo lavorativo, può assumere uno sviluppo di flusso di tipo circolare (destrorso o sinistrorso) e, attraverso la duplicazione del piano desunto in precedenza dalla strutturazione degli oggetti dell’area digitale, ricavare un meta-piano dedicato (vedi box “Il flusso circolare del valore nel lavoro d’ufficio dell’Era transizionale”)

Perturbative e interferenze nel posto di lavoro fisico dell’Era digitale
La ricerca di nuovi modelli e soluzioni nel campo della comprensione del lavoro d’ufficio di quest’Era, diventa dunque sempre più pressante per rimettere l’Uomo e la sua dignità intellettuale, nuovamente al centro del suo universo sociale e lavorativo. La necessità di operare sui fronti psicofisico e fisico-cognitivo nella produzione del valore, deriva dalla coscienza o consapevolezza di nuove esigenze emergenti che ci spingono (e inducono) a trovare soluzioni per proteggerci dagli sprechi e da forme di inquinamento cognitivo tra le quali le “distrazioni auto-inflitte”.
Parte del problema sembra essere causato dal progresso tecnologico, il quale rendendo le informazioni più accessibili, ne ha al contempo generato una sovrabbondanza ma di bassa qualità; i cosiddetti ‘data smog’. Ciò che sembra stia diventando chiaro è che la nostra mente, la nostra fisiologia, non sembrano adatte a far fronte a una tale velocità di cambiamento e sovraccarico informativo.
Nelle attività quotidiane, l’area ‘attentiva’ di ognuno di noi si contrae perché esistono molti più oggetti catalizzatori dell’attenzione che defocalizzano la concentrazione, rispetto a quelli che siamo in grado di respingere. Il nostro cervello è costretto a eseguire continui reset verso gli innumerevoli eventi a cui ci siamo auto-esposti.
In genere, per esercitare maggiore controllo nelle diverse aree del nostro tempo, occorrerebbe: “organizzare la quantità e aumentare la qualità” così come identificare e controllare le fonti di distrazione nel nostro ambiente digitale. Come per il mondo fisico, difendersi dalle distrazioni auto-inflitte presenti nel mondo digitale, significa assumere maggiore responsabilità del proprio tempo ‘disattivando’ ogni cosa non strettamente legata all’attività su cui si è al momento concentrati.

Di seguito alcuni suggerimenti per identificare e controllate le fonti di distrazione nel nostro ambiente digitale:
- I problemi “del computer” per cui si trascorrono ore a sistemarli, a discapito di lavori che producono valore che si preferisce rimandare.
- Le email che devono ancora essere aperte. Programmiamo orari fissi della giornata in cui aprire le e-mail e rispondere, e non deroghiamo da essi. Durante il resto della giornata è bene disattivare i segnali (visivo e acustico) di email in arrivo da tutti i nostri dispositivi.
- Non sprechiamo tempo inutilmente davanti allo schermo del nostro PC. La dipendenza da schermo è una sorta di malattia che può generare privazione e limitare seriamente la produttività di una persona oltre alla sua salute mentale. Cerchiamo di rompere le abitudini quotidiane e imponiamoci delle pause programmate.
- Organizziamoci. Esistono ottimi programmi (calendari e agende on-line) per l’organizzazione del nostro tempo facilmente sincronizzabili con la maggior parte dei dispositivi mobili.
- Evitiamo lo switch-tasking inefficace. Facciamo di tutto per ottimizzare i nostri task digitali, orientando tutta la nostra attenzione a un singolo task per volta. Ad esempio: cerchiamo di leggere una email per volta fino alla fine cercando di rispondere immediatamente a essa prima di passare a un’altra; evitiamo di saltare dal web alle email finché non abbiamo trovato quello che cercavamo; e così via. Il risultato sarà migliore in termini di produzione del valore, riduzione dei costi occulti e rispetto per il nostro lavoro e quello dei nostri collaboratori.
- Controlliamo il disordine fisico e il caos digitale. Come per il mondo fisico, il disordine è una delle problematiche che, se non gestite, tenderanno a sopraffarci. Dobbiamo preoccuparci di tenere sgombero il nostro spazio di lavoro fisico e digitale ogni giorno con metodo, togliendo di mezzo tutto ciò che non ci serve al momento (o che non ci serve più) applicando le 5S (vedi: Fiorini, 2012).
- Riduciamo la quantità dei documenti digitali. Usiamo la regola che un documento si deve ‘toccare una sola volta’(OHIO: OnlyHandleIt Once: whateveritis) e facciamola valere anche per il mondo digitale. Un documento, una email o qualsiasi altro allegato, utilizziamolo finché ci è utile poi archiviamolo oppure gettiamolo nel cestino.

Prossemica dell’era digitale: i nuovi livelli relazionali
Per stabilire la nostra posizione corporea nel mondo fisico ci serviamo di tutti i tipi di indizi sensoriali. Al contrario di quando si è immersi nel mondo virtuale dove si utilizzano solo quelli visivi mobilitando meno della metà dei neuroni richiesti per la mappatura del mondo reale. Ciò sta a significare che, la dimensione virtuale-digitale, è per la mente, teoricamente più sostenibile della dimensione reale.
Come anticipato, i riflessi nel mondo del lavoro dovuti alla tecnologia digitale sono stati tali da disporre una nuova dimensione lavorativa in grado di sfruttare appieno le tecnologie di connessione in mobilità; consentendoci di lavorare ovunque abbattendo i confini fisici del luogo, pur permanendo nel contesto aziendale condiviso di produzione del valore. La nuova dimensione prossemica delle relazioni lavorative, acquisendo i “territori liquidi della comunicazione” come nuove “dimore lavorative”, ha segnato l’inizio della caduta dei costosi uffici multipiano dell’era pre-moderna.
I luoghi fisici di compresenza simultanea frontale (le sale meeting) diventano ibridi “spazi d’eccezione specializzati”: destinati alla interazione di attività operative e relazionali digitali a distanza dove i partecipanti hanno la possibilità tecnologica di riunirsi intorno a tavoli virtuali posti direttamente di fronte a interlocutori lontani, tramite ampi schermi ad alta risoluzione che consentono rappresentazioni iperrealistiche dei partecipanti.
Nella Società della Conoscenza, la Rete ci incoraggia ad assumere sempre più una “personalità liquida”, ossia in grado di mutare relazione al volgere del flusso informativo e le sue modalità mediali, dove il principale agente unificante appare essere l’informazione stessa, in qualunque modalità (acustica o visiva) e contesto essa venga generata e recepita (personale, lavorativo o sociale); in quanto agente in grado di modificare la forma della nostra identificazione.
Per ora, lo spazio tridimensionale fisico così come quello digitale, entrambi magmatici, dinamici e altamente perturbati, sono ancora il nostro interconnesso e ibrido campo di azione. Sta in noi, giornalmente, capire meglio questa trasformazione e ridefinire puntualmente le regole del cimento oltre che trarre elementi utili a comprendere e migliorare il nostro multispazio esistenziale.

 
TAG: Ergonomia

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