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02/11/2018

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Serena B. Ritondale
Serena B. Ritondale

Electric Dreams: Philip K. Dick sul piccolo schermo

Alcune riflessioni sulla serie che porta in televisione attualizzandoli dieci racconti di uno dei re della fantascienza.

Visionario, autore prolifero, profeta dalla mente geniale: Philip K. Dick ha segnato il mondo della fantascienza, condizionando l’immaginario collettivo di intere generazioni, tramite i suoi libri e attraverso gli adattamenti cinematografici tratti da essi. Adattamenti cinematografici - come Blade Runner, Minority Report e Total Recall – dopo i quali anche il piccolo schermo ha ceduto all’influenza dell’autore americano, nel 2015, con la realizzazione di The Man in the High Castle, tratta da La Svastica sul sole, e ora con Electric Dreams, disponibile su Amazon Prime Video. I dieci episodi che compongono la stagione sono liberamente ispirati a una serie di racconti pubblicati dal ’53 al ’55. Ronald D. Moore e Michael Dinner, ideatori della serie, si immergono negli scritti di Dick e cercano di coglierne il significato più profondo, riadattando i racconti per attualizzarli, trasformandoli quasi al punto da renderli irriconoscibili. Così i viaggi nel tempo di Exhibit Piece, nella puntata Real Life, prendono la forma di esperienze in VR (realtà virtuale), o episodi come di The Hanging Stranger vengano arricchiti di una maggiore valenza politica nell’adattamento KAO per ispirarsi alle odierne campagne elettorali.

Una scena di ‘Real Life’, uno dei dieci episodi di ‘Electric Dreams’

Il ruolo della tecnologia
Il telefilm è stato atteso con trepidazione e timore per poi essere accolto con diffidenza e attrazione allo stesso tempo. Infatti, se l’interesse per l’adattamento delle opere di Dick ne motivava l’aspettativa, la paura di uno stravolgimento dei racconti originali ne giustificava la cautela. Inoltre, più di un giornale ha definito il suo rilascio come “la versione Amazon di Black Mirror”, delineando un confronto dal quale Electric Dreams non poteva che uscire sconfitto. Il paragone con la serie di Brooker risulta inevitabile, ma bisogna ricordare che stiamo parlando di due prodotti con scopi e target diversi. Se il telefilm di Brooker non ha avuto paura di sferrare potenti pugni allo stomaco per lasciare lo spettatore boccheggiante, Electric Dreams ha guardato con più umanità al nostro presente e al futuro, si è aperto al grande pubblico, ingaggiando grandi attori come Steve Buscemi, Timothy Spall, Bryan Cranston e Geraldine Chaplin. Inoltre, è il ruolo che gioca la tecnologia a differire. In Black Mirror è protagonista. È il motore dell’azione e lo spunto di riflessione.
Nella maggior parte degli episodi di Electric Dreams, la tecnologia funge solo da contesto. Circonda i personaggi, determina la realtà in cui vivono, ma non è il fulcro. Gli sviluppi tecnologici diventano un escamotage per raccontare una storia che ha al suo cuore tematiche intime e personali, politiche e collettive. È una narrazione che sfrutta la tecnologia, ma che, in molti episodi, potrebbe farne a meno. La differenza di intenzioni e di toni delle due serie si ripercuote anche nel titolo: allo schermo nero che riflette la nostra immagine, distorta e fredda, si oppongono dei ‘sogni elettrici’ che rimandano alle nostre fantasie e alla possibilità di risvegliarsi dal loro giogo. La potenza dell’inconscio e l’incapacità di distinguere tra realtà e finzione è una delle tematiche ricorrenti della serie. “La realtà è ciò che si rifiuta di sparire anche quando smetti di crederci”, scrisse Dick, ma quando le esperienze sono così vere da esistere a prescindere dalla nostra fede in esse, capire cos’è reale diventa molto più complicato. In Real Life, Moore affronta questo tema con un episodio incentrato sulla realtà virtuale come evasione dalle ansie della quotidianità. Sarah (Anna Paquin), poliziotta affetta da Ptsd (disturbo da stress post-traumatico), viene spinta dalla moglie Katie (Rachelle Lefevre) a provare un dispositivo che promette una vacanza mentale creata in base ai suoi desideri più intimi, che la trasporterà nel corpo di un uomo (Terrence Howard). Le eccessive somiglianze tra le due esistenze spingeranno la poliziotta a dubitare della realtà. Se fosse la sua vita da donna una simulazione? Nella puntata la tecnologia tradisce gli intenti dei suoi creatori. Da comoda fuga dalla realtà, si tramuta in un incubo. È un strumento che, scavando tra i nostri desideri più nascosti, si alimenta anche del lato oscuro che possediamo. La tecnologia si presenta come un escamotage per riflettere sui sentimenti più profondi. “Vogliamo tutti punirci per i nostri peccati”. Così, come in un circolo vizioso, più evitiamo noi stessi e più ci scontriamo con i nostri demoni.

La fabbricazione di notizie
“Dato che viviamo in una società nella quale false realtà sono create ad hoc dai media, dai governi, dalle grandi corporazioni, da gruppi religiosi, da gruppi politici, nei miei scritti io mi chiedo cos’è vero? Siamo costantemente bombardati da pseudo realtà manufatte da persone molto sofisticate che usano meccanismi elettronici altrettanto sofisticati. Non diffido delle loro motivazioni, ma del loro potere”, afferma Dick. Il tema della fabbricazione di notizie appare in Safe and Sound. Nell’episodio, gli Usa sono divisi tra una zona a est, in cui lo Stato controlla la popolazione attra- verso dispositivi tecnologici, e le ‘Bolle’ dell’Ovest, che rifiutano il controllo High Tech. La punt a t a segue l’adolescente Foster L e e (Annalise Basso) attraversare il confine insieme alla madre Irene (Maura Tierney), ufficiale di una Bolla, alle prese con la diffusione di notizie false. Infatti, a Est, l’approvazione e la coesione sociale sono state mantenute dallo Stato attraverso lo spauracchio di attacchi terroristici promossi, secondo il discorso pubblico, da ribelli anti-tecnologia delle Bolle. Costantemente, televisioni, radio e giornali annunciano un nuovo attacco, che però nessuno ha mai sperimentato personalmente. Con la fabbricazione di notizie, viene creato un nemico facile da individuare. Viene installata la paura e, allo stesso tempo, viene offerta una soluzione: il Dex, un dispositivo che monitora ogni aspetto della vita del suo utilizzatore. Tutti ne possiedono uno. Chi non ce l’ha è ostracizzato, etichettato come diverso o come terrorista. Foster ne compra cedendo la sua privacy e la sua identità, ormai di intralcio, a favore di una presunta integrazione. “La stupida conformità crea schiavi volontari. La Big tech vuole che siamo noi stessi a metterci la catena”, afferma Irene nell’episodio, in cui il tema della manipolazione della realtà, del conformismo e del bisogno di accettazione si mescolano con il dibattito sul rapporto tra sicurezza e libertà personale. La soluzione offerta si rivela sin dalla prima scena: “prima la sicurezza”, è scritto a caratteri cubitali su un muro nell’inquadratura d’apertura.

Un’immagine della serie ideata da Ronald D. Moore e Michael Dinner

La privacy e il ‘panottico’
Safe and Sound è anche uno dei pochi episodi della stagione che riporta in primo piano l’uso della tecnologia e del ruolo che gioca nella sorveglianza dei cittadini. Attraverso il Dex, è possibile attuare un controllo capillare, mascherato da innocua protezione e semplificazione della vita. L’ingente quantità di informazioni acquisite appaiono come una versione ingigantita, minuziosa e centralizzata, più politica che economica, dei nostri Big Data, e rimandano al dibattito sulla privacy. Sebbene la sorveglianza dei cittadini non sia di per sé un fenomeno nuovo, il modo in cui la modernità ha declinato la sua applicazione lo ha reso una delle caratteristiche intrinseche della nostra società. Da appannaggio delle forze politiche e degli apparati di sicurezza, la raccolta di informazioni è diventata un potente strumento nelle mani di più attori anche non istituzionali; un controllo che i cittadini subiscono senza quasi rendersene conto. È una sorta di ‘panottico’ invisibile e più subdolo di quello proposto da Bentham. Per il filosofo inglese, la presenza di un guardiano che potesse potenzialmente controllare le persone avrebbe portato a una correzione dei loro comportamenti. L’architettura del panottico, infatti, prevede una torre centrale dal quale un guardiano può osservare l’operato di persone inserite in una serie di celle disposte in modo da formare una struttura circolare che inglobi la torre. Gli osservati, non potendo vedere il guardiano, ne presumono un controllo costante, comportandosi di conseguenza. Se il parallelo con le telecamere di sorveglianza è calzante, il rapporto con il controllo che avviene in rete appare più circoscritto. Infatti, una delle caratteristiche del panottico è la consapevolezza del controllo da parte degli osservati. Secondo Jake Goldenfein, ricercatore dell’università di Melbourne, nella sorveglianza e nell’acquisizione di informazioni digitali a mancare è proprio questa consapevolezza. Sebbene ora, dopo le rivelazioni di Snowden e a seguito delle ondate mediatiche scatenate da altri scandali di questo tipo, la coscienza di questo immagazzinamento di informazioni sia più diffusa, nella vita di tutti i giorni se ne sottovalutano l’impatto e le implicazioni. Con meno potenza di Black Mirror e con uno sguardo un po’ più ingenuo e ottimista, Electric Dreams offre dieci episodi che, nonostante l’altalenante qualità, possono avere un appeal anche sui non amanti del genere. È un esperimento riuscito a metà che però ci invita a stimolare interessanti riflessioni.

 

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