Omnichannel 2019
Mercati Verticali - Datacenter
 

22/02/2018

Share    

di Michele Ciceri

La digitalizzazione dell'energia

I benefici derivanti dalla componente energy bastano a giustificare l’investimento in digitalizzazione e tecnologie IoT. Per questo l’energy è spesso il primo step della trasformazione digitale di un’impresa. A vantaggio dell’efficienza e della sostenibilità ambientale.

Daniel Krasoń - fotolia.com

Ricominciamo dalle basi: fare efficienza energetica significa adottare sistemi per ottenere uno stesso risultato utilizzando meno energia. Il che vuol dire sfruttare l’energia in modo razionale, eliminando sprechi e perdite dovuti al funzionamento e alla gestione non ottimale di sistemi semplici (motori, caldaie, elettrodomestici) e complessi (gli edifici in cui viviamo o lavoriamo, le industrie e anche i mezzi di trasporto). Perché l’efficienza energetica? Perché questa è la modalità più conveniente in termini di costi-efficacia per risparmiare energia con effetti percepiti nel breve e medio termine. Come testimoniano studi internazionali e nazionali confermati dall’Enea, l’agenzia nazionale per le ricerche, l’energia e lo sviluppo economico. In pratica, sprechi e perdite di energia rappresentano una sorta di giacimento nascosto che l’efficienza energetica consente di recuperare e valorizzare per ottenere consistenti vantaggi economici. Ecco perché gli investimenti mirati al risparmio energetico sono tra i più remunerativi in assoluto. La conoscenza precisa del profilo di consumo, ottenibile attraverso la diagnosi energetica, consente di prendere decisioni più corrette e di andare ad aggredire gli sprechi energetici più gravi, con interventi che hanno tempi di ritorno in alcuni casi molto rapidi. La riduzione del fabbisogno energetico, inoltre, porta a liberare risorse da impiegare in attività a più alto valore aggiunto. Oltre che un onere, la diagnosi energetica si configura quindi come un’opportunità per tutte le aziende interessate, anche alla luce degli incentivi disponibili per realizzare gli interventi di miglioramento.

Il futuro dell’energia
Però il futuro dell’energia è digitale. Secondo il Politecnico di Milano (PoliMi), l’energia è anche il prossimo settore dove la disruption digitale colpirà pesantemente. Le cose cambiano e i segnali forti sono già arrivati: a margine della presentazione del piano strategico di Enel che si è svolta a Londra, il capo della nuova divisione dedicata al business digitale – Francesco Venturini – ha affermato che “oggi quello che sta succedendo nel mondo dell’energia è molto strano perché completamente nuovo: l’impatto del digitale è fortissimo e noi stessi dobbiamo cercare di capire come questo cambierà il nostro business di domani”. Il discorso non cambia se ci si mette nei panni degli utenti, che per l’energia vogliono spendere il meno possibile e sono sempre più interessati ai benefici ambientali ed economici delle rinnovabili (soprattutto ora che i costi diminuiscono). Digital Energy non è soltanto utilizzare le tecnologie digitali per controllare i consumi di energia. In realtà, sottolinea il PoliMi nel suo rapporto, dietro questa definizione si nasconde molto di più: l’uso di tecnologie digitali sempre più avanzate è ben più profondo lungo la filiera dell’energia, interessandone tutte le fasi, dalla produzione alla vendita; l’impiego potenziale del digitale va ben oltre il solo controllo. Parlare di Digital Energy significa parlare di architetture complesse che, oltre ai sistemi hardware e software per il monitoraggio e l’azionamento dei diversi impianti energetici, comprendono i sistemi di trasmissione dei dati, e l’intelligenza necessaria alla loro elaborazione. Significa parlare di architetture distribuite e aperte, con funzioni di elaborazione dei dati che dall’essere a bordo macchina si spostano sempre più nel cloud, elaborate con strumenti di big data analytics.

La trasformazione digitale
La Digital Transformation non riguarda ovviamente il solo mondo energy. Gli apparati fisici che consentono tale trasformazione consistono essenzialmente in prodotti intelligenti interconnessi che offrono nuove funzionalità. Tali apparati intelligenti vengono comunemente chiamati con l’appellativo IoT, Internet of Things, e la vera innovazione non consiste nella mera connettività dell’oggetto ma nelle potenzialità che tale connessione consente di sviluppare. Sempre più spesso i prodotti tradizionali sono arricchiti di nuove funzionalità, abilitati alla possibilità di interagire con altri oggetti o con l’uomo. Una volta che il dato viene raccolto dagli apparati fisici IoT (contatori, sensori, attuatori…), entrano in gioco le tecnologie per la trasmissione dei dati fino alle piattaforme di immagazzinamento, che possono essere locali (software e server aziendali) oppure in cloud. Il cloud risponde più prontamente alle necessità di gestione di grandi moli di dati e di serie storiche, con approcci di tipo SaaS (Software as a service) e PaaS (Platform as a Service) in cui le infrastrutture tecnologiche vengono utilizzate con la sottoscrizione di contratti di utilizzo. Le capacità dei prodotti interconnessi spaziano dal più semplice monitoraggio delle condizioni di funzionamento di un asset, al controllo, all’ottimizzazione fino allo sviluppo di una certa autonomia del prodotto. Software evoluti consentono di decifrare in modo sempre più accurato le informazioni contenute nei big data, creando nuove opportunità di business legate alla condivisione dei dati stessi e a quella dei risultati delle elaborazioni numeriche.

La componente energy dell’IoT
Nel manufacturing italiano, le soluzioni digitali hanno i requisiti di disponibilità commerciale e sostenibilità economica per trovare un’adeguata diffusione nel mercato italiano. Anche perché il Piano Industria 4.0, e i suoi effetti positivi sulla redditività, rappresenta certamente un volano a questi investimenti, che già presentano fondamentali economici abbastanza solidi. La sostenibilità economica delle soluzioni digital può essere valutata sia in base al miglioramento dell’efficienza energetica sia all’aumento complessivo della redditività dell’impresa. Il raffronto tra queste due variabili – un esercizio a cui si è dedicato il PoliMi nel suo studio – evidenzia che il peso della componente energetica è decisamente rilevante. Al punto che la variabile energetica è da sola in grado di spiegare il razionale economico di adozione delle soluzioni digital. Per conseguenza l’efficienza energetica è spesso il primo step con cui le piattaforme IoT entrano in azienda, dapprima a supporto della gestione dei dati energetici e poi in relazione ad altro. Vero è, sottolineano i ricercatori del PoliMi, che la componente energetica è per sua natura tra le più semplici da quantificare (a differenza di altri effetti del digital molto significativi ma più complessi da pesare e generalizzare in un’analisi teorica), tuttavia il suo peso è sicuramente rilevante nella valutazione di redditività e pay back time di una soluzione digital. Un aspetto interessante nella valutazione economica di un investimento digital nel manifatturiero riguarda l’esistenza o meno di sistemi di gestione dell’energia. Dove è già presente un SGE certificato (UNI CEI EN ISO 50001) la redditività è sensibilmente più alta rispetto alle situazioni senza SGE. Parallelamente, il tempo di ritorno dell’investimento è inferiore nelle situazioni con SGE rispetto a quelle senza SGE. Questa indicazione risulta molto interessante per chi si trova a valutare la convenienza di un investimento.

L’energia digitale è green
La digital energy ha un ruolo importante nella transizione energetica verso le FER (fonti energetiche rinnovabili), che sono soprattutto elettriche. Le tecnologie digitali e l’IoT infatti, semplificano l’integrazione delle rinnovabili, permettendo di superarne le maggiori criticità. C’è dunque da aspettarsi per il prossimo futuro un’accelerazione della transizione energetica sulla scia della decarbonizzazione. I rischi ambientali, che negli ultimi anni si sono acuiti soprattutto per quanto riguarda la qualità dell’aria nelle città, sono un ulteriore volano. Su questo è interessante l’opinione di Elettricità Futura, associazione di riferimento delle imprese operanti nel settore delle rinnovabili in Italia. “Solo grazie a una maggior penetrazione elettrica nei principali settori di consumo, in particolare nei trasporti e nel residenziale, sarà possibile per l’Italia raggiungere il target europeo di riduzione delle emissioni di CO2 fra l’80 e il 95% al 2050”, ha evidenziato Agostino Re Rebaudengo, vice presidente di Elettricità Futura alla ultima edizione di Ecomondo a Rimini. “Con Elettricità Futura – ha spiegato – abbiamo svolto un intenso lavoro sulla bozza di Strategia Energetica Nazionale che ha portato alla stesura di un documento che sintetizza efficacemente le diverse anime dell’associazione: nella nostra visione della transizione energetica il vettore elettrico è il driver fondamentale di decarbonizzazione”. I principali obbiettivi di Elettricità Futura da qui al 2030 sono fondamentalmente quattro. Innanzitutto far crescere la quota dell’energia elettrica sui consumi finali dall’attuale 21% al 25%; in secondo luogo, fissare al 48% (rispetto all’attuale 43%) la riduzione delle emissioni di CO2; a fronte di un consumo finale lordo di energia al 2030 stimato a 340 TWh, l’associazione ritiene possibile una riduzione dei consumi dell’ordine del 40%, rispetto al 30% indicato dall’UE; il contributo della fonti rinnovabili, infine, dovrà raggiungere almeno il 50% del consumo finale lordo di energia. “Per raggiungere gli obbiettivi di decarbonizzazione – ha detto Re Rebaudengo – è necessario mettere in campo misure per favorire in modo organico uno sviluppo delle rinnovabili da qui al 2030”.

Il primo punto da affrontare è “l’emanazione dell’atteso decreto per gli incentivi alle rinnovabili per il periodo 2017-20, iniziando anche a introdurre alcune delle questioni che caratterizzeranno la successiva fase di sviluppo di lungo periodo (2020-30)”. È poi necessario “definire un programma di aste per garantire l’assegnazione della nuova capacità di generazione elettrica da rinnovabili necessaria per raggiungere il target al 2030”, oltre a “una decisa opera di semplificazione normativa che faciliti la costruzione e messa in esercizio degli impianti, a partire da tempi più brevi per il rilascio dei permessi ambientali”. Per quanto riguarda la generazione distribuita “è importante procedere con una revisione dell’attuale normativa, inadeguata rispetto alle potenzialità del settore, e con un rafforzamento della rete elettrica di distribuzione, allo scopo di renderla più smart”. Altro fronte dove è necessaria un’accelerazione normativa è il biometano: “Di fatto, il contributo del biometano sarà decisivo per raggiungere quota 10% di rinnovabili nei trasporti nel 2020; nonostante ciò, il quadro di riferimento per l’avvio del settore è, a oltre otto anni dall’emanazione della direttiva europea, ancora incompleto. L’intero comparto si augura che possa essere finalmente definito entro la fine dell’anno”.

Il mercato dell’energy storage esploderà
La digital energy facilita anche la diffusione dei sistemi di accumulo dell’energia, per uso domestico e industriale, che hanno un ruolo determinante nella valorizzazione delle rinnovabili. Oggi in molti stanno utilizzando l’energia prodotta da un impianto fotovoltaico per abbassare i costi della bolletta elettrica e inquinare meno. Con l’accumulo di energia si può ottenere di più immagazzinando nel sistema il surplus di energia generata durante il giorno per usarla come e quando serve: di notte, nelle fasce di maggior consumo, durante i block out. Attualmente il mercato degli Energy Storage System è ancora agli albori e non ripaga gli investimenti fatti, soprattutto in Europa, ma le aspettative sono enormi e i numeri da capogiro. I fattori in gioco sono diversi, uno di questi è la tecnologia delle batterie, risulta tuttavia evidente che gli operatori attivi si guardano bene dal sospendere gli investimenti.

 
TAG: Energy - Energia

TORNA INDIETRO >>