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Case History & Inchieste
 

08/10/2018

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di Ruggero Vota

Digital operations: la trasformazione di Electrolux

La digitalizzazione sta cambiando il mercato degli elettrodomestici. Tante sfide da affrontare ma anche tante opportunità da cogliere. Ecco l’esempio della multinazionale svedese.

Electrolux

Electrolux è un protagonista globale nel settore degli elettrodomestici. Con i suoi marchi, tra i quali Electrolux, AEG, Anova, Frigidaire, Westinghouse e Zanussi, vende ogni anno oltre 60 milioni di elettrodomestici e apparecchiature professionali in più di 150 mercati. Electrolux conta 53 siti produttivi e 56.000 dipendenti in tutto il mondo. L’azienda sta affrontando un complesso processo di trasformazione digitale che sul lato delle operations, ovvero i processi di produzione e di distribuzione, è stato affidato all’italiano Ernesto Ferrario, Amministratore Delegato da sei anni della consociata italiana del Gruppo, ma che due anni fa è anche diventato Senior Vice President Global Industrial Operations, dopo che per sei anni aveva ricoperto questo ruolo a livello europeo. Ferrario sta quindi progettando, a livello mondiale attraverso il digitale, la fabbrica del futuro per sviluppare prodotti sempre più avanzati come quelli connessi e rendere le operations del Gruppo più efficienti. Nell’intervista che segue, le cose fatte e le problematiche incontrate in questo percorso di cambiamento a iniziare dal progetto di Digital Operations avviato nel 2017.

Qual è lo scenario competitivo nel quale si muove oggi Electrolux a livello mondiale?
Nel settore degli elettrodomestici viviamo due trend importanti. Il primo è il consolidamento dei player caratterizzato in questi ultimi anni da numerose acquisizioni e fusioni: oggi sono presenti solo sette produttori che giocano tutti a livello globale. Tra questi le aziende cinesi dal punto di vista dei volumi sono prevalenti sui player europei e nordamericani, perché la taglia del loro mercato originale è molto più elevata. Il secondo fenomeno è l’arrivo di nuovi produttori sudcoreani che stanno cambiando le regole del gioco, applicando nel mondo dell’elettrodomestico le pratiche di marketing e commerciali tipiche del mercato delle TV e degli smartphone puntando sulla connettività che sta diventando un optional sempre più richiesto. Questa per noi è oggi una grande sfida sia dal punto di vista delle tempistiche di sviluppo dei nuovi prodotti – che devono essere molto più rapide che in passato – ma anche per il background nel settore dell’elettronica di consumo che hanno queste aziende, caratterizzato da una larga produzione sia di componentistica elettronica che di sviluppo software.

Perché il mercato guarda a queste nuove soluzioni?
Il consumatore ricerca soluzioni che migliorino la sua esperienza di utilizzo e questo si inserisce nel quadro rappresentato dal fenomeno ‘power to consumer’, oggi vissuto in tutti i settori. Le intermediazioni tra produttore/rivenditore e consumatore stanno progressivamente scomparendo e l’avvento dell’e-commerce e di player come Amazon hanno cambiato completamente il meccanismo di vendita e rafforzato il ruolo del consumatore finale.

Che riflessi ha questo comportamento del consumatore sul business?
Il maggior potere del consumatore ci porta a fornire informazioni più dettagliate su come i prodotti e le offerte si distinguono per rispondere alle sue esigenze. Inoltre è molto importante che il prodotto sia sempre disponibile, in negozio oppure online, altrimenti il consumatore potrebbe ripiegare su quello di un competitor.

In Italia la situazione è perfettamente allineata a questo scenario oppure mantiene delle sue peculiarità?
L’Italia dal punto di vista dell’e-commerce si sta allineando agli altri Paesi. La peculiarità nostra è che siamo ancora il centro, insieme alla Germania, della produzione di cucine. Il canale che gli addetti del settore indicano con il termine ‘incasso’ è ancora in parte preservato dal commercio online visto che molti italiani continuano a rivolgersi ad artigiani o piccoli produttori locali dai quali acquistano una cucina completa di elettrodomestici.

In che modo il digitale è diventato uno dei perni sul quale Electrolux fa leva per progettare il suo futuro?
Sul fronte delle industrial operations, che è l’area di mia responsabilità, il digitale è uno strumento per aumentare la produttività e per alzare il livello qualitativo del servizio e del prodotto. Abbiamo lavorato per dieci anni sul lean manufacturing e altri temi analoghi; dal punto di vista dell’ottimizzazione abbiamo fatto molto. Ora un importante miglioramento può arrivare dalle attività digitali implementate anche in produzione e per questo le riteniamo un’interessante opportunità.

Quali sono le vostre aspettative rispetto al digitale?
Il mio progetto è realizzare un modello di fabbrica controllata in tempo reale grazie a dati trasparenti raccolti in maniera automatica. In una fabbrica nel Nord America abbiamo recentemente installato un sistema Mes (manufacturing execution system, ndr) per intervenire su una linea di produzione dove si verificavano dalle 50 alle 60 micro fermate al giorno: mediamente cinque o sei volte ogni ora. Il team leader responsabile non riusciva a individuarne le cause poiché la linea è lunga 100 metri e queste micro fermate erano anche molto rapide. Ora da quando i dati vengono gestiti in maniera trasparente e senza filtri, riusciamo a sapere dove si verifica ogni fermata, che cosa le ha causate, quale fornitore ha provocato il problema, e riusciamo anche a quantificare il danno subito. Il sistema Mes oggi dà una fotografia esatta di come funziona lo stabilimento, senza intermediazioni e diventerà uno standard per tutti i nostri stabilimenti entro 3 anni. Inoltre tutti i report vengono prodotti automaticamente dal sistema con un consistente risparmio in termini di risorse. Sono convinto che i sistemi Mes per il controllo digitale in tempo reale della produzione rappresentano il futuro.

Nel recente passato ha sostenuto che la digitalizzazione è un fenomeno diverso dall’informatizzazione come è stata pensata fino a oggi e che l’IT molte volte non solo non è abilitante, ma rischia di essere il primo ostacolo alla reale innovazione. Da cosa nascono le sue considerazioni?
Molti confondono il digitale con l’Information Technology. L’IT rappresenta solamente la parte tecnica della rivoluzione digitale, in sostanza lo strumento. La rivoluzione digitale ha caratteristiche molto più ampie e significa:

1 ampia apertura dell’azienda a cooperazioni con Università e fornitori per riuscire a seguire l’evoluzione tecnologica in tempo reale;

2 lavorare con start up che hanno già soluzioni pronte, quindi rinunciare alla strategia dello sviluppare tutto internamente, privilegiando la rapidità della soluzione;

3 capire che non saremo più in grado di controllare i nostri prodotti in tutti i loro aspetti, ma che dovremo interfacciarci con aziende e sistemi già pronti come gli assistenti vocali e quindi rivedere completamente il concetto di proprietà intellettuale;

4 velocità: il maggiore cambiamento causato da Internet e dalla digitalizzazione riguarda il tempo: consegna rapida, on-boarding rapido, nuovi prodotti ogni sei mesi e non ogni tre anni, app che si caricano in cinque secondi;

5 organizzazione e professionalità: la digitalizzazione sta producendo e produrrà cambiamenti organizzativi, nuove figure professionali e un diverso modo di lavorare. Approfondisca questo ultimo punto con un esempio.

In passato un ingegnere, per studiare come realizzare un nuovo prodotto, disegnava il ciclo di produzione a mano, o con qualche strumento molto basico, disegnava poi la postazione di lavoro e infine la ottimizzava. Oggi invece viene utilizzato un software di virtual manufacturing che simula il flusso di produzione e che per essere implementato richiede un processo articolato che coinvolge molte persone di diverse funzioni: sono richieste conoscenze, disciplina operativa e costante aggiornamento di disegni in digitale e in 3D di prodotti, componenti e macchinari.

Come si riesce a implementare il cambiamento verso il digitale?
Bisogna comunicare i vantaggi della digitalizzazione, condividere le motivazioni di questa scelta e le evoluzioni che ne seguiranno. È un lavoro che facciamo fabbrica per fabbrica, organizzazione per organizzazione. Per stimolare il cambiamento organizziamo incontri ‘aperti’ fuori dall’azienda in spazi di coworking come Talent Garden dove oltre alla partecipazione delle persone del nostro team coinvolgiamo anche per esempio giovani start upper. È una cosa che funziona molto bene soprattutto quando affianchiamo giovani di 20/25 anni, molti di loro ancora studenti, a manager consolidati che magari hanno la mia età tra i 50 e i 60 anni. In questa interlocuzione i manager vengono esposti a un modo diverso di ragionare e lavorare, con spazi e tempi completamente diversi dalla loro esperienza: uno degli aspetti che più mi piace del digitale è proprio la fantastica velocità con la quale si possono realizzare progetti.

Che feedback raccoglie nella sua relazione con le start up?
Generalmente molto positivo. Incontro sempre persone interessanti, magari le loro idee non sono applicabili, ma sono certamente una fucina di spunti per noi fondamentali. In questi anni personalmente ho conosciuto circa 150 start up di tutto il mondo. Ogni mese in Electrolux organizziamo un Open Innovation Board dove esaminiamo idee innovative per valutare e capire quali possiamo utilizzare.

Avete fatto investimenti diretti in qualche start up?
Abbiamo acquistato Anova, un’azienda statunitense un po’ più strutturata anche se giovane, non proprio una start up per come oggi la si immagina. Si occupa di ‘cottura sottovuoto’. Il nostro interesse non si è rivolto tanto all’innovazione proposta, ma al fatto che questa azienda ha creato intorno a sé una comunità di sostenitori i quali in prima persona postano sul sito della società le ricette che realizzano. È ormai un processo che si autoalimenta e continua a crescere spontaneamente. Creata la comunità, l’azienda fa business vendendo accessori, nuove versioni dei prodotti, si collega ai servizi di food delivery ecc.

Electrolux ha dato il via nel 2017 a un programma globale di Digital Operations. Ci racconta gli obiettivi di questo progetto, i numeri coinvolti e i tempi di realizzazione?
La digitalizzazione delle fabbriche e in maniera più ampia quella della nostra completa supply chain è uno dei fondamenti della nostra competitività nel lungo termine. Abbiamo 53 fabbriche e circa 300 magazzini in diversi Paesi del mondo, generiamo circa 100.000 flussi verso i clienti, acquistiamo circa 20 milioni di pezzi da migliaia di fornitori in tutto il mondo e ne produciamo 60 milioni, abbiamo migliaia di fornitori locati in tutto il mondo: una supply chain di produzione e di distribuzione molto complessa e fortemente articolata. Per questo siamo alla ricerca di uno strumento che, per esempio, sia in grado di dirci quando arriverà esattamente l’aspirapolvere che ho venduto in Germania, prodotto in Cina, trasportato via nave per un tratto e poi via gomma. Come già detto, la puntualità delle consegne nel nostro mercato sta diventando un tema cruciale e il nostro obiettivo è avere una visibilità completa di tutto il flusso produttivo. Inoltre, oggi siamo impegnati per soddisfare le nuove richieste che emergono dal mercato.

Quali sono queste richieste?
Principalmente molti dei nostri clienti tradizionali, retailer e operatori della GDO, ci chiedono sempre di più di consegnare direttamente a casa dei loro clienti la merce che acquistano negli store. Questo vuol dire organizzarci per consegnare e installare un elettrodomestico singolo in tempi brevi e in maniera professionale: anche qui dobbiamo acquisire conoscenze e formare un nuovo team con specifiche professionalità.

Quali sono le caratteristiche che richiedete ai fornitori per la soluzione software che state cercando?
Caratteristica imprescindibile: deve essere molto flessibile per agganciarsi con facilità a tutti i nostri sistemi. In passato non abbiamo perseguito una politica di standardizzazione e quindi oggi abbiamo una realtà di soluzioni veramente molto articolata e complessa specialmente nelle fabbriche, dovuta anche alle acquisizioni portate avanti negli ultimi anni. Secondo punto importante: deve essere una soluzione facile da usare per chi deve stare davanti a uno schermo otto ore al giorno. Terzo punto: affidabile; considerato che nel futuro tutti i macchinari e prodotti saranno digitalizzati, abbiamo bisogno di soluzioni software e hardware robuste e affidabili.

Cosa si aspetta dal suo IT?
Al di là di una funzione di supporto tecnologico, tre cose sono fondamentali. La prima è il continuo aggiornamento professionale per seguire un’evoluzione tecnologica ormai esponenziale; la seconda è focalizzare il fatto che in futuro ogni prodotto/processo sarà dotato di hardware e software e vincerà chi utilizzerà soluzioni affidabili e soprattutto, ribadisco ancora, user friendly; la terza è utilizzare linguaggi comprensibili anche ai non esperti.

Un’altra vostra iniziativa digitale è l’Innovation- Factory focalizzata sulla fabbrica del futuro. Che obiettivo ha?
Il nostro Open Innovation Board, a cui ho accennato prima, ogni mese esamina tra le 15 e le 20 idee proposte da start up attraverso un’ampia rete di relazioni come banche, università e incubatori. La nostra esperienza ha però evidenziato alcuni problemi realizzativi: costi alti per un campione (per esempio 50.000 euro per un guanto con integrato uno scanner), lunghi tempi realizzativi oppure difficoltà a comprendere esattamente l’applicazione. L’Innovation Factory – primo Centro di Open Innovation del Gruppo che ha sede all’interno del sito di Porcia, Pordenone –, attivata in questi mesi, nasce quindi con l’obiettivo di accelerare l’innovazione di processo e prodotto che nasce nel Board mensile affiancando i nostri esperti alle start up o ai fornitori all’interno di uno spazio fisico.

Nel recente passato si è espresso in maniera critica rispetto alla value proposition dei fornitori del mondo IoT, rilevando la mancanza di un obiettivo comune e condiviso relativo alla creazione di un ecosistema unico, interconnesso e realmente collaborativo dove far parlare con facilità tecnologie e device diversi. A suo avviso la situazione è ancora così?
Nel caso dell’IoT, vedo qualche passo avanti anche se in generale quando si acquista una soluzione software il rapporto con i fornitori è spesso faticoso: si incontrano delle persone tecnicamente molto capaci che però usano un linguaggio incomprensibile perché molto settoriale, oppure dei commerciali puri. Le mie richieste sono sempre molto semplici: voglio sapere bene cosa fa un sistema; quali sono i vantaggi; voglio vedere dal vero delle case history già realizzate; voglio sapere a che stadio di avanzamento è una soluzione e se non è pronta cosa manca perché lo sia. E poi voglio sapere cosa bisogna fare per implementarla e quanto costerà. Qui entriamo in un’altra problematica di questo settore che è il dualismo tra sviluppatore e integratore: a parità di soluzione da implementare vediamo costi e modalità di integrazione completamente diverse.

In ambito manifatturiero, e non solo, si parla molto di predictive maintanance. Che opinione si è fatto su queste nuove soluzioni?
Abbiamo catalogato 50 soluzioni di predictive maintanance oggi disponibili sul mercato, è molto difficile confrontarle tutte e stiamo lavorando su alcune di esse, soprattutto per verificarne il valore aggiunto: sappiamo che questo è il futuro ma non abbiamo ancora individuato la soluzione/partner giusto.

Il piano industria 4.0 italiano, partito nel 2016, sta dando un aiuto concreto alla digitalizzazione del mondo industriale? Quali differenze vede fra quanto viene fatto da noi e quanto per esempio in Germania dove sono partiti per primi?
Per quanto è stato fatto fino a oggi in Italia il mio giudizio è positivo per il sostegno finanziario agli investimenti con l’iniziativa del superammortamento anche se abbiamo qualche ritardo strutturale. In Germania, dove il tema è affrontato da molti anni c’è indubbiamente una struttura migliore. Quattro anni fa ho incontrato a Berlino il responsabile del progetto Industria 4.0, una dirigente del ministero dello sviluppo economico che si occupa con il suo team esclusivamente di questa attività. Oggi una qualsiasi grande azienda tedesca interessata a Industria 4.0 opera generalmente da sola perché può investire in risorse interne, mentre le PMI sono generalmente seguite dall’Istituto Fraunhofer, un super ente che è il riferimento principale per l’innovazione tecnologica. In Italia stiamo rispondendo con i centri di competenza ma con un processo decisionale piuttosto lento.

Lo scenario di un utilizzo massiccio di tecnologie avanzate, come per esempio quelle dell’intelligenza artificiale, in tutti gli ambiti lavorativi, non solo quelli manifatturieri, fanno emergere molte domande anche sul futuro del lavoro delle persone. Qual è la valutazione di Electrolux su questi scenari?
Il settore manifatturiero sta andando verso un maggior livello di automazione, che è una leva importante per trovare nuova efficienza e migliorare le condizioni di lavoro degli operatori. Insieme alla crescita dell’automazione vedo però una crescita anche nel profilo professionale del lavoratore che domani dovrà essere in grado di utilizzare un tablet, conoscere la lingua inglese, essere in grado di resettare un robot da solo, insomma un lavoratore specializzato nell’integrazione uomo–macchina. Un esempio sono i robot collaborativi dove il ciclo di lavoro combina operazioni manuali con operazioni automatizzate per ridurre la ripetitività di movimenti che possono condurre nel lungo periodo a malattie professionali.

Come vede l’evoluzione del mondo manifatturiero nei prossimi cinque anni?
L’evoluzione digitale porterà ad aumentare nelle aziende manifatturiere i dipendenti che lavoreranno nell’area tecnica/tecnologica. Ci sarà meno personale generico e più lavoratori specializzati sia nelle fabbriche sia nelle aree hardware e software. L’elettronica è un tassello fondamentale per il futuro delle nostre aziende, per cui chi oggi non ha ancora un background completo di questo tipo deve attrezzarsi velocemente. Questa è anche una necessità di Electrolux. Nel mercato in generale verranno quindi offerti prodotti più evoluti di quelli che conosciamo oggi, che verranno realizzati in modo diverso e che verranno anche venduti in modo diverso. Questo porterà probabilmente a una riduzione dei produttori, perché non tutti saranno in grado di fare questo importante salto di qualità.

 

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