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12/06/2018

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Serena B. Ritondale
Serena B. Ritondale

Da The Twilght Zone a Black Mirror

Sul piccolo schermo la fantascienza che fa riflettere, che maschera la realtà per far affrontare le nostre paure.

Rod Serling in ‘Ai Confini della Realtà’ (‘The Twilight Zone’)

“C’è una quinta dimensione oltre a quelle che l’uomo già conosce. È senza limiti come l’infinito. È senza tempo come l’eternità. È la regione intermedia tra la luce e l’oscurità, tra la scienza e la superstizione, tra l’oscuro baratro dell’ignoto e le vette luminose del sapere. È la regione dell’immaginazione, una regione che si trova ai confini della realtà”. Con questo suggestivo introduzione cominciavano le puntate di ‘Ai Confini della realtà’ (‘The Twilight Zone’), la serie ideata da Rod Serling trasmessa negli Usa a partire dal 1959. Ciò che rese il telefilm così rivoluzionario non fu solo il suo proporsi come una delle prime serie di fantascienza per adulti, ma soprattutto la sua capacità di formulare, attraverso l’intrattenimento, una critica che stimolasse riflessioni sociali, politiche e culturali. Infatti, seppur camuffata da premesse soprannaturali, dietro agli episodi di ‘The Twilight Zone’ si nascondeva la società degli Stati Uniti degli anni ‘50-60. Quella di Serling era una serie che puntava a solleticare il conscio e a penetrare il subconscio degli spettatori, mettendo in scena le paure e i cambiamenti dell’America di quegli anni nell’unica chiave che era permessa: quella fantascientifica. Infatti, avvolto da un’apparentemente inoffensiva aura fantastica, il telefilm puntava i riflettori sulle angosce di una società in piena guerra fredda. I progressi tecnologici, gli sviluppi aerospaziali e la conseguente paura di una minaccia aliena, i pregiudizi del tempo, il terrore di una guerra nucleare: The ‘Twilight Zone’ mascherava la realtà, la truccava con accortezza, trasformandola in un’allegoria.

La tecnologia al posto del soprannaturale
Dopo la sua conclusione, si è cercato di riportare in vita la serie attraverso vari modi: con il film prodotto da Spielberg nell’83, con la serie revival degli anni ‘85-89, con lo speciale del ‘94, con il secondo revival del 2002 e, infine, con il terzo affidato a Jordan Peele, ancora in via di sviluppo. Ma più di tutti questi tentativi di reboot, a raccogliere l’eredità dell’opera è stata un’altra serie antologica che, pur non essendo direttamente connessa al telefilm ideato da Serling, ne ha colto l’essenza. Come questa, è infatti riuscita ad sfruttare la ‘fantascienza’, intesa nella sua accezione più lata, come strumento privilegiato per osservare e analizzare la società contemporanea. Stiamo parlando di ‘Black Mirror’, il telefilm ideato da Charlie Brooker che sviscera, spesso con una cruda ironia, il complicato ed ambiguo rapporto che lega l’uomo alla tecnologia. Le puntate, ambientate in un futuro alcune volte lontano, altre volte così vicino da sembrare paurosamente attuale, si concentrano sulle conseguenze estreme dell’uso improprio di strumenti tecnologici. “Quello che facciamo nelle nostre storie è esplorare quello che succede quando un normale essere umano, con i suoi difetti, riceve un immenso potere grazie alla tecnologia. Il nostro programma è chiaramente ispirato a serie come ‘Ai Confini della Realtà’ o a ‘Il Brivido dell’imprevisto’, ma laddove veniva usato il soprannaturale, noi usiamo la tecnologia”, ha affermato Brooker intervistato da Alastair Campbell di GQ.
“Rod Serling aveva capito che poteva dire, attraverso le metafore, quello che i grandi sponsor televisivi non gli avrebbero mai permesso - ha aggiunto Brooker parlando con Ian Berriman di GamesRadar. Adesso in tv non abbiamo più questo livello di censura. Ma credo che se vuoi parlare di tecnologia, il giusto modo per farlo è quello di estrapolarla dal suo contesto. Questo è quello che fece ‘Ai Confini della Realtà’: prese ciò che era motivo di angoscia per quel presente e lo intensificò”. Questa accentuazione viene ripresa in ‘Black Mirror’ attraverso la scelta di comportamenti conseguenti all’utilizzo della tecnologia, portati alle loro estreme conseguenze. Brooker estrapola dalla nostra quotidianità situazioni a noi familiari sulle quali non ci interroghiamo quasi più, accentuandole al punto tale da renderle affascinanti e disturbanti allo stesso tempo. Potrebbero essere quasi ridicole, ma non procurano mai alcuna risata. La constatazione che il futuro rappresentato non sia poi così tanto distopico e improbabile produce un effetto paralizzante, perché il ‘nemico’ siamo noi.

Una scena tratta da ‘Arkangel’, seconda puntata della quarta stagione di ‘Black Mirror’

Estremizzare le situazioni

L’umanità, in quanto tale, non è perfetta. Ha pregi, difetti e bisogni. Se è vero che le innovazioni tecnologiche sono dipese dall’esigenza di trovare una risposta alle nostre reali necessità, queste invenzioni possono facilmente essere sfruttate per appagare gli impulsi più triviali dell’essere umano. Il loro uso può essere strumentalizzato per estremizzare a livelli patologici esigenze di per sé salutari e necessarie alla sopravvivenza come l’amore e il senso di protezione di una madre verso la figlia. Questo è il tema di ‘Arkangel’, la seconda puntata della quarta stagione di ‘Black Mirror’. Diretto da Jodie Foster, l’episodio ruota intorno a Marie (Rosemarie DeWitt), una mamma single che, spaventata per aver perso di vista la figlia Sara, quando la ritrova, decide di impiantarle un chip capace di monitorarla. Grazie a questa tecnologia, Marie può osservare la realtà direttamente dagli occhi di Sara, utilizzando un tablet che le permette di controllare non solo lo stato di salute fisica della figlia, ma anche di bloccare tutto ciò che può turbarla e stressarla. Non importa se sia un grande cane che abbaia, delle oscenità o una persona che si sente male, Arkangel, nome del chip, distorce indiscriminatamente l’audio e oscura la visione dell’indesiderato, incidendo direttamente su due dei cinque sensi di Sara, senza alcuna sua possibilità di scelta. Come i marinai di fronte al canto delle sirene, Marie viene sedotta e soggiogata da questa invenzione. Giustificandone con sè stessa il suo uso in quanto mezzo necessario e male minore per proteggere la figlia, finisce per distorcere anche la sua realtà, rimanendo vittima del suo stesso strumento. ‘Arkangel’ non è la migliore puntata della quarta stagione di ‘Black Mirror’, che brilla invece grazie a ‘USS Callister’ e ‘Black Museum’, rispettivamente il primo e l’ultimo episodio. Sebbene la puntata non sfrutti appieno il suo potenziale e si limiti a proporre una morale quasi didascalica, è forse quella che permette di comprendere più facilmente l’intensificazione della realtà, fulcro della serie.

Il futuro è già qui
L’iperprotettiva Marie strizza l’occhio all’aumentare degli helicopter parents, quei genitori ‘elicottero’ - così sono definiti in inglese - che vigilano costantemente sui loro figli, aiutandoli a gestire ogni situazione e a risolvere per loro i problemi prima ancora che si presentino. È aumentata la commercializzazione di braccialetti di localizzazione per bambini, camuffati da smartwatch. AngelSense è un dispositivo GPS e un’app ideata per la sicurezza di bambini con esigenze particolari che, oltre a indicare la posizione del bimbo, suona se questo si trova vicino ad una folla, manda un segnale se sta uscendo troppo tardi da scuola e permette al genitore di ascoltare quello che succede nelle sue vicinanze. La compagnia Cognition Builders propone il servizio ‘architetto di famiglia’ che vuole offrire gli strumenti per ristrutturare la vita di un nucleo familiare attraverso la presenza di uno specialista per un periodo di osservazione e di un complesso sistema di sorveglianza con Nest Cam distribuite per tutta la casa. Questi sono solo alcuni esempi di dispositivi attualmente in commercio. Alla luce di ciò, sebbene l’effettiva produzione di un microchip con le caratteristiche di Arkangel appaia poco probabile nell’immediato futuro, la sua realizzazione come risposta ad una domanda crescente e potenzialmente infinita di sicurezza non sembra così assurda. Se questa tecnologia fosse disponibile, la useremmo? Se si, saremmo in grado di limitarne il suo utilizzo? Di autoregolarci? In modi diversi, sia ‘Ai Confini della Realtà’ che ‘Black Mirror’ ci presentano una realtà distorta, avendo in mente il presente e il suo consequenziale futuro

 

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