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14/11/2017

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Lorenzo Campese

Cosa c'è nella stanza della tua vita

L’unico modo possibile per gestire il tempo è imparare a gestire noi stessi, la nostra esperienza interiore e la nostra relazione con il tempo.

© Auris - iStock

In un momento quieto, poni a te stesso alcune domande: Quanto è affollata la ‘stanza’ della mia vita? Quali sono le cose veramente importanti e quanto posto hanno? Cosa c’è di poco importante che occupa posto inutilmente? Cosa dovrei mettere al centro della stanza della mia vita? E poi, ancora: Chi c’è insieme a me nella stanza della mia vita? Quali emozioni sto vivendo insieme a queste persone? Dedico il tempo giusto alle persone giuste? Dedico il giusto tempo a me?

Il tempo, alla fine, siamo noi. È la trama della nostra vita. In quanto tale, poche altre dimensioni sono così essenziali e di portata esistenziale. L’unico modo possibile per gestire il tempo è imparare a gestire noi stessi, la nostra esperienza interiore e la nostra relazione con il tempo. Per fare ciò, occorre partire necessariamente da una fase, senza la quale, nulla è possibile: l’osservazione o meglio l’auto-osservazione. L’antico precetto ‘conosci te stesso’ riportato sulla facciata del tempio di Apollo a Delfi è - di fatto - la sola via possibile per poter accedere a un’esperienza di vita consapevole in cui il tempo sia alleato e non nemico. Il primo passo è portare consapevolezza su come gestiamo il nostro tempo ovvero a come arrediamo la ‘stanza della nostra vita’. Come già accennato nella prima parte dell’articolo, leggibile cliccando qui, la metafora spaziale è proprio quella che ci permette di cogliere con più facilità la dimensione temporale. Il tempo della nostra vita è lo spazio della nostra stanza e non ci è dato di modificarlo; la modalità con cui arrediamo questo spazio, l’armonia che ci mettiamo, la cura e l’attenzione sono appannaggio nostro.


Darsi uno STOP e i momenti MoA
Il paradosso è che per imparare a gestire meglio il tempo devo imparare a fermarmi. Creare una breccia nel corso automatico degli eventi, per aprire un varco di consapevolezza: un non-tempo. Potremmo chiamarli spazi di ‘metatempo’, ovvero di tempo per riflettere sul tempo. Per aprire questo varco nel corso della nostra affannosa giornata occorre innanzitutto darsi uno STOP. Darsi uno STOP significa innanzitutto fermarsi e ‘accorgersi’. Accorgersi di cosa? Innanzitutto che ci si è persi e che occorre ritrovarsi; poi, dell’affanno che stiamo sperimentando e dei segnali di ‘discomfort’ che il nostro sistema e in particolare il nostro corpo ci invia per indicarci che qualcosa non funziona nel nostro rapporto con la realtà. Il nostro sistema emozionale non ci rivela molto su ciò che stiamo vivendo ma ci rivela tantissimo su come lo stiamo vivendo. Per esempio, possiamo cogliere la differenza che c’è tra lo sperimentare velocità nel fare qualcosa e la frenesia o la fretta nel fare qualcosa. La prima è un esperienza che emozionalmente si presenta neutra, la seconda è connotata da coloriture emotive spesso associabili a ansia, preoccupazione, nervosismo, respiro corto, tensione, in una sola parola: discomfort. Questi segnali sono le spie sul nostro cruscotto. Il nostro interesse non è spegnere le spie, ma accorgerci di esse e ripristinare la condizione di funzionamento ottimale. Per imparare a gestire il tempo, occorre divenire esperti di sé stessi. Occorre imparare a cogliere i segnali deboli di discomfort (le spie) affinché si possa rimanere dentro la propria zona di resilienza. Resilienza è una parola di tipo ingegneristico, ultimamente molto in voga anche nel settore delle scienze umane e in particolare a proposito del tema di gestione dello stress. In senso psicologico, la resilienza è la capacità di affrontare e superare eventi difficoltosi e/o traumatici, facendo appello alle proprie risorse. In questo scenario abbiamo una duplice possibilità: agire sul contesto esterno, laddove possibile per ridurre il più possibile gli eventi di stress in modo da ricollocarsi nello spazio della propria resilienza, ma anche agire dall’interno e acquisire capacità e competenze tali da ampliare lo spazio della resilienza. Infatti - e questo è un punto nodale - la resilienza si può imparare.

Esercizio del semaforo
Per conoscere meglio le nostre reazioni fisiche ed emotive allo stress possiamo usare l’immagine del semaforo. Prendi un foglio e disegna tre cerchi uno sopra l’altro come le luci di un semaforo. Il primo cerchio rappresenta il verde, la zona di piena resilienza. Immagina di trovarti in questa zona e prova a cogliere le buone sensazioni che ricevi dal tuo sistema somatico ed emozionale. Cogli le tante situazioni della vita e della tua professione in cui riconosci di collocarti in quest’area e trascrivile dentro o accanto al cerchio verde. Ora passiamo al secondo cerchio, che rappresenta il colore giallo. Pensa a eventi che per loro natura risultano essere più intensi e sfidanti e che attivano il tuo sistema in modalità più evidente. Da cosa ti accorgi della differenza di pressione rispetto alla condizione precedente? Quali sensazioni emergono dal tuo corpo? Come cambia il tuo respiro? Quali emozioni vivi in questa zona? Scrivi le sensazioni corporee dentro o accanto al cerchio giallo. In ultimo, cogli le situazioni di maggiore difficoltà quelle che rendono la tua esperienza di vita faticosa o anche sopraffacente. Percepisci, i segnali che ricevi da quest’area dell’esperienza in termini di sensazioni fisiche e scrivili nel cerchio rosso. In ultimo, riportati alla condizione di verde, riportando alla memoria momenti piacevoli della tua esistenza. Da questo breve esercizio puoi renderti maggiormente consapevole della modalità con cui il tuo corpo comunica con te in situazioni di difficoltà. Puoi anche cogliere in quale zona vivi maggiormente il tuo tempo e realizzare quanto occorrerebbe evitare il più possibile di frequentare la zona rossa. Come fare? È importante accorgersi dei segnali deboli, ascoltando il nostro corpo prima ancora che esca dalla zona di resilienza. Il secondo passo fondamentale è darsi uno STOP. Fermarsi da uno a cinque minuti può essere sufficiente per introdurre un MoA: Moment of Awarenss. Si tratta di prendersi un momento di raccoglimento in cui:

• portare attenzione al proprio respiro e osservarlo mentre fluisce senza tentare di modificarlo;
• sentire il corpo, il suo peso sulla sedia e sul pavimento, ascoltarne i segnali senza alcun giudizio;
• chiedersi: come sto? Come sta il mio corpo? Quali emozioni sto vivendo? Quali pensieri mi attraversano?

La semplice osservazione non giudicante e l’attenzione al respiro può generare un varco rigenerante anche nelle giornate più complesse, specie se ripetuto nell’arco della giornata. Quando il prendersi alcuni MoA durante la giornata diviene un’abitudine, anche in assenza di stimolazioni esterne, si generano le condizioni affinché la nostra resilienza possa ampliarsi. A testimonianza di quanto questi temi siano fondanti, anche in relazione al frenetico stile di vita odierno, mai come oggi si parla dell’importanza della presenza ‘nel qui e ora’. Per quale ragione abbiamo bisogno di allenare la nostra capacità di essere pienamente presenti ‘nel qui e ora’?

Il passato psicologico e il futuro psicologico
Uno dei fattori che genera maggiormente discomfort e stress è l’abitudine a non disciplinare la nostra mente e a lasciarla vagare in dimensioni di pura e caotica fantasticheria. Secondo gli orientali, la mente non disciplinata è come una scimmia che vaga di pensiero in pensiero come da una liana all’altra, completamente fuori controllo. In questo vagare, la nostra mente scivola spesso in rappresentazioni che hanno a che fare con immagini di futuro o di passato. Immagini spesso negative e ovviamente irreali in quanto il futuro non c’è ancora e il passato non c’è più. Quando ci proiettiamo verso il futuro, frequentemente tenderemo a sperimentare emozioni legate all’ansia, alla paura e alla preoccupazione; quando ci rivolgiamo verso il passato siamo spesso rapiti da emozioni che hanno a che fare con dispiacere, rammarico, rimpianto, rabbia, rimorso. Come uscirne? Anche qui: con un momento di STOP e concedendomi un MoA, un momento di consapevolezza e di attenzione al respiro.

Riempire pienamente ogni istante: la teoria dei pallini vuoti e pieni
Una metafora efficace per rappresentare cosa significhi essere presenti nel qui e ora viene da Susanna Cohen, psichiatra milanese, collega nel centro di formazione che insieme conduciamo. Possiamo immaginare la nostra vita come una sequenza di piccoli cerchi o di pallini. A noi è dato di riempire solo il pallino del presente, solo quello relativo a questo istante. Quando la nostra mente si distrae in preoccupazioni ed emozioni che riguardano il passato o il futuro abbiamo l’illusione di poter riempire altri pallini, quelli di altri istanti collocati in altri tempi, ma nella realtà l’unico risultato che otteniamo è quello di lasciare vuoto proprio ‘questo’ pallino, che è l’unico che avrei potuto veramente riempire. Ogni volta che invece onoriamo il momento presente (riempiamo il nostro pallino) è come se dicessimo a noi stessi, agli altri e al mondo “Sì, eccomi, ci sono”. In questo modo il tempo della nostra vita acquista significato.

 

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