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18/01/2018

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Lorenzo Campese

Conosci te stesso

Procediamo nella disanima di alcuni temi essenziali, senza i quali nessun processo di comunicazione sarà veramente consapevole ed efficace.



Dopo l’introduzione alle dimensioni dell’ascolto trattate nel precedente articolo, procederemo nella disanima di alcuni temi essenziali, senza i quali nessun processo di comunicazione sarà veramente consapevole ed efficace.

La comunicazione intra-personale
Innanzitutto: il primo atto comunicativo avviene tra te e te stesso. Non siamo abituati a concepire l’intensa attività che si svolge nella nostra mente come ‘comunicazione’, ma di fatto lo è. In un certo senso, quella narrazione che si svolge nel nostro spazio interiore è il nostro più importante atto di comunicazione perché determina in buona parte anche ciò che comunichiamo, trasmettiamo e agiamo verso l’esterno. Determina la nostra efficacia nell’entrare in relazione con gli altri e, in particolare, nel gestire comunicazioni cruciali, caratterizzate da alta posta in gioco, alta emotività e punti di vista divergenti. Di fatto, il nostro dialogo interiore crea delle mappe della realtà, delle interpretazioni degli eventi che modificano la modalità con cui li percepiamo. È un fattore decisamente importante perché noi agiamo in funzione della modalità con cui percepiamo il mondo. La percezione genera comportamenti conseguenti e congruenti alla percezione stessa. Se la percezione è viziata dalle nostre narrazioni mentali ciò significa che è viziata la mappa con cui interpreto la realtà e che, soprattutto, guida le mie azioni nel mondo. Tutto ciò rischia di generare effetti deleteri quali, ad esempio, il fenomeno noto come ‘la profezia che si auto-avvera’. Paul Watzlawick, esponente del Mental Research Institute di Paolo Alto e autore del testo “Pragmatica della comunicazione umana”, afferma: “Una profezia che si autodetermina è una supposizione o profezia che, per il fatto di essere stata pronunciata, fa realizzare l’avvenimento presunto. Chi per esempio suppone di essere disprezzato, assumerà nei confronti degli altri un comportamento permaloso, scostante e diffidente che finirà per suscitare proprio quel disprezzo che a sua volta diventerà la ‘prova’ della fondatezza della sua convinzione”.

La finestra di Johari

Una breve esperienza
Possiamo prenderci 5 minuti di silenzio per rimanere semplicemente in osservazione di quanto accade nella nostra interiorità. L’atto di osservare con attenzione intenzionale e non giudicante ai contenuti della nostra interiorità è benefico in sé ed è la base della disciplina denominata Mindfulness e di qualsiasi metodologia di meditazione o pratica di consapevolezza. Ciò che possiamo osservare nella nostra interiorità sono fondamentalmente tre ‘oggetti’:

• sensazioni somatiche (caldo, freddo, formicolio, prurito...);

• emozioni e stati d’animo: quiete, agitazione, insofferenza, rabbia...

• pensieri: si presentano sotto forma discorsiva o di rappresentazioni visive, uditive e sensoriali.

Restando in osservazione per qualche minuto, potremmo percepire con maggiore facilità il dialogo interiore con cui continuamente ci intratteniamo. Acquisire via via consapevolezza di ciò è un primo passo per aiutarci a distinguere la mappa dal territorio, la nostra personale interpretazione della realtà dalla realtà oggettiva. Ciò che maggiormente ci disturba non sono tanto gli avvenimenti esterni ma ciò che ci raccontiamo sugli eventi esterni. Sappiamo bene come persone diverse possono reagire in modalità profondamente diverse allo stesso identico evento. La medesima situazione può essere una ‘sfida’ propulsiva e generatrice di ‘eustress’ (o stress positivo) per qualcuno e al contrario può essere fonte di ‘distress’, preoccupazione e demotivazione per qualcun altro. Una delle differenze fondamentali tra le due dimensioni è la comunicazione che abbiamo con noi stessi, la narrazione che facciamo interiormente sugli eventi.

Un esercizio utile
Può essere utile compiere un breve esercizio. Pensa a una conversazione problematica che hai affrontato recentemente. Rievoca le parole dette e le dinamiche occorse. Ora dividi un foglio in tre colonne e scrivi nella colonna di sinistra tutto ciò che ricordi di aver effettivamente detto durante il dialogo o il dibattito. Solo le parole che sono state effettivamente dette, al meglio di quanto la memoria consente. Nella colonna accanto, la seconda, ti chiedo di scrivere le emozioni che stavi provando mentre dicevi quelle parole. Nell’ultima colonna, la più importante, ti chiedo di scrivere ciò che hai solo pensato ma non detto. In questa colonna ci sono quegli elementi, inclusi pensieri, emozioni e sensazioni che non hai comunicato esplicitamente ma che erano parte fondamentale e inconsapevole del processo comunicativo. Questa è la cosiddetta ‘colonna nascosta’: ciò che inibiamo nella comunicazione e che proprio perché celato agisce comunque e subdolamente.

La sfida di una comunicazione autentica
L’unica vera comunicazione efficace è quella in cui siamo autentici e congruenti. Essere autentici significa ‘camminare nelle proprie parole’. Secondo il celebre modello della finestra di Johari, vi sono quattro dimensioni coinvolte nella comunicazione interpersonale.

• L’area aperta o pubblica che contiene ciò che intenzionalmente esibiamo, che mettiamo ‘in piazza’ e di cui possiamo parlare disinvoltamente.

• L’area inconscia o nascosta è quella che si riferisce a ciò che gli altri vedono di me, ma che ricade nel mio angolo cieco, che riguarda ciò che di me non posso vedere autonomamente e che posso apprendere solo mediante il feedback degli altri.

• L’area ignota contiene quegli aspetti sconosciuti sia a noi stessi che agli altri. È un’area di contenuti inconsci e non visibili all’esterno.

• L’area occulta o privata contiene quegli aspetti che conosciamo bene di noi stessi, ma che teniamo celati al mondo esterno.

Le relazioni basate sull’impegno all’autenticità e sulla capacità/competenza di offrirsi reciprocamente feedback chiari e sinceri, consentono di allargare lo ‘spazio aperto’, generando un flusso di fiducia e una migliore comprensione dell’altro. La relazione vede uno scambio conscio o inconscio di tutti e 4 i quadranti.

Le regole del feedback
Dare feedback richiede competenza e sensibilità; è l’arte di dire anche la più scomoda verità nel modo corretto, senza generare interruzioni nella relazione. Come tutte le arti, migliora con l’esperienza. Il processo di feedback è un’operazione delicata sia per chi lo offre che per chi lo riceve. Nel darlo, si richiede anche di superare resistenze interne; dare un feedback negativo ci può mettere in relazione con il nostro senso di colpa, con la paura di ferire l’altro, con la paura di non essere accettati... Vi sono alcune regole fondamentali da osservare, che nella mia esperienza si sono rivelate utili.

• Il feedback è bene che sia autorizzato. Posso darti un feedback?

• Deve essere dato nel giusto timing: tempestivamente, ma non sotto la pressione di emozioni incalzanti.

Inoltre, occorre assicurarsi che il nostro interlocutore abbia il giusto tempo per poterlo ricevere.

• Occorre dimostrare il massimo rispetto per l’altro come persona. Il feedback è sempre sul comportamento e mai sulla persona. È facile, nel dare un feedback, cadere nella trappola dell’ego che ci pone in una posizione di superiorità rispetto al destinatario del feedback.

• Il contenuto deve essere concreto e specifico, relativo a eventi specifici e non a percezioni generalizzate.

• Occorre distinguere tra interpretazioni personali e soggettive, dai fatti concreti. Il feedback si basa su questi ultimi.

• È opportuno tuttavia che chi dà il feedback descriva i propri sentimenti, in modo da renderli palesi a entrambi quali premessa importante; in questo modo, si evita di scaricare il contenuto emotivo non elaborato nella comunicazione.

• Essere propositivi; aiutare l’altro a trovare la sua soluzione, con il potere delle domande più che con consigli e suggerimenti.

 

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