Estate 2020
Servizi
 

12/07/2018

Share    

di Ruggero Vota

Come tracciare la rotta per navigare nel cloud

Nodi da risolvere, benefici riscontrati e complessità da tenere sottocchio. Il mercato cloud italiano si sta sviluppando tenendo conto dei molti fattori che entrano in gioco.

© iStock - vladru© iStock - vladru

È proprio il capitolo delle infrastrutture intese come disponibilità di banda per i collegamenti internet e sviluppo del broadband, sia fisso che mobile, a tenere lontana l’Italia dai vertici della classifica dei Paesi più adeguati all’adozione del cloud computing. A stilare questa classifica, che comunque posiziona il nostro Paese al nono posto sulle 24 nazioni prese in considerazione, è stata BSA/The Software Alliance che ha rilasciato lo studio ‘2018 BSA Global cloud computing scorecard’. È questo un tema di cui si dibatte ormai ‘dalla notte dei tempi’, e più passano gli anni e più questo deficit strutturale diventa anche un digital divide culturale che rischia di tagliare fuori dalla trasformazione digitale un quota consistente di persone, imprese e territori del nostro Paese. È quindi auspicabile per tutti che il piano per la diffusione della banda ultralarga messo in campo negli anni scorsi venga portato avanti anche dal nuovo governo e che si raggiungano come previsto per il 2020 gli ambiziosi obiettivi di garantire all’85% della popolazione una connettività a 100 Mbps, garantendo al contempo una copertura ad almeno 30 Mbps in download a tutti i cittadini; il piano inoltre prevede la copertura ad almeno 100 Mbps di tutti gli uffici pubblici, scuole e ospedali in particolare, e la presenza della banda ultralarga in tutte le zone industriali del Paese. La buona notizia è quindi che se i piani procederanno in tal senso, nel giro di pochi anni, questo ritardo è probabile che non solo sarà recuperato, ma i nuovi livelli di performance risulteranno anche migliori rispetto a quelli di diverse nazioni che oggi, nella classifica presa in considerazione, sono davanti all’Italia.

I fattori che abilitano lo sviluppo del cloud
Detto questo torniamo invece alla ricerca realizzata da BSA/The Software Alliance, realizzata considerando una serie di molteplici parametri, non solo tecnologici, che aggregati insieme hanno portato ad assegnare a ogni Paese un punteggio globale che, come detto, valuta quanto una nazione sia predisposta allo sviluppo del cloud computing. I fattori individuati dai promotori della ricerca, oltre alla performance dell’infrastruttura internet e alla diffusione della banda larga, sono stati: la tutela della data privacy, sicurezza in generale, capacità di contrasto del cyber crime, livello di protezione della proprietà intellettuale, l’armonizzazione delle norme nazionali agli standard e alle regole internazionali e la promozione del libero mercato. La sorpresa che emerge dalla lettura di tutte queste componenti, non solo tecnologiche, è che l’Italia risulta essere ben posizionata in diversi parametri che vanno a comporre il punteggio finale nel confronto degli Stati Uniti e dei principali Paesi europei presenti nella Top 10 della classifica.

Il posizionamento dell’Italia
Nel caso, per esempio, della tutela della data privacy, con il punteggio di 10,3 il nostro Paese è secondo solo alla Germania, che risulta a 10,8, ed è quindi posizionata meglio di UK (10), Francia e Spagna (9,8) e Stati Uniti (8,3, chissà quanto avrà pesato su quest’ultimo risultato il caso Facebook/Cambridge Analytica). Per i ricercatori, l’Italia, insieme alla Spagna, risulta essere in prima posizione per quanto riguarda il contrasto al cyber crime. Per questo parametro il punteggio raggiunto è 12, mentre a 11,5 si trovano Germania, Francia e UK, e gli USA risultano ben distanziati a 8,5. Cattive notizie invece sul fronte ‘sicurezza in generale’, in questo caso il nostro Paese raggiunge solo il 9,8 ed è davanti alla sola Spagna (9,3). Per questa voce risulta essere al primo posto la Gran Bretagna (11) seguita da Germania e Francia (10,8) e dagli USA (10,5).

Per quanto riguarda invece la protezione della proprietà intellettuale risultiamo secondi, insieme agli Stati Uniti, con 11 punti, dietro a UK con 11,5. Dietro di noi si trovano Francia (10,8), Germania (10,3) e Spagna (9,8). L’armonizzazione delle norme nazionali agli standard e alle regole internazionali è un parametro che ci vede insieme a Francia e Spagna in ultima posizione a 11,5 punti, UK e Germania sono a 12 e gli USA a 12,5. In questo caso però possiamo dire che la ‘distanza’ dei risultati tra il primo Paese e gli ultimi non è comunque molto rilevante, si tratta solo di un punto di differenza. Infine alla voce ‘promozione del libero mercato’ siamo a metà classifica insieme alla Spagna con 9,5 punti e davanti a UK (9) e Francia (8). Meglio di noi gli USA (10,3) e la Germania che risulta prima con 10,5 punti.

In definitiva quindi nella Top 10 della classifica definitiva ottenuta sommando tutti i punteggi parziali nelle diverse voci, come detto risultiamo al nono posto con 79 punti, dietro di noi la Spagna a 78,4. Nelle posizioni davanti alla nostra troviamo: in testa, e questa è un po’ una sorpresa, la Germania con 84 punti, seguita da Giappone (82,1), USA (82), Gran Bretagna (81,8), Australia (80,6), Singapore (80,2), Canada (80) e Francia (79,6). A conclusione, questa carrellata di numeri possiamo dire che se per l’Italia la distanza da colmare con la prima classificata, la Germania, risulta ragguardevole, questa non lo è per riuscire a scalare la classifica e raggiungere un posizionamento più significativo e qualificante. Basterebbe infatti un punto in più per essere settimi insieme al Canada, o due per risultare quinti dopo la Gran Bretagna. Discorso in prospettiva difficile da farsi, visto che anche gli altri Paesi cercheranno di muoversi per salire in alto, ma certamente i margini per migliorare ci sono e, in fin dei conti, amiamo pensare che una volta portato a regime il piano banda ultra larga, questo ci consentirà di fare un salto di qualità considerevole in termini di competitività per tutto il Sistema Paese e non solo per il nostro mercato cloud.

La predisposizione al Cloud Computing dei singoli Paesi

Cloud automation: i benefici riscontrati
Inquadrata la situazione generale sullo stato dei fattori abilitanti che oggi sono considerati alla base dello sviluppo del mercato del cloud computig risulta sicuramente utile vedere quali sono i benefici che hanno riscontrato le aziende che hanno già adottato queste soluzioni in modo significativo negli scorsi anni. A dare queste evidenze è il rapporto di recente pubblicazione ‘The automation advantage: Making legacy IT keep pace with the cloud’, elaborato da Capgemini e Sogeti, che ha intervistato 415 manager IT di aziende con grandi infrastrutture legacy distribuite in otto Paesi sui vantaggi dell’applicazione della cloud automation sui processi tipici dei sistemi informativi aziendali.

Applicazioni enterprise cloud native
L’utilizzo di tecnologie cloud per automatizzare applicazioni e funzioni IT legacy si traduce in vantaggi aziendali che vanno oltre i parametri economici della redditività che risentono dello spostamento della logica degli investimenti dal modello Capex (immobilizzo di capitale) a quello Opex (spesa operativa). Per esempio, la ricerca sottolinea come le aziende che adottano in modo significativo le soluzioni cloud (nella ricerca definiti anche come ‘fast mover’) riescano a sviluppare codice due volte più velocemente di quelle che non hanno ancora scelto il cloud (definiti come ‘follower’). In questo contesto, inoltre, il 5% dei fast mover dichiara di riuscire a implementare le logiche di sviluppo del ‘continuos development’ che sono alla base della metodologia ‘agile’ e del DevOps. L’automazione nei processi di sviluppo abilitata dal cloud sta quindi portando più velocità, una continua accelerazione e maggiore flessibilità. Secondo lo studio quindi la quota di nuove applicazioni enterprise definite come ‘cloud native’ entro il 2020 verrà più che raddoppiata. L’automazione abilitata dalle tecnologie cloud non ha però solo generato benefici in termini di riduzione dei costi e maggiore efficientamento nei processi dell’IT. Il 75% dei fast mover ha dichiarato che grazie a questa nuova automazione ha potuto innovare i propri modelli di business, e l’86% degli stessi ha affermato di aver ottenuto benefici anche in termini di ‘customer experience’.

Più risorse per dare valore al business
L’assenza di competenze viene oggi generalmente identificata come una delle principali sfide attuali per gli staff IT aziendali i cui responsabili devono impiegare le risorse a disposizione nello svolgimento di compiti a maggiore valore per il business. L’utilizzo in questo ambito di tecnologie cloud per l’automazione delle applicazioni e delle funzioni IT legacy sta facilitando questo processo. La ricerca evidenzia infatti che il 59% delle aziende ‘fast mover’ è riuscita a riallocare il proprio personale su attività a maggiore valore aggiunto. Per i fast mover una delle priorità è stata l’eliminazione dei compiti monotoni, automatizzando il 73% dei processi di test delle applicazioni, una percentuale quasi quattro volte superiore a quella delle aziende follower.

Preoccupazioni su sicurezza e privacy
Preoccupazioni su sicurezza (27%) e riservatezza dei dati (19%) sono invece citate dagli intervistati come gli ostacoli più difficili da superare nel passaggio all’automazione dei processi delle funzioni IT, tendenza presente sia nei fast mover che nei follower. Un problema accentuato dal processo di adeguamento al GDPR: amministratori delegati e altri top manager stanno chiedendo ai responsabili IT che le iniziative tecnologiche non creino nuovi rischi di violazione dei dati. Questa però, secondo i ricercatori, è un’opportunità attraverso la quale i cloud provider potranno fare leva sulla loro affidabilità dimostrando che gli investimenti fatti nel tempo a tutela della sicurezza e della privacy in realtà abilitano, nel caso di passaggio all’automazione attraverso tecnologie cloud, maggiori livelli di sicurezza e non il contrario.

Due paradossi da tener presente
In questa sede può essere utile ricordare i due paradossi a proposito del tema cloud computing, e già citati su queste pagine, emersi durante un focus group organizzato l’anno scorso sul tema dalla società di ricerca italiana NextValue con alcune aziende significative del nostro Paese.

Il primo è relativo al fatto che, senza le dovute accortezze, il cloud può anche rivelarsi più costoso del modello on premise.
Conoscere bene e ‘prendere confidenza’ con il modello di pricing on demand è quanto mai indispensabile, soprattutto per quanto riguarda i servizi di tipo infrastrutturale (Iaas). Questo perché, a fronte di una realtà dei prezzi in calo, grazie alla concorrenza, bisogna però tener conto che più aumenta l’adozione di nuovi applicativi in cloud, più cresce l’esigenza di disporre di nuove ‘macchine’ e nuovi ambienti dove ospitarle portando a una crescita dei costi che può rivelarsi incontrollata. Nelle aziende dove il cloud inizia a essere utilizzato in modo rilevante si è quindi reso necessario inserire nuove figure che svolgono un ruolo di controller e di cost manager per la gestione specifica dei servizi cloud.

Il secondo paradosso, questa volta ‘positivo’, riguarda invece il rischio di downtime.
L’utilizzo dei servizi in cloud implica una drastica riduzione del livello di controllo su infrastrutture, dati e sistemi rispetto alla modalità onpremise. Il rischio di downtime è sempre presente, ma non rappresenta una criticità insormontabile poiché, nel contesto del cloud il guasto o il disservizio sono una componente esternalizzata. Nel modello pay per use infatti un disservizio o un’interruzione possono portare a risvolti positivi perché mettono il fornitore del servizio cloud, da un lato, nella condizione ‘obbligatoria’ di risolvere il problema del cliente in tempi brevi e, dall’altro, di rifondere il cliente nel rispetto degli SLA definiti contrattualmente, una volta che questi non sono stati rispettati.

Non è però semplice comprendere e controllare la spesa in servizi cloud, soprattutto quando questi sono erogati da infrastrutture pubbliche. Gli strumenti e i servizi disponibili per affrontare il problema sono numerosi, ma quasi sempre comportano un costo supplementare.

 

TORNA INDIETRO >>