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02/11/2016

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di Paolo Morati

Cloud, questione di infrastruttura. Ma non solo.

Posizionamento e qualità dell’offerta sono elementi essenziali per tutti gli operatori nazionali che oggi offrono servizi cloud alle imprese italiane. E questo senza trascurare l’aspetto della tecnologia e della relazione con i fornitori di soluzioni.

Il cloud consente alle aziende di cogliere nuove opportunità: i nuovi servizi di tipo infrastrutturale, di storage, backup, disaster recovery, fino alla messaggistica e alla collaboration interna e verso l’esterno, sono solo alcune delle opzioni che i provider oggi mettono sul proprio tavolo per favorire il passaggio delle aziende utenti finali all’on demand. Nel corso della tavola rotonda ‘Infrastrutture di qualità per un Cloud di qualità’ organizzata da Office Automation in collaborazione con NetApp sono stati messi a confronto diversi operatori del settore per evidenziare alcuni temi principali legati alle caratteristiche dell’offerta e della domanda e a come oggi l’offerta di soluzioni tecnologie può essere di supporto alla nuova industria del cloud computing. Tra contributo della tecnologia, elementi di valore e best practice ecco una panoramica degli spunti emersi nel corso della giornata.

Lorenzo GiuntiniAruba - Lorenzo Giuntini, Head of Engineering
Tra le tecnologie disponibili nell’IT, il cloud è in continua espansione, tuttavia in Italia la sua reale adozione è frenata da una connettività con scarsa capillarità e una qualità discutibile in relazione al costo. Per ovviare a questo, Aruba cerca di adattare la propria offerta partendo dal data center, investendo in una infrastruttura allo stato dell’arte con una connettività ai massimi livelli e garantendo servizi e performance non pensabili on-premise. Si tratta di un obiettivo raggiungibile solo con massicci investimenti in infrastrutture, hardware e software e con una efficace collaborazione con i fornitori delle migliori tecnologie. Per il cliente il cloud rappresenta quell’insieme di servizi che permettono di concentrarsi unicamente sul proprio core business e in questo, in qualità di provider, Aruba assume il rischio dell’investimento in quelle tecnologie che possano offrirgli vantaggi competitivi, sicurezza e flessibilità. Il cliente occupa infatti il posto centrale nell’attività di un service provider, per cui, è intorno a esso che devono ruotare tutti gli sforzi. L’approccio Aruba con il cliente è sartoriale e l’impegno è rivolto a usare la migliore tecnologia che risponda a specifiche esigenze. È quindi necessario concentrarsi sulla sostanza: le tecnologie devono essere affidabili, garantire le migliori prestazioni e avere servizi di assistenza a contorno di ottimo livello, tutto a vantaggio del cliente finale. L’approccio di alcuni fornitori, molto legato all’immagine e all’appeal dei loro prodotti, è per noi un approccio fallimentare perché non offre effettivamente alcun valore aggiunto al cliente. Essenziale per Aruba è infatti la concretezza e la solidità della propria proposizione, possibile grazie a un team commerciale e a un team di ingegneria in grado di assistere il cliente con le migliori competenze in ogni campo IT. Aruba può spaziare infatti su un’offerta a tutto tondo che comprende non solo servizi cloud, ma anche infrastrutture dedicate, software e hardware legacy ben integrati fra di loro e geolocalizzati in tutto il territorio europeo. In questo l’ibrido diventa importante quando per esigenze di sicurezza, preferenza o necessità, il cliente intenda entrare nel cloud a piccoli passi. Aruba permette l’utilizzo di cloud ibrido sia esterno ai propri data center, sia interno, ospitando, quando necessario, tutti quegli apparati che non possano o non vogliano essere messi in cloud, sfruttando quindi il meglio del mondo fisico e virtuale. Per facilitare l’ingresso del cliente, ci adoperiamo con proposte che possano facilitarne il business, come per esempio l’ingresso senza costi di attivazione o l’uscita senza vincoli. Il cliente deve sentirsi libero di affidarsi alla nostra soluzione per trarne il maggior vantaggio possibile e per lo stretto tempo necessario, senza lock-in o forzature di alcun genere.

Massimo GeriniBlueit Spa - Massimo Gerini, Vendor & Alliance Manager 
Blueit in quanto Cloud Service Provider, si posiziona tra cliente e fornitore cloud, operando sia da abilitatore che propositore. Abbiamo una struttura dedicata ad aiutare i clienti che stanno valutando la migrazione verso il cloud. Il primo cliente a usufruire dei nostri servizi siamo però stati noi stessi con il trasferimento di workload aziendali importanti, un’esperienza molto utile che ci ha permesso di valutare le difficoltà e i vantaggi di questa tecnologia. Grazie a questa esperienza Blueit ha acquisito la consapevolezza necessaria a costruire un offering semplice e di immediata comprensione da parte dei clienti, Si basa infatti su un modello modulare con mattoncini di servizio componibili che permettono al cliente di scegliere un livello di servizio personalizzato e quindi di comporre l’offerta in base alle sue esigenze. Abbiamo inoltre sviluppato una metodologia specifica per accompagnare i clienti in questo percorso: analizziamo insieme al cliente i suoi processi di business e li aiutiamo a individuare quali potrebbero essere i workload da trasferire in cloud. Non si tratta infatti solo di tecnologia, ma di organizzazione di processi e di modello di business. Qual è il mercato dove opera il cliente, quali sono i suoi processi interni, come funziona l’azienda? Queste le domande a cui bisogna rispondere prima di affrontare un processo di migrazione verso il cloud. La fase successiva è quella in cui fare le verifiche sul campo, e anche in questo caso Blueit i suoi clienti nel costruire un ambiente di test (POC).In tal modo si misura il funzionamento e la risposta anche degli utenti. Questo modo di operare ci ha permesso di rendere semplice e consapevole la migrazione al cloud anche di realtà inizialmente scettiche o dubbiose in tal senso. Più nel dettaglio, noi siamo nati come azienda di outsourcing, gestendo data center dei clienti in Italia e all’estero. Quando nel 2013 si è affacciato in modo preponderante il cloud la prima cosa che abbiamo fatto, oltre a creare una business unit dedicata, è stata la definizione di un modello di servizio per i clienti tale per cui se il server si trovava on-premise oppure in cloud era indifferente, potendo spostarlo dove volevamo in funzione del carico richiesto. È stato creato un centro di competenza anche per la gestione dei sistemi e applicazioni in cloud che opera 24 ore per 365 giorni all’anno monitorando costantemente e intervenendo quando necessario. Si tratta di una pratica che richiede la definizione di modelli organizzativi e processi IT ben precisi. I responsabili IT oggi ricevono pressioni da ogni dipartimento aziendale affinché i servizi richiesti vengano resi disponibili rapidamente, a basso costo, e in maniera continuativa ed affidabile. È qui che Blueit interviene per dare supporto al cliente e permettergli di delegare la gestione delle infrastrutture focalizzandosi sul suo business.

Alessandro AnzilottiClouditalia - Alessandro Anzilotti, Chief Marketing Officer 
Partiti come operatori di telecomunicazioni, quattro anni fa abbiamo implementato una piattaforma di servizi cloud che vede nella connettività uno degli elementi essenziali per questo tipo di soluzioni. I nuovi scenari tecnologici e le nuove dinamiche di mercato unitamente alla velocità richiesta da ogni interazione richiedono necessariamente che i dati siano sempre disponibili e di conseguenza si trovino in cloud oltre ad avere a disposizione un’infrastruttura efficiente e veloce per il loro interscambio. Più nel dettaglio, il cloud entra profondamente all’interno dei sistemi produttivi e strategici delle aziende. Non è un modo di fare le stesse cose in maniera diversa ma un modo nuovo di fare cose nuove, a una velocità superiore rispetto al passato. Il modello di Clouditalia, definito a ‘km zero’, prevede infrastrutture di TLC che portano la connettività alle aziende con Service Level Agreement misurabili a garanzia della disponibilità di dati e applicazioni e una rete di partner per dialogare con i clienti in modo continuo e rispondere così, attraverso le nostre soluzioni, più velocemente alle loro esigenze. Il rapporto con il vendor si è nel contempo molto trasformato. Non cerchiamo un fornitore bensì un partner, che aggiunga valore in ogni momento del processo di gestione e realizzazione dei servizi fino anche nella relazione con il cliente. Questo completa la nostra proposizione commerciale attraverso la quale offriamo la possibilità, per i nostri clienti di avere un unico interlocutore per tutte le esigenze ICT. Da questo punto di vista risulta fondamentale presentarsi come un team compatto, creando quell’ecosistema in grado di soddisfare le richieste del mercato. A un vendor, quindi, non si chiedono più solo le specifiche tecniche delle soluzioni offerte, ma anche i livelli di servizio che è in grado di garantire ragionando anche secondo una logica evolutiva. Il ruolo dell’IT manager è infine cambiato radicalmente. Fino a qualche anno fa era una persona che gestiva processi aziendali e rappresentava un centro di costo. Oggi con lui si affrontano temi fondamentali quali controllo, disponibilità e processi, compresa la parte finanziaria. Una delle cose che il cliente vuole comprendere è la capacità di integrazione del cloud con i propri sistemi e le opzioni di gestione. In termini di modello di offerta, noi sosteniamo un approccio ibrido che permetta tra l’altro una differenziazione delle risorse anche in base alle tipologie di utenza e applicazione. Un esempio: un conto è avere in cloud una piattaforma gestionale, un conto un sistema di un operatore di scommesse online, dove esistono continui picchi di utilizzo nel corso della giornata. È fondamentale poter gestire questa differenziazione tramite risorse virtuali creando un adeguato strato applicativo.

Stefano Della ValleInebula - Stefano Della Valle, VP Marketing & Sales
Il tema dell’offerta ai clienti lo abbiamo affrontato partendo dal fatto che, per scelta strategica, non potevano pensare di fare concorrenza ai grandi provider di servizi cloud. Per noi era inutile entrare come nuovo operatore proponendo le stesse cose, quindi abbiamo deciso di puntare sulla qualità risultante dall’integrazione di due componenti. Il primo è l’aspetto organizzativo, ossia gestione di parti specifiche dei processi aziendali dei clienti. Il secondo quello della tecnologia che deve supportare il servizio. È quindi fondamentale avere a disposizio ne prodotti ICT in grado di supportarci nel monitoraggio e gestione e senza i quali è impossibile fornire valore aggiunto e diversificazione rispetto al mercato. Un esempio: i servizi di cloud backup o storage replication che nel giro di 48 ore garantiscono la sostituzione dello storage già con tutti i dati pronti. Qualcosa che si può sì ottenere attraverso le soluzioni che abilitano le procedure operative ma non può nel contempo prescindere dall’aspetto organizzativo. Noi cerchiamo di restare un passo avanti rispetto agli altri e, in tal senso, il partner rappresenta l’elemento strategico fondamentale e non un semplice fornitore di tecnologia. Alcuni non sono in grado di seguirci, avendo problemi ‘esistenziali’. Da un lato vedono i service provider come qualcuno che garantisce volumi, ma dall’altro strizzano l’occhio a system integrator o utenti finali. Il futuro è invece di fornitori di tecnologia dedicati solo ai service provider o con divisioni e prodotti specifici, tenendo anche presente il modello con il quale si esce sul mercato. Da questo punto di vista noi offriamo servizi a grandissime organizzazioni così come a piccole aziende di quattro persone. È evidente che non possiamo avere lo stesso approccio commerciale ancorché eroghiamo lo stesso tipo di servizio. Per cui il partner tecnologico ci deve seguire nell’evangelizzazione, anche tramite un modello di revenue share. È questo che deve caratterizzare i fornitori tecnologici del futuro laddove se da un lato mettono a disposizione la tecnologia specializzata per offrire servizi evoluti dall’altro siamo noi a mettere sul piatto organizzazione e percorso verso il mercato. Innovazione e ricerca del rischio sono nelle nostre corde quindi ogni sei mesi prevediamo un’evoluzione dei servizi. Ecco che lavoriamo in un’ottica multidisciplinare con capacità di sviluppo interno tenendo conto che spesso quello che ci serve non lo troviamo sul mercato. Pur essendo una best practice rischiosa, questa ci permette di differenziarci competendo in modo sostanziale invece che estetico, mettendo al centro la multicompetenza che ci permette di passare rapidamente da un prototipo a un servizio. Ad esempio non ci occupiamo di ERP bensì di ticketing, qualcosa che ha comunque uno stretto legame con il tema gestionale.

Eugenio PesariniInteroute - Eugenio Pesarini, Senior Sales Engineer
Prima di tutto bisogna dire che per cloud si intende un modello di erogazione e di funzionamento di un servizio sfruttando infrastrutture o piattaforme fornite dagli operatori. Per essere fruibile e vincente l’elemento primario di cui tener conto è quello del le prestazioni, e quindi la sicurezza e l’affidabilità. Noi fondiamo la proposta di servizi cloud su questi tre componenti che si riassumono nel concetto di networked cloud, ossia una ‘nuvola’ fortemente integrata con la rete di trasporto e all’interno della quale la piattaforma assicura altissime prestazioni, sicurezza assoluta e pieno controllo della posizione dei dati con ridondanza. Un insieme che permette di far compiere un salto di qualità e garantire agli utenti quegli elevati livelli di servizio che rappresentano poi l’elemento trainante dei benefici del cloud. Un altro elemento di cui tenere conto è l’integrazione con la rete MPLS che permette di usufruire allo stesso tempo di servizi public e private cloud, quindi più su misura del mondo enterprise, e di interconnettersi con reti terze parti. Da tenere presente è, inoltre, la posizione geografica dei data center che deve rispondere alle esigenze operative di chi opera su determinati territori. Per noi è infine molto importante anche il tema ‘open’ e in particolare, fornendo servizi IaaS, dare la maggiore libertà possibile agli utenti di sviluppare e rivendere le proprie applicazioni, secondo una logica di automazione, apertura verso il mondo esterno e semplicità di uso. Il tutto partendo dai processi di business. Questi ultimi rappresentano infatti il motore dal quale partire e quindi comprendere cosa può essere effettivamente migrato su cloud. Da questo punto di vista la nuvola si presta in maniera nativa per le start-up proprio per le caratteristiche di flessibilità ed economicità che la contraddistinguono. Quando però si passa alle migrazioni da ambienti consolidati è fondamentale la personalizzazione dell’esperienza. Bisogna quindi condurre un’analisi preventiva di cosa è effettivamente migrabile, laddove spesso si effettuano delle scelte senza aver effettuato un’analisi adeguata del mercato e dei fornitori di servizi cloud. Innanzitutto è necessario individuare il modello cloud che fa al proprio caso (Iaas, Paas, Saas) e poi testare i fornitori portando avanti dei trial che permettano di personalizzare l’esperienza. A questo punto bisogna procedere alla mappatura dei processi, a una revisione interna per adattarli a nuove modalità di fruizione e billing, e quindi a una validazione di insieme per comprendere se corrisponde a quanto prefissato. Rispetto ai fornitori di tecnologia siamo infine agnostici nel senso che per noi devono essere dei partner che accompagnano nello sviluppo delle soluzioni e nella definizione dei progetti, anche perché ormai le funzionalità sono più o meno comuni tra tutti i prodotti.

Domenico PrimaveraOVH Italia - Domenico Primavera, Senior Business Developer e Cloud Specialist
L’infrastruttura è certamente l’elemento alla base dei servizi cloud, che necessita di un’evoluzione tale da supportare le diverse tecnologie. In tale scenario OVH si propone come unico punto di contatto per tutte quelle realtà, come per esempio i system integrator, che di volta in volta hanno la necessità di sviluppare progetti sulle differenti tecnologie cloud, puntando sugli elementi di qualità, affidabilità, flessibilità e sicurezza che non devono mancare nelle loro realizzazioni se vogliono essere realmente efficaci. È proprio su questo punto che noi stiamo investendo, tenendo conto che oggi le aziende, nel ricercare un cloud provider, attribuiscono una grande importanza all’ampiezza del portafoglio di prodotti e servizi a disposizione. La nostra risposta è supportata da data center di proprietà, attività di ricerca e sviluppo portate avanti al nostro interno che ci consentono di introdurre sul mercato un’innovazione continua e costante. In questa particolare fase storica, stiamo nel contempo vivendo un cambiamento epocale anche in termini di sicurezza, dove per far fronte alle criticità emergenti è necessario dedicare risorse particolarmente mirate. Pensiamo per esempio a come sono cambiati gli attacchi di tipo Denial of Service negli ultimi anni, alle tecniche evolute utilizzate dagli hacker e così via. La sicurezza non va quindi mai data per scontata, in OVH abbiamo cercato di cambiare l’approccio, grazie al potenziamento della rete la nostra infrastruttura è in grado di assorbire una grande quantità di flusso durante gli attacchi, ben superiore ai servizi proposti. Quando l’attacco è a livello mondiale, i servizi di mitigazione, replicati in tre data center su due continenti (Beauharnois, Roubaix e Strasburgo) si attivano simultaneamente per unire la loro potenza e gestire il flusso. Rispetto al rapporto con i vendor riteniamo che sia necessario perseguire un approccio collaborativo che consenta di offrire servizi cloud sempre più integrabili in una modalità ibrida. Che è poi quanto oggi i clienti stanno maggiormente chiedendo. In definitiva, cerchiamo di sviluppare roadmap che diano ampio spazio a quanto si aspettano effettivamente i clienti da un cloud provider, in totale sinergia con i partner: parliamo di temi che spaziano dalla riduzione dei consumi per contenere i costi, all’aumento della capacità elaborativa e dello storage, fino all’abbassamento dei tempi di latenza. Tutte componenti decisive per poter garantire un servizio di reale qualità. Infine, aggiungiamo alla nostra offerta sempre quella parte di innovazione necessaria a proporre servizi cloud che siano non solo all’avanguardia, ma anche pronti in tempi adeguati alle singole esigenze delle diverse realtà che si rivolgono a noi.

Antonio GiannettoREEVO - Antonio Giannetto, CTO
Quando si parla dei servizi cloud prima di tutto bisogna precisare che molte volte si confonde il concetto di qualità con quello di performance. La nostra strategia prevede di cercare prima di tutto di tradurre il concetto di qualità in affidabilità, disponibilità di servizio e integrazione con quanto già effettivamente presente nelle infrastrutture dei clienti proponendo una modalità sostanzialmente ibrida, che comprende una serie di servizi pacchettizzati e subito fruibili, e nel contempo dare la possibilità di integrarsi con gli ambienti esistenti in modo semplice ed efficace. Il tutto innescando quei meccanismi dettati sia dalle persone così come dalle tecnologie e che di fatto facilitano l’adozione di queste ultime nel modo migliore possibile. In tal senso il vendor con cui ci rapportiamo può sicuramente portare quel valore aggiunto che ognuno si aspetta sempre in modo intrinseco quando effettua un acquisto. Ma non solo. Andando più nel dettaglio dei processi che coinvolgono l’adozione di un servizio di cloud computing, credo che l’integrazione tra persone, processi e tecnologie rappresenti il vero punto focale per la qualità di un cloud service provider. Il vendor si deve nella sostanza posizionare come alliance partner, creando una estensione della ricerca e sviluppo del cloud service provider e, a volte, valutando insieme anche quella che sarà la roadmap implementativa aiutandolo a prendere decisioni strategiche nella definizione dei servizi e nella loro evoluzione generale e puntuale, permettendo con efficacia una focalizzazione delle proprie attività core. Il cliente deve dal canto suo percepire l’efficienza di quanto scaturito da questa vera e propria partnership per farla sua e ottenere i risultati migliori. Le best practice più importanti secondo noi sono da ricondursi al tema dell’innovazione, in tutti i suoi diversi aspetti. Noi cerchiamo in tal senso di dare forma al nostro interno a dei team dedicati e focalizzati sui vari mercati, dimensioni e tipologie di clienti per studiare approfonditamente le soluzioni e i servizi migliori che possono essere a loro destinati. Inoltre, applicando le metodologie Lean e ITIL, misuriamo l’efficacia di quanto viene offerto con i vari servizi erogati nella nuvola in modo tale da riuscire a cambiarlo e adattarlo, misurando ogni aspetto oltre gli SLA concordati in un modello che si dimostri costante in termini di innovazione assoluta su tutti i vari aspetti delle procedure di cloud computing.

Daniele GennariSOLGENIAKHELA - Daniele Gennari, Sales Director
Il nostro è il punto di vista di un’azienda che è sia un software vendor cloud con applicazioni configurabili e personalizzabili intuitivamente in modalità self-service, sia un abilitatore cloud con piattaforme di gestione e provisioning di soluzioni cloud per medie e grandi imprese. Oggi l’aspetto fondamentale nello scenario cloud è legato al disaccoppiamento tra software e risorse hardware sul quale l’applicativo viene implementato, reso possibile dalle nuove tecnologie di virtualizzazione e servizi a corredo. Tutto oggi può essere governato a livello software con i clienti che hanno l’opportunità di configurarsi i rispettivi servizi, i numeri di core da usare, la memoria da assegnare, lo storage ecc. Si tratta di principi strategici abilitati dai fornitori di tecnologia che richiedono in ogni caso a un vendor nuovi investimenti per consentire di sviluppare servizi innovativi anche se complessi da implementare per poter facilitare al massimo il compito dell’utente finale. Detto questo, il cloud risolve il problema dell’IT tradizionale relativamente alla necessità di aumentare le prestazioni alla bisogna in maniera veloce, flessibile e virtuale, anziché come avviene solitamente di acquisire in anticipo nuove risorse fisiche, quali macchine, storage, ecc., ma anche persone, con investimenti up front che debbono soddisfare un eventuale picco di utilizzo. Grazie al nuovo modello è invece possibile, nella sostanza, configurare i sistemi dinamicamente, un vero salto epocale rispetto alle vecchie logiche di utilizzo dell’IT. Il tutto in modo trasparente e rapido con il contemporaneo trasferimento di alcune logiche consumer, di immediatezza, intuitività e facilità, nel mondo business, che stanno rivoluzionando lo scenario. I vendor dal canto loro devono essere quindi del tutto rapidi e capaci di interpretare le esigenze del mercato per poter supportare questo ambiente e queste nuove modalità di fruizione self-service. Come software vendor, noi abbiamo sviluppato una piattaforma modulare che consente di gestire i servizi in cloud, permette di fare provisioning delle risorse e la misurazione dei relativi consumi, e generare i costi di competenza. La impieghiamo sia a fini di cloud management dei nostri software venduti in modalità self service sia all’interno della governance IT di una media grande impresa, all’interno di un cloud privato per gestire le risorse software e hardware, ed eseguire il charge back del consumo di queste risorse per i vari centri di costo e dipartimenti aziendali che il cliente di volta in volta vuole monitorare. In breve, l’IT manager diviene così in grado di governare tutto quanto in maniera semplice e valutare eventuali interventi in base ai dati di utilizzo che vengono generati dalla piattaforma.

Alberto Da PraVerizon - Alberto Da Pra, Sr. Cloud Solution Architect
Riteniamo fondamentale il modello ibrido per poter migrare al meglio i workload, così come la colocation e un’integrazione forte della rete con i servizi. In tal senso le competenze giocano un ruolo fondamentale tenendo conto che il cloud non è una forma di outsouricng, anche perché dopo il boom del full outsourcing degli Anni 2000 si sta tornando indietro a un re-insourcing per le grandi aziende. Detto questo, abbiamo clienti che in un paio di anni hanno ridotto del 70% i costi in termini di produttività degli utenti adottando la nuvola. Una scelta che richiede un cambio culturale. Il responsabile IT non è infatti più l’uomo che fa andare le macchine ma un fornitore di servizi, ed è su questi che viene misurato. Chi produce tecnologia, dal canto suo, è certamente di aiuto nell’erogazione di servizi di alto livello, con il problema che ancora resta nei sistemi chiusi rispetto a quelli open e con realtà di determinati settori (esempio il farmaceutico), che difficilmente possono sposare un approccio public cloud. Da questo punto di vista la soluzione vincente è la combinazione tra virtuale, private cloud, colocation e rete. Oggi la complessità delle aziende sta dunque mutando. Vediamo che ci sono quelle che hanno una connettività verso internet per assicurare servizi di tipo SaaS. Altre con connettività interna in tecnologia MPLS su rete privata, nelle grandi ancora l’opzione principe specialmente quando si parla di multinazionali. A tutto questo si aggiunge quella mobile, sempre più importante. Sono tre elementi che hanno innalzato le problematiche di gestione rispetto al perimetro chiuso del passato. Senza contare il fenomeno dello shadow IT che genera un traffico sconosciuto. Ecco che emerge il tema degli SLA. Avendo il 60% del traffico internet mondiale che trasnita almeno in parte sulla nostra rete, e la presenza nei grandi data center, offriamo da questo punto di vista una connettività internet garantita come se fosse estensione dell’MPLS fino al punto di destinazione finale. Nell’ultimo anno ho incontrato in Italia un’ottantina tra CEO e CIO e il panorama non è fantastico. Certamente rispetto a tre anni fa il livello di consapevolezza è salito, ma resta ancora molta approssimazione attorno al cloud. Il consiglio che fornisco è di sapere prima quello che la propria realtà necessita e avere ben chiari in mente gli obiettivi. Purtroppo tra questi, solo uno mi ha presentato un piano di sviluppo dell’IT per i prossimi due o tre anni. In generale l’IT prima di tutto deve proporsi nei confronti del management come fornitore di servizi interni ed è necessario che abbia chiari i KPI, gli obiettivi e circondarsi di collaboratori capaci e quindi intervistare gli utenti, i cosiddetti stakeholder, valutare applicazione per applicazione chi le usa e come migliorarle. Anche perché spesso arrivano figure giovani di CFO e CMO che fanno loro stesse consulenza IT al management, mentre il CIO resta confinato all’interno del data center. L’IT può invece diventare un service broker, qualcuno che seleziona i servizi sul mercato per rispondere alle esigenze di business dialogando con i LOB manager. Il rapporto con il vendor è infine importante per il valore aggiunto che può offrire nel semplificare l’implementazione delle soluzioni.

Leonardo FederighiWiit - Leonardo Federighi, Operative Centers Directors
Detto che a volte, per assurdo, il vero valore il cliente lo percepisce solo quando emerge un problema e viene risolto nel modo migliore possibile, bisogna partire dal fatto che in Italia permangono ancora limiti di connettività. Ecco che le tecnologie sono abilitanti di approcci che, anche in un’ottica di cloud ibrido, ottimizzano per esempio la trasmissione dati grazie a funzioni di deduplica e compressione. In questo modo non solo si hanno meno problemi, ma si perde anche meno tempo nella gestione offrendo in definitiva un servizio migliore, riuscendo a dare qualcosa di ben superiore rispetto a quanto un’azienda otterrebbe da sé mantenendo tutto in casa. E questo al di là del fatto che un server può funzionare senza problemi in entrambe le modalità. Importante è quindi fornire una soluzione che permetta di lavorare in modo attivo-attivo su location diverse per mantenere l’operatività anche in caso di guasto, con l’utente che non deve investire milioni di euro subito, bensì adottare un modello pay per use. E tenendo conto che tre sono le componenti in gioco: infrastrutture tecnologiche, competenze e procedure. Chi si affida a un cloud provider ne beneficia a fronte di investimenti ridotti con una flessibilità impensabile fino a qualche anno fa. I clienti devono concentrarsi sulla loro attività core e demandare al cloud non solo le infrastrutture, e quindi la gestione dell’hardware, ma anche quella dei livelli di servizio, dei guasti e del monitoraggio, tutte attività che non portano valore all’azienda che deve pensare al prodotto che realizza. Dal canto nostro anche noi ci concentriamo sui servizi core e troviamo nel partner tecnologico una guida all’innovazione, consulenza, ricerca e sviluppo per progettare insieme quanto necessario alla trasformazione delle infrastrutture più tradizionali. Da questo punto di vista non cerchiamo tanto il ‘ferro’, che ormai è una commodity con prestazioni comuni tra le diverse offerte, bensì la capacità di seguirci e reagire con rapidità alle esigenze dei nostri utenti che decidono di virtualizzare e di passare al cloud. Parliamo di aspetti come processi, tecnologie e competenze. Sugli ultimi due il partner deve fornire un apporto fondamentale. In un mercato con un’offerta cloud molto ampia abbiamo cercato di specializzarci nella gestione delle applicazioni critiche delle aziende orientandoci maggiormente sulla parte Paas mantenendo nel modello ibrido tutto quanto è a corredo: dall’integrazione con il cloud pubblico di altri operatori a chi ha ancora sistemi legacy che possono essere gestiti solo internamente. La nostra best practice parte dall’ascolto delle esigenze del cliente al quale resta il governo dei processi, mentre noi ci facciamo carico dell’operatività che non aggiunge valore al loro prodotto (la gestione delle infrastrutture, dei backup, della applicazioni e dei sistemi). Dal canto nostro sperimentiamo al nostro interno per essere pronti a rispondere alla domanda del mercato quando appare matura; per esempio come accaduto con la piattaforma Sap Hana. Pensiamo infine che sia indispensabile poter erogare servizi ‘continuous improved’ allineati a quanto richiesto dalla ISO 20000, generando efficienza che viene poi distribuita sui clienti finali creando un circolo virtuoso.

La visione di NetApp
Roberto Patano, Senior Manager Systems Engineering di NetApp Italia, commenta le tematiche evidenziate nel corso della tavola rotonda dedicata al tema cloud.

Roberto PatanoIl cloud, di fatto, non è solamente tecnologia bensì un approccio strategico al business, altrimenti è qualcosa di sterile. Inoltre non riguarda solo le grandi aziende ma anche quelle medio piccole così come la Pubblica Amministrazione. Nel corso del confronto sono emersi termini fondamentali quali prestazioni, affidabilità, disaster recovery, gestione, controllo. Da anni rispondiamo a queste necessità, dapprima attraverso le caratteristiche uniche delle nostre tecnologie, in seguito con la strategia che da tre anni ha preso il nome di ‘Data Fabric’, per cui, partendo dalla nostra soluzione abbiamo creato un ecosistema che semplificasse la movimentazione delle informazioni. Detto questo, per noi il futuro si chiama cloud ibrido con alcuni workload tenuti all’interno, altri portati fuori, altri con una co-location evoluta che possa fornire servizi di qualità, premettendo in generale di mantenere il controllo delle informazioni indipendentemente da dove risiedono fisicamente; che sia un proprio data center, una cloud privata, tramite hyper scaler o service provider locali. Al centro di tutto questo il cliente deve avere il controllo della nuvola, decidere quali workload destinare all’esterno e quali mantenere all’interno, con garanzia di flessibilità e agilità. Dal punto di vista tecnologico è importante tenere conto degli approcci ‘open’ visto che sono ormai molte le aziende che si affidano a soluzioni come Open Stack, Hadoop, e così via... NetApp sposa in pieno questo approccio con ONTAP, il software per la gestione dei dati che si declina in tre anime, tre modelli di deploy: come sistema operativo nelle nostre appliance storage, come software-defined Storage - utilizzabile anche su hardware commodity -, oppure all’interno dei servizi degli hyper scaler dove è possibile comprare risorse storage e personalizzarle. Il tutto in uno scenario in cui, anche grazie a funzioni di deduplica e compressione, si possono memorizzare molti più dati a parità di rack space occupato. È chiaro però che deve anche cambiare la cultura interna aziendale perché le tecnologie vanno conosciute; si tratta di capire che cosa si può ottenere da un’infrastruttura software defined comandabile dall’esterno per eseguire il delivery delle risorse e posizionare le attività dove meglio funzionano in quel preciso periodo. Ci sono per esempio realtà come Netflix che affidano i propri workload all’esterno per poi decidere successivamente se vale la pena creare un proprio data center dedicato. In tal senso il cloud diventa fattore abilitante del business. Difficile che si possa arrivare a un revenue sharing con i provider, anche se attraverso una formula finanziaria definita On Demand Advantage NetApp propone già una cosa simile. A fronte di un acquisto possiamo fornire capacità storage aggiuntiva gratuita che il cliente paga solo se questa capacità viene utilizzata oltre un certo livello durante il periodo contrattuale. In questo caso aggiungiamo ulteriore capacità, sempre gratuitamente, da utilizzare con la stessa logica. Abbiamo casi di clienti anche italiani che ci hanno scelti proprio per la possibilità di scalare in maniera orizzontale e ammortizzare l’investimento per crescere nell’arco temporale. NetApp non è un competitor, ma un partner tecnologico per un service provider: non è la nostra mission quella di andare in competizione con i clienti e creare un data center per offrire servizi come quelli dei service provider; non è nei piani aziendali. Al contrario collaboriamo con oltre 400 service provider in tutto il mondo per fornire loro le soluzioni più adatte al loro business. Credo sia infine difficile che arriveremo ad avere dei vendor dedicati ai provider, ma invece è già una realtà la collaborazione in termini di ricerca e sviluppo.

 

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