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13/12/2017

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di Ruggero Vota

Cloud: crescita, paradossi e criticità del mercato

Il cloud in Italia si sta diffondendo in realtà di ogni dimensione e settore, ma a fronte dei benefici riscontrati sono diversi gli elementi da tenere sotto controllo perché tutto funzioni secondo le aspettative.

Cloud computing - © iStock - vladru
Il cloud computing in Italia è una realtà in continua crescita che alla fine del 2017 si confermerà come elemento fondamentale di innovazione del nostro mercato digitale. Sono tanti i fattori che oggi portano ad affermare che il nuovo modello ‘as a service’ di fruizione delle risorse IT si sta radicando nelle aziende italiane, e che si posizionerà sempre di più come una nuova realtà nelle infrastrutture aziendali. Non è un fenomeno passeggero e, anche se non tutto è ancora maturo e stabile, possiamo dire che il cloud computing è ormai uscito, anche in Italia, dalla prima fase di sperimentazione delle imprese.

Così è cresciuto il mercato cloud italiano
I numeri relativi al mercato italiano dei servizi cloud pubblicati da Assinform nel recente Rapporto ‘Il Digitale in Italia 2017’ realizzato attraverso le ricerche di NetConsulting cube e NextValue, parlano chiaro. Prima di esaminarli si ricorda che da sempre il Rapporto Assinform riporta i dati degli andamenti dei diversi settori del mercato digitale italiano relativi all’anno precedente, in questo caso il 2016, mettendoli in relazione con gli andamenti del passato. Il Rapporto, rilasciato in estate, indica un valore complessivo per il mercato italiano dei servizi cloud del 2016 pari a 1,82 miliardi di euro che risulta in crescita del 21,5% rispetto al 2015, quando il suo valore era di 1,498 miliardi di euro, che a sua volta registrava un +25,9% rispetto all’anno precedente (1,19 miliardi di euro valore 2014). Questi tassi di crescita ci dicono che se nel 2017 verrà mantenuta la tendenza a una crescita un po’ superiore al 20%, il mercato dei servizi cloud in Italia di quest’anno supererà abbondantemente i 2 miliardi di euro. A completezza dell’informazione rimane da dire che la diminuzione della crescita registrata tra il 2016 e il 2015 rispetto al periodo precedente viene spiegata dagli analisti di NetConsulting cube da una discontinuità registrata sul fronte dell’offerta Iaas nel corso del 2016. Questa è stata causata da una crescita rallentata dei servizi di data center, frenati dalla lentezza nella creazione di nuovi centri, che ha costretto molti operatori a posticipare l’attivazione di contratti di servizi cloud già conclusi. La ripartizione del mercato cloud 2016 per tipologia di servizi evidenzia ancora un’incidenza predominante della componente Infrastructure as a Service (52,3%), scelti dalle aziende per i vantaggi in termini di scalabilità e di ottimizzazione dei costi.
In forte crescita i servizi di Software as a Service, che nel 2016 hanno rappresentato il 43,2% del mercato, guidati soprattutto dalla migrazione su ambienti cloud sia dei sistemi di posta elettronica e di collaboration che di alcune soluzioni middleware soprattutto in ambito sicurezza, IT management e Application Portfolio Management. Molto rari invece i casi di applicazioni mission critical migrate su architetture cloud. I servizi di Platform as a Service rappresentano invece una quota residuale del 4,5%, ma sono comunque in crescita.
Infine, secondo gli analisti di NetConsulting cube, mentre le grandi aziende nel 2016 sono state più concentrate nel dotarsi di infrastrutture in cloud con investimenti soprattutto dedicati ai temi dell’orchestration e del management dei servizi, le aziende piccole e medie si sono rivolte di più ai servizi SaaS, che ben si coniugano con le esigenze di flessibilità e contenimento degli investimenti iniziali.

I paradossi del cloud
L’edizione 2017 del Rapporto Assinform riporta anche i temi emersi dai cinque Focus Group organizzati e condotti da NextValue in collaborazione con CIONET Italia nei mesi di marzo e aprile 2017 che hanno riguardato i temi: cyber security, mobility, big data e analytics, Internet of things e naturalemente cloud. A ogni Focus Group ha quindi partecipato un numero variabile tra i quattro e i sei decisori IT di imprese o enti pubblici italiani top o di medie e grandi dimensioni. Si tratta quindi di un’analisi qualitativa che ha valore perché condotta su aziende che sono da considerarsi pioniere del cloud e che, grazie alla loro esperienza, possono dare indicazioni utili a chi si è mosso sul tema più di recente o lo sta facendo ora. Nel Focus Group dedicato al cloud sono emerse due ‘nuovi’ fenomeni che gli analisti di NextValue considerano dei veri e propri paradossi.

Il primo è relativo al fatto che conoscere bene e ‘prendere confidenza’ con il modello di pricing on demand è quanto mai indispensabile. Senza le dovute accortezze, infatti, il cloud può anche rivelarsi più costoso del modello on premise. A fronte di una realtà dei prezzi in calo, grazie alla concorrenza, bisogna però tener conto che più aumenta l’adozione di nuovi applicativi in cloud, più cresce l’esigenza di disporre di nuove ‘macchine’ e nuovi ambienti dove ospitarle e quindi anche i costi a esse correlate. In diversi casi si è quindi reso necessario inserire nuove figure, quando non ancora presenti, che svolgono un ruolo di controller e di cost manager per la gestione specifica dei servizi cloud.

Un secondo paradosso, questa volta ‘positivo’, riguarda invece il rischio di downtime. L’utilizzo dei servizi in cloud implica una drastica riduzione del livello di controllo su infrastrutture, dati e sistemi rispetto alla modalità on premise. Il rischio di downtime è sempre presente, ma non rappresenta una criticità insormontabile poiché, grazie al cloud il guasto o il disservizio sono una componente esternalizzata. Nel modello pay per use infatti un disservizio o una interruzione possono portare a risvolti positivi perché mette il fornitore del servizio cloud da un lato nella condizione ‘obbligatoria’ di risolvere il problema del cliente in tempi brevi e, dall’altro, di rifondere il cliente nel rispetto degli SLA definiti contrattualmente.

Attenzione ai costi del cloud pubblico
Parallelamente alla continua crescita della spesa IaaS a livello globale, Gartner ha osservato un notevole spostamento dei principali motivi di preoccupazione delle aziende, che dai temi della sicurezza e della compliance sono passati alla gestione operativa e all’ottimizzazione delle attività nel cloud. A conferma di quanto emerso anche nel Focus Group cloud di NextValue, non è semplice comprendere e controllare la spesa nelle soluzioni IaaS, soprattutto quando queste sono erogate da un cloud pubblico. Gli strumenti e i servizi disponibili per affrontare il problema sono numerosi, ma quasi sempre comportano un costo supplementare. Prima di affrontare questo investimento gli analisti di Gartner Craig Lowery e Gary Spivak in un recente documento rilasciato dalla società di ricerca – ‘Seven Steps to Reducing Public Cloud IaaS Expense’ - suggeriscono l’adozione di alcune best practice che possono risultare utili per tenere sotto controllo i costi; vediamole brevemente.

1. Strutturare e osservare un piano di tagging
Con il verbo inglese to tag (in italiano etichettare) in questo contesto si intende la prassi di associare alle risorse cloud parole chiave definite dall’utente, e applicate coerentemente, in modo da poterle rintracciare e identificare nell’intero ciclo di vita di un’architettura cloud. I tag sono cruciali sia per le attività di ricerca che per quelle di attribuzione, e diventano assolutamente fondamentali se successivamente si decide di adottare uno strumento di gestione della spesa per i servizi cloud. A ogni risorsa è possibile applicare più tag, in modo da poterla rintracciare in più aree di interesse. Il supporto per il tagging offerto dai fornitori di servizi cloud è pressoché universale, ma vi sono alcune differenze nel modo in cui il tagging di allocazione dei costi deve essere applicato per poter usufruire degli strumenti nativi di gestione della spesa.

2. Dimensionare correttamente le risorse
Lo scopo dell’ottimizzazione dei costi è ricavare il massimo valore per l’azienda da ogni unità di spesa. La politica di ridurre il più possibile i costi può portare a una grave penuria di risorse, creare vulnerabilità per la sicurezza e produrre un degrado generale delle prestazioni. Viceversa, la politica della ‘sovrabbondanza’ (in cui si allocano anticipatamente risorse superiori alle necessità in previsione di situazioni improbabili di forte carico) è una vecchia abitudine che non trova giustificazione nel cloud e che determina una spesa non necessaria. Entrambi questi approcci sono errori commessi con una certa frequenza nelle prime fasi di adozione del cloud, erroneamente attribuiti al modello cloud in sé.

3. Scegliere un modello di prezzo appropriato
In linea di principio, il cloud utilizza un modello di costo ‘a consumo’, in cui la capacità viene usata ‘on demand’ e non è richiesta una pianificazione anticipata. Questo è il modello ottimale per chi desidera la massima agilità operativa, ma in genere comporta un costo considerevole. Esistono varie possibilità per introdurre una maggiore prevedibilità nel modello di spesa ricorrendo a modelli tariffari incentivanti abbinati a una pianificazione delle capacità. Tutti i principali cloud provider pubblici offrono un modello di prezzo che incoraggia un consumo superiore. Tuttavia, queste offerte sono radicalmente diverse nell’implementazione, perché richiedono approcci differenti alla pianificazione delle capacità e, di conseguenza, alla gestione della spesa. L’analisi del piano tariffario dei diversi provider che si sono messi in gioco è quindi uno snodo fondamentale per essere consapevoli a cosa ci si potrà aspettare quando si compirà una scelta rispetto a un’altra. L’uso corretto del piano tariffario selezionato, e l’utilizzo delle offerte incentivate, può portare ai risparmi attesi, mentre non pianificare la tipologia di spesa per attività che vanno oltre l’ordinario può generare anche considerevoli aumenti della spesa. Saper utilizzare bene i tool gratuiti messi a disposizione da ogni fornitore è indispensabile, così come è importante rivedere periodicamente la propria implementazione cloud tenendo conto delle variazioni intercorse e delle nuove fasce di prezzi definiti dal fornitore.

4. Monitorare e limitare l’uscita dei dati
Tutte le uscite di dati dovrebbero essere monitorate per determinarne la necessità. In genere, i fornitori di servizi cloud non addebitano alcun costo per il trasferimento dei dati verso il loro cloud, ma prevedono invece un costo per la loro trasmissione all’esterno.

5. Verificare le risorse realmente attive
È essenziale rivedere periodicamente le risorse attive per ogni account sul cloud ed eliminare quelle dimenticate o rimaste ‘orfane’. È facile perdere le tracce delle risorse create in un ambiente cloud pubblico, soprattutto quando il numero delle risorse gestite continua ad aumentare. È consigliabile, grazie alla disponibilità di strumenti automatici, eseguire scansioni su base settimanale, ma negli ambienti molto dinamici questa potrebbe essere giornaliera.

6. Modulare le risorse a utilizzo discontinuo
Molte risorse, in particolare le risorse di calcolo come le macchine virtuali usate per i desktop remoti o per le attività di testing e sviluppo, vengono usate in determinate fasce orarie, o periodi, e rimangono inattive per il resto del tempo. Ovviamente da parte degli utenti una politica di questo tipo non è generalmente accettata, poichè si aspettano che le operazioni in corso vengano mantenute ‘pronte’ fino al periodo di utilizzo successivo. Poiché la maggior parte dei servizi di calcolo basati su cloud pubblico hanno una natura virtuale, possono essere messi in pausa (più precisamente, è possibile salvare il loro stato e spegnere la macchina virtuale) quando non sono richiesti, in modo da ridurre i costi nei periodi di inattività. Questa forma di ‘parcheggio’ delle risorse non utilizzate può portare a risparmi significativi se viene applicata sistematicamente in grandi gruppi di server.

7. Usare gli strumenti gratuiti
I principali fornitori di servizi cloud pubblici offrono strumenti di base gratuiti, nativi per la rispettiva piattaforma, che alleviano il laborioso compito di monitorare e pianificare i consumi e i relativi costi. Per esempio, è possibile configurare una funzione di avviso via email che si attivi automaticamente al superamento di determinate soglie di spesa. L’impostazione di questi avvisi con valori significativi dovrà basarsi sui dati storici relativi alla spesa media dell’organizzazione. In mancanza di questi dati, si potranno utilizzare valori considerati ‘ragionevoli’ per evitare spiacevoli sorprese al ricevimento della fattura mensile.

 

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