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23/06/2016

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di Ruggero Vota

Business sostenibile: quando si governa il rischio

Il Gruppo Solvay da oltre 150 anni è un protagonista globale del mercato della chimica. In questa realtà il business guida l’IT che interviene in modo fondamentale in tutti gli ambiti aziendali svolgendo anche un ruolo di garanzia.

Non sono tante le imprese multinazionali che possono vantare una storia di ben 153 anni, soprattutto quando poi operano in un mercato che generalmente si tende a considerare ‘consolidato’, come quello del settore chimico, dove la ricerca del valore, come per altri settori, deve fare i conti con la continua trasformazione in ‘commodity’ dei prodotti. Per prosperare in questo scenario il Gruppo Solvay ha inglobato al suo interno un modello di innovazione particolarmente originale che oggi consente all’azienda una presenza a livello globale su un insieme articolato di mercati. In molti di questi il fattore sicurezza gioca un ruolo di vero e proprio ‘key business driver’ trovando nell’IT un abilitatore fondamentale. I motivi per conoscere da vicino questa primaria realtà industriale significativa anche per il nostro Paese sono molti e ce li siamo fatti raccontare da Marco Colatarci, Country Manager di Solvay in Italia.

Chi è oggi il Gruppo Solvay?
Siamo un’azienda multinazionale che tra i drivers principali della sua mission riconosce nell’elemento della ‘diversità’ un valore essenziale del suo modo di essere e di come operiamo e veniamo riconosciuti sul mercato. Le diversità di idee, di età, di culture, di genere sono per noi una ricchezza indispensabile e fondamentali per confrontarsi sempre di più con le tematiche e le complessità che il mondo sempre più globale ci sta ponendo. Siamo un’azienda multinazionale prima di tutto dal punto di vista culturale e abbiamo iniziato a sviluppare questa vocazione fin dai primi anni di attività. Nata in Belgio nel 1863, Solvay ha iniziato da subito a operare con clienti di altri Paesi; da sempre ha puntato sull’internazionalizzazione e ha aperto le prime attività produttive negli Stati Uniti a fine ‘800 e all’inizio del ‘900 in Russia, in Italia e in Francia. Il Gruppo Solvay è una realtà industriale del settore chimico importante a livello globale: 30.900 dipendenti in tutto il mondo e con un fatturato di 12,4 miliardi di euro a fine 2015, e opera con un modello esclusivamente business to business. L’Italia è un importante Paese per il Gruppo Solvay, rappresentiamo il 12,5% del fatturato 2015, ovvero 1,5 miliardi di euro, e siamo uno dei motori di crescita e di generazione di cashflow dell’azienda. Presenti nel nostro Paese dal 1912, siamo ben radicati sul territorio con dieci siti produttivi e oltre 2.280 persone. Solvay Italia è il primo gruppo chimico multinazionale straniero che opera in Italia, e siamo uno dei principali attori del settore dopo il Gruppo ENI. Solvay Italia è stata la prima società del nostro Paese a depositare brevetti europei secondo la nuova normativa comunitaria; solo l’anno scorso ne abbiamo depositati 70. 

Come si caratterizza il vostro operare in un mercato ‘consolidato’ come quello della chimica?
Naturalmente puntiamo a mantenere un risultato economico che consenta importanti investimenti, ma soprattutto una remunerazione costante degli azionisti: per questo motivo cerchiamo sempre di agire con lungimiranza ricercando sia il migliore risultato di business sia agendo con cambiamenti profondi nella nostra organizzazione per migliorare il modo con cui operiamo. Voglio sottolineare il fatto che nel 2015 a fronte di un fatturato di Gruppo sostanzialmente invariato a causa della crisi del comparto Oil&Gas, dove abbiamo molti clienti, dovuta alla caduta del prezzo del petrolio, abbiamo migliorato invece, e in modo particolarmente sostanziale, il nostro reddito operativo (Ebit). Non è un risultato che nasce dal caso, ma da un complesso di interventi di efficientamento su larga scala che il Gruppo ha avviato già da qualche anno in modo capillare in tutti i suoi ambiti, e che ha coinvolto il tema del risparmio energetico, l’ottimizzazione della produzione e dell’organizzazione e altro ancora, trovando nell’IT tutto il supporto necessario per portare avanti queste iniziative. Per quanto riguarda l’Italia posso dire che questo complesso di attività hanno generato importanti benefici per diverse decine di milioni di euro, e che tutto questo è stato compiuto mantenendo i livelli occupazionali. A livello sia generale sia locale, la crisi del petrolio dal punto di vista dei bilanci non ci ha toccato.

E per quanto riguarda il business?
Su questo fronte siamo da sempre impegnati a mantenerci sempre attivi sui mercati che portano valore e crescite importanti, mentre riusciamo sempre a uscire da quei business che o diventano troppo onerosi, o a un certo punto del loro ciclo di vita raggiungono lo stadio di ‘commodity’. In questi casi le operazioni di vendita di queste attività portano sempre molte risorse finanziarie fresche utili alle nostre ricerche nelle nuove aree a più alto potenziale. Uno dei nostri target aziendali più importanti è quello di mantenere un turn over del 30% con prodotti od applicazioni nuovi offerti al mercato ogni cinque anni.

Può farci un esempio di questo modo di operare?
Nella nostra storia ne possiamo annoverare moltissimi. Un esempio significativo è quando siamo usciti dalla farmaceutica, quindici anni fa, dove eravamo un attore importante. Siamo usciti perché consapevoli del fatto che non avevamo una taglia sufficiente per mantenere livelli adeguati di investimento nelle attività di ricerca e nelle innovazione necessarie. L’anno prima invece siamo usciti dal settore delle poliolefine: settore che si stava troppo ‘commoditizzando’ e necessitava di una maggior integrazione diretta nella catena degli approvigionamenti delle materie prime e la generazione del valore nel giro di qualche anno non sarebbe più stata la stessa. Entrambe queste operazioni sono state compiute valorizzando gli asset in modo significativo, cosa che ci ha consentito di disporre di risorse importanti per i nuovi segmenti di business. Tra questi mi piace citare Solvay Speciality Polymers, il cui head quarter mondiale è assieme alla sede principale di Solvay Italia qui a Bollate, dove questa realtà ha il suo più importante centro di ricerca mondiale. In questo centro lavorano oltre 250 ricercatori che arrivano da tutto il mondo e rappresenta un’eccellenza italiana di cui andiamo orgogliosi. Un altro esempio di un nuovo business è il recentissimo ingresso nel mercato dell’industria aeronautica che ha visto l’acquisizione da parte di Solvay dell’americana Cytec conclusasi a fine 2015. In questo importante comparto le materie plastiche altamente specializzate possono dare un contributo importante su tutto il tema della riduzione del peso degli aeromobili e dell’alta resilienza dei materiali. Un mercato potenziale enorme.

Cosa significa per Solvay fare innovazione?
Il nostro fondatore Ernest Solvay nel 1863 partì già con un’idea di innovazione mettendo a punto una tecnologia che rivoluzionava il modo di produrre la soda adottando dei metodi alternativi che già allora si connotavano come più sostenibili dal punto di vista ambientale, come si dice oggi, dei metodi tradizionali utilizzati in precedenza. Nel DNA di Solvay innovazione e sostenibilità marciano insieme fin dalla nascita. Come detto Solvay ha messo in atto una strategia che prevede un continuo rinnovamento nella sua offerta di prodotti e una continua ricerca di nuovi mercati ad altissima crescita. Questo lo facciamo perseguendo due obiettivi: identificando nuove molecole applicabili in ambiti che possono rivelarsi poi interessanti mercati, ma anche cercando di applicare le molecole già esistenti, con opportune ‘personalizzazioni’, a nuovi ambiti che fino al giorno prima non erano stati immaginati. Si pensi a un prodotto come il Bicarbonato di Sodio. Oggi questo prodotto da banco nato per la salute e l’igiene delle persone ha molteplici applicazioni: dall’allevamento alla tutela dell’ambiente e in diversi altri settori. Questa sua estesa applicabilità per Solvay rappresenta tutt’ora un valore importante. Fare innovazione significa quindi fare molta ricerca, Investiamo risorse finanziarie significative e puntiamo sullo sviluppo del capitale umano. Non solo nella ricerca di base e non solo nella ricerca applicata. Si tenga conto del fatto che sviluppiamo in casa tutta la tecnologia necessaria alle nostre produzioni e questo know how non viene mai ceduto a terzi e risulta per il nostro sistema una forte barriera all’entrata. Quando apriamo un nuovo business, quindi investiamo molto anche nel ricondizionamento dei siti produttivi coinvolti, mettendo in campo tecnologie specifiche che abbiamo sviluppato ad hoc per le nuove produzioni.

Ci può dare una dimensione dei vostri investimenti in ricerca e sviluppo?
Per certe linee di prodotto investiamo fino al 6% del turn over, avvicinandoci ai benchmark della farmaceutica. Per un’industria che opera nella chimica, seppur ad alta specializzazione, è un dato non irrilevante. E anche la protezione di questo amplio complesso di conoscenze interne è quindi un punto strategico e rappresenta un importante investimento per Solvay.

Quali sono le esigenze e le criticità del vostro mercato di riferimento?
Da quasi dieci anni siamo un’azienda nella quale i ricavi nelle tre macroaree mondiali – Americhe, Europa e Asia – quasi si equivalgono. Questo significa per SolSolvay essere veramente un operatore globale che è una cosa ben diversa dall’essere, come eravamo prima, una multinazionale mondiale che manteneva però ancora la prevalenza del suo core business sul mercato europeo. La crescita del business verso il nuovo modello, guidata con opportune strategie di M&A, ci ha portato a un nuovo livello di interlocuzione con la maggior parte dei nostri clienti, che oltre a essere globali, sono tutti generalmente più grandi di noi. Un operatore diventa globale, o meglio si può dire globale, quando è in grado di supportare con le stesse modalità, qualità e livelli di servizio il suo cliente globale in qualsiasi parte del mondo questo chieda di essere seguito. In questo scenario il nostro mercato da tempo esprime con forza la necessità che si sviluppino sempre di più le partnership ‘cliente-fornitore’. Dobbiamo quindi avere un atteggiamento propositivo con il cliente e il nostro approccio non può che essere collaborativo. Ne consegue che una criticità del nostro business è quindi molto spesso il tempo di risposta alle richieste dei clienti: le soluzioni ai problemi che ci pongono devono essere messe in atto con velocità e dal canto nostro, per poter rispondere in tempi stretti, dobbiamo avere un’organizzazione snella. Siamo quindi sempre focalizzati sull’ottimizzazione di tutti i processi di supply chain e di demanding; ma siamo anche impegnati nel trovare soluzioni tecniche, di ricerca e di assistenza, che vanno condivise con il cliente per poi poterle realmente concretizzare. Quando riusciamo a essere anche più veloci dei nostri competitor vinciamo.

In che aree avete sviluppato questo modello e come riuscite a supportare i clienti ‘partner’?
Abbiamo attive importanti partnership di questo tipo con tanti clienti nei settori più diversificati – dall’agrofarma ai mobile device, all’health care, al food, all’industria elettronica, automobilistica, areonautica e a molti altri - che in molti casi fanno riferimento a brand conosciuti da miliardi di persone. In questo contesto tutta l’azienda non può che essere globale e agire con logiche globali, non è un caso quindi che per quanto riguarda la produzione di Solvay in Italia, molte delle nostre linee di prodotto vengono principalmente esportate in tutto il mondo con tassi anche del 90%. In un sistema così interconnesso, con tante variabili e con particolari esigenze di velocità, il governo del rischio è uno dei punti fondamentali che teniamo particolarmente sotto controllo. Per questo necessitiamo di un sistema di difese estremamente elevato. Sia per motivi di confidenzialità che abbiamo con i nostri partner sia perché in molti mercati il risk management è il vero key driver del business.

Come si rapporta l’IT di Solvay in una realtà così articolata e complessa?
Il tema è seguito da una dipartimento IT internazionale il cui modello operativo è centrato sul business, in quanto driver di tutte le attività di progettazione e di supporto. Da tanti anni quindi il budget dell’IT è nelle mani del business. È il business che decide l’entità degli investimenti da fare e definisce le priorità, avvalendosi naturalmente del supporto di competenze e di tecnologie assicurate dall’IT interna. Il management dell’IT interviene nella fase di valutazione degli investimenti, indicandone peculiarità, opportunità, rischi che possono esserci dietro a certe scelte. L’IT quindi è oggi parte integrante di Solvay Business Services, una entità corporate che raggruppa i principali servizi trasversali alle varie global business unit, e opera oggi in particolare in quattro aree principali: le infrastrutture, le applicazioni, l’informatica industriale e la digital collaboration, ultima arrivata, il cui compito principale è quello di guidare e di preparare il Gruppo all’evoluzione digitale già in atto e che ci accompagnerà sempre più nei prossimi anni.

Cosa chiede oggi Solvay alla sua struttura IT?
Il contributo del dipartimento IT ai nostri progetti futuri continuerà a essere importante su più fronti, e in particolare dovrà assicurare: la capacità di progettare e costruire servizi globali allineati alle frequenti riorganizzazioni, assicurandone una piena consistenza con le aree funzionali e i processi di business; la continua revisione, standardizzazione, e accorpamento sinergico delle architetture e delle infrastrutture world wide senza perdere di vista l’importanza del supporto al business sia a livello globale che regionale; la rinnovata competenza per aiutare il Gruppo ad acquisire una adeguata mentalità digitale, capace di cogliere e valutare nuove opportunità tecnologiche; e infine, ma non meno importante, la formazione continua della comunità Solvay per l’uso adeguato degli strumenti informatici, ed in particolare di quelli evoluti per la collaboration. La nostra IT deve essere poi sempre pronta a seguire la dinamicità di un’azienda come Solvay che opera frequentemente con operazioni di M&A; deve rispondere con grande reattività al cambiamento, cosi come sta facendo in questo momento per l’importante acquisizione di Cytec, una realtà di quasi 5.000 persone e con un portafoglio di prodotti , clienti e mercati che rientrano nelle strategie del Gruppo. Parallelamente l’IT sta accompagnando l’uscita definitiva di Solvay dal business del PVC che passerà interamente a Ineos dopo aver messo in campo una joint-venture transitoria che si concluderà prossimamente.

Quali sono i progetti di innovazione sui quali sta lavorando oggi la vostra IT?
Nel medio periodo deve preparare il Gruppo ad affrontare le opportunità delle nuove tecnologie digitali che ci permetteranno di definire nuovi modelli, prodotti e servizi. Questo potrà avvenire grazie alla capacità di elaborare con intelligenza, e in tempo reale, i big data, questo enorme volume di informazioni e di dati provenienti soprattutto dai social e dall’Internet of Things. L’IT si sta quindi preparando a mettere in campo nuove architetture e infrastrutture con accresciute capacità di calcolo per gli analytics, capaci di integrare il social, il cloud, la mobility, la security, ed affiancandosi all’ICS (industrial control system, ndr) degli ambienti di produzione per permetterci una progressiva e appropriata evoluzione verso l’Industry 4.0. Il tutto, senza evidentemente nascondere qualche preoccupazione aggiuntiva per le inevitabili nuove minacce cyber da cui dovremo saperci puntualmente difendere. In questo senso stiamo operando con una strategia corporate molto puntuale e concreta che oggi progetta i possibili scenari tecnologici futuri nei quali ci troveremo a operare, ma che, quando questi saranno reali, ci deve dare la capacità di muoverci con flessibilità e velocità. Si tenga presente che il tema del ‘cyber risk’ già da tempo è considerato uno dei rischi da assoggettare alla corporate governance aziendale, e tutti gli anni un capitolo del nostro report annuale è dedicato a questo tema. Abbiamo già alcuni progetti cloud consolidati per il messaging e la collaboration, progetti di business intelligence evoluti, mentre per la mobility a breve partiremo con l’adozione del Byod (bring your own device). Su questo fronte è stata sviluppata una app aziendale pensata per tutti i colleghi che viaggiano e che per qualsiasi necessità può dare assistenza remota al viaggiatore in difficoltà; sono stati poi adottati nuovi strumenti di sicurezza e stiamo sviluppando la gestione documentale.

Secondo lei l’investimento in sicurezza e per il contrasto del cyber crime è solo una spesa inevitabile e necessaria o produce anche dei ritorni sul business?
A mio avviso non sarà più possibile pensare di fare business credibile senza aver adeguatamente investito in cyber security, in quanto già oggi, ma sempre di più nei prossimi anni la reputazione aziendale dipenderà fortemente anche da questo fattore. I nostri stakeholder sono sempre più attenti a valutare questo aspetto che sta posizionandosi nella parte alta delle loro aspettative. In questo senso quindi l’investimento in cyber security rappresenta anche un ritorno sul business, ovvero dare evidenza degli investimenti concreti per contrastare la minaccia cyber significa rassicurare tutti, almeno in parte, ma soprattutto gli investitori, che grazie a queste iniziative si contribuisce alla sostenibilità del business.

Molte aziende prevedono nei prossimi due tre anni di aumentare molto la quota di fatturato che arriverà dalle attività digital. Avete qualche obiettivo e qualche progetto in questo ambito a cui può accennare?
La digitalizzazione dell’azienda è in corso e anche l’Italia sta dando il suo contributo a tutta la corporate. Anche se abbiamo un modello esclusivamente B2B stiamo attivando una piattaforma di e-commerce sulla quale lavoreremo con i nostri clienti in quella logica importante di partnership molto stretta a cui ho già accennato.

Cosa sarà Solvay nel 2020?
Mi fa piacere accennare al fatto che in Solvay a livello globale esiste un gruppo di lavoro, composto dal top management mondiale che sta già pensando a cosa sarà la Solvay dopo il 2025. Non è un’area di mia competenza e su questo non riesco a dire molto. Gli obiettivi sono quelli di continuare nella storia che abbiamo iniziato 153 anni fa. Lavoreremo sicuramente sempre di più sulla sostenibilità, seguiremo i mega trend in quei settori dove ci sono le migliori opportunità di sviluppo, mercato, necessità, e potenzialità di crescita. In queste aree quindi proseguirà la nostra politica di investimenti; così, come ho già spiegato, continueremo a concentrarci su quei business che riterremo più interessanti per il nostro continuo sviluppo. Tra cinque anni non venderemo più il 30% dei prodotti o delle applicazioni che vendiamo oggi. Sarà il mercato che governerà questo processo. Non posso ovviamente dire quali saranno i prodotti nuovi che venderemo tra cinque anni. Ci tengo a sottolineare che le esperienze innovative che abbiamo messo in campo negli ultimi anni, sono tutte attualmente attive, hanno confermato i nostri target, e tutte continueranno a essere portate avanti nei prossimi anni con le road map molto impegnative che abbiamo disegnato per ognuna di loro. Solvay cresce, diventa sempre più grande incorporando anche altre realtà che hanno culture differenti dalle nostre... E quindi ogni volta dobbiamo procedere con un processo di allineamento culturale e di standardizzazione non di poco conto; che naturalmente portiamo avanti ben sapendo che ogni innesto porta un arricchimento importante, e non solo di business. Per il 2020 abbiamo un’agenda piuttosto ambiziosa. Vogliamo dimezzare il numero di infortuni sul lavoro, che già oggi sono estremamente pochi, ma su questo punto non saremo mai abbastanza contenti e abbiamo target molto importanti; mentre vogliamo raddoppiare i rapporti con il territorio in termini di attività sociali. Invece entro il 2025 il Gruppo Solvay si è dato l’impegno di ridurre del 40% le emissioni di gas a effetto serra.

E per quanto riguarda l’Italia?
In Italia bisogna che ci siano le condizioni strutturali perché questo Paese riconosca finalmente di essere un importante Paese industrializzato del mondo. Questa è una grossa sfida, e bisognerebbe discuterne a lungo. Personalmente sono convinto che il nostro sia un sistema industriale sano, che ha al suo interno importanti competenze e punti di forza significativi. Il know how italiano sia scientifico sia per quanto riguarda la cultura industriale è importante, significativo e apprezzato nel mondo più di quello che possono credere molti italiani. Solvay da 104 anni partecipa alla realtà industriale del nostro Paese. Siamo ben radicati e abbiamo una filiera importante e ben strutturata; abbiamo una preparazione culturale notevole, e a Bollate abbiamo un centro di ricerca internazionale di primo livello, dove lavorano fianco a fianco ricercatori di tutto il mondo. La diversità come dicevo è un valore che anche qui in Italia ci impegneremo a sviluppare nei prossimi anni. Solvay in Italia sarà sempre una società ai vertici della chimica italiana, e continueremo a contare molto anche a livello di gruppo... Non è poi così vero che l’Italia non sia più presente in modo significativo nella chimica, la nostra realtà dimostra esattamente il contrario.

 

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