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15/10/2019

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Serena B. Ritondale
Serena B. Ritondale

Black Mirror 5: Il ritorno su Netflix della serie di Charlie Broker

Con le nuove puntate della quinta stagione siamo davanti a un intrattenimento di qualità , ma più rassicurante e superficiale rispetto al passato.

Pom Klementieff e Ludi Lin negli avatar virtuali di Karl e Danny in Striking Vipers
Dopo aver proposto un nuovo modo di gestire la narrazione filmica con Bandersnatch, l’interattiva puntata rilasciata lo scorso dicembre, Black Mirror torna sul piccolo schermo con tre nuove puntate: Striking Vipers, Smitheerens, e Rachel, Jack and Ashley Too. Sebbene il numero degli episodi abbia ricordato ai fan le prime due stagioni, quando il telefilm era distribuito da Channel 4 e aveva ancora tutta la sua carica esplosiva, le nuove puntate si distanziano quanto più possibile dall’origine della serie. “La migliore stagione di sempre” e “un telefilm che ormai non ha più nulla da dire” sono solo due dei pareri contrastanti che ha suscitato il rilascio della quinta stagione lo scorso 5 giugno su Netflix. 

Dalla realtà virtuale all’intelligenza artificiale
Il primo episodio, Striking Vipers, segue l’evoluzione del rapporto di amicizia di Danny (Anthony Mackie) e Karl (Abdul-Mateem), due amici che, dopo essersi persi di vista per qualche anno, si ritrovano grazie al rilascio della versione in realtà virtuale di Striking Vipers, un videogioco di combattimento con cui giocavano quasi ossessivamente agli albori del loro rapporto. La nuova versione permette ai giocatori di immergersi completamente nell’universo di gaming, scegliendo un avatar e provando tutte le sue sensazioni, dal dolore al piacere. Danny e Karl si ritrovano a interrogarsi sulla loro sessualità e sul concetto di tradimento quando i loro alter ego virtuali, un maschio e una femmina, cominceranno una relazione in VR. Smitheerens si focalizza sul rapimento da parte di Chris (Andrew Scott) di Jaden, un tirocinante del social media Smithereens. In cambio del rilascio del ragazzo, Chris pretende di poter parlare con CEO della società, Billy Bauer (Topher Grace). Rachel, Jack and Ashley Too segue due linee narrative: da una parte la vita della popstar Ashley O (Miley Cyrus), costretta dalla zia e manager a interpretare un personaggio che ormai le sta stretto per continuare ad avere il successo del pubblico, all’altra quella della sorelle Jack e Rachel. I due filoni sono destinati a unirsi quando a Rachel viene regalata Ashley Too, un’intelligenza artificiale in grado di riprodurre la personalità della cantante.

I tre episodi variano per atmosfera e tematiche affrontate, ma sono accumunate da alcune caratteristiche che rendono la quinta stagione separata dalle precedenti. Charlie Brooker e Annabel Jones, produttori esecutivi e sceneggiatori dello show, realizzano una stagione intima, focalizzata su storie personali dove la tecnologia si inserisce nella narrazione come elemento necessario allo sviluppo dei personaggi, come una presa di coscienza e alle stesso tempo come causa scatenante dell’azione. In questi episodi, non si ha più l’impressione di un futuro predetto, ma di un futuro che è già presente. Il mondo in cui si muovono i protagonisti è il nostro e forse proprio per questo è poco indagato. In passato, anche negli episodi più intimi, l’impressione era quella di trovarsi di fronte a una storia che raccontasse qualcosa di universale, o quantomeno condivisibile; che i personaggi con le loro storie individuali parlassero di noi, del rapporto tra la nostra umanità e l’uso della tecnologia. In Black Mirror 5, l’aspetto della collettività lascia spazio all’individualità delle storie, che assumono importanza per la specificità dei personaggi. 

Poca riflessione molto intrattenimento
Un’altra grande differenza tra questa stagione e le precedenti riguarda il modo in cui vengono portate avanti le storyline. Alla fine di ogni puntata, Black Mirror aveva abituato il suo pubblico a fissare lo ‘schermo nero’ da cui prende il nome la serie, lasciando gli spettatori con il cuore in tumulto e la mente piena di domande esistenziali. Lo show non offriva risposte e sicurezze, non proponeva morali. Analizzava la nostra società e le sue derive, facendo sì che ogni spettatore trovasse la risposta alla sua personale domanda. Striking Vipers, Smitheerens, e Rachel, Jack and Ashley Too lasciano poco alla riflessione nell’esposizione delle loro tematiche. Addirittura in Smitheerens, l’argomento principale fa la sua comparsa verso la fine dell’episodio e più che tema di riflessione è inserito come colpo di scena. La dipendenza da social media si mescola con la capacità di quest’ultimi di offrire a chi è interessato più informazioni su di noi e sul nostro background della polizia stessa. Per la prima volta, Black Mirror non lascia spazio a interpretazioni e attraverso il protagonista ci invita a risvegliarci, a usare consapevolmente questi strumenti di condivisione. 3,19 miliardi di persone sarebbero collegate ad almeno un social network e passerebbero in media 2 ore al giorno a navigare su di essi. Secondo uno studio dell’Osservatorio Nazionale Adolescenza, il 15% dei partecipanti tra gli 11 e 19 anni passerebbe più di 10 ore al giorno al telefono. Per l’azienda di telecomunicazioni AT&T, questa dipendenza non si fermerebbe neanche alla guida: il 90% dei conducenti ammette di guardare il proprio smartphone al volante, e il 50% degli intervistati confessa di accedere almeno a un social media durante la guida. Nonostante Smitheerens sia l’episodio più debole da un punto di vista dei contenuti, la puntata si regge grazia all’ottima interpretazione di Andrew Scott. È facile dimenticarsi di essere di fronte a un episodio di Black Mirror per rimanere stregati dalla sua performance e quello che rimane alla fine dei 70 minuti è solo la tristezza di essere di fronte a una tragica storia personale. 
La tecnologia è puro intrattenimento in Rachel, Jack and Ashley Too. L’idea di poter accedere alla mente umana durante il sonno per cogliere informazioni, la possibilità di ‘scaricare’ la personalità di un individuo per manipolarla e trasportarla in un’intelligenza artificiale è intrigante e porterebbe con sé riflessioni morali e legali interessanti soprattutto all’interno di un’economica capitalista che porterebbe alla commercializzazione di massa di tale prodotto. Durante la visione, però, è l’aspetto ludico a prevalere. Le ripercussioni sociali e culturali non vengono toccate a favore di una spettacolarizzazione che pur conquistando l’audience non riesce mai a scavare sotto la superficie. 

Sentimenti virtuali e ricadute nella realtà
Striking Vipers è forse l’episodio che più ricorda ai fan cosa li aveva fatti innamorare di Black Mirror. Guarda con occhio sincero, ma con tenerezza ai suoi personaggi che inaspettatamente si scontrano con la fluidità di genere che la virtualità può comportare. L’episodio è diretto non a caso da Owen Harris, che aveva curato anche la regia di altri due episodi molto intimi della serie: Be Right Back e San Junipero. Come Smitheerens e Rachel, Jack and Ashley Too, neanche Striking Vipers si addentra veramente nelle conseguenze sociali che la realtà virtuale può apportare, ma è l’episodio che più ci si avvicina. I personaggi si interrogano sulle ricadute nel mondo reale della loro nuova identità e della loro sessualità nel mondo online. Provare attrazione reciproca sulla piattaforma online ha implicazioni nella realtà? È possibile scindere completamente queste due dimensioni? L’aspetto visivo dell’attrazione, possibile solo attraverso la creazione di avatar, è più importante della mente che lo guida? La realtà virtuale può essere un modo fruttuoso per capire l’identità di genere? Esiste una connessione tra comportamento virtuale ed avatar? Sebbene la serie non risponda a queste domande, diversi studiosi ci hanno provato con risultati piuttosto differenti. Sebbene il cyberspazio ai suoi albori sia stato visto come l’esaltazione di un luogo senza corpi, sembrerebbe più corretto considerarlo come uno spazio in cui il corpo viene rielaborato in maniera fluida. L’apparenza estetica dell’avatar inciderebbe però sul comportamento dell’utente che lo guida. I ricercatori di Stanford Jim Blascovich, Jeremy Bailenson e Nick Yee hanno chiamato ‘Effetto Proteus’ questo fenomeno. Secondo i loro studi, pubblicati per la prima volta nel 2007, il comportamento degli utenti dipenderebbe dalla loro conoscenza degli stereotipi associati dagli altri utenti della community virtuale all’uso di quello specifico avatar. 

Black Mirror ha creato una sofisticata dipendenza alla formula che l’aveva resa celebre: quel mix di sensazioni contrastanti e pensieri disturbanti, quel pugno allo stomaco che lasciava il pubblico boccheggiante, alla ricerca di aria e di risposte. Con le tre nuove puntate si è trasformata in altro, in un intrattenimento pur sempre di classe, retto da ottime performance e cinematograficamente interessante, ma più rassicurante e superficiale. Merita comunque una visione, ma libera dalle aspettative affinché la serie non rimanga vittima del suo stesso successo. 

 

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