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23/01/2014

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Bello il cloud, ma come si convince il CEO?

Puntare sull'evidenza dei numeri ma anche su esempi concreti e benefici

Si parla da tempo di cloud, ma siamo molto lontani dall’aver sfruttato la tecnologia come si potrebbe. Dalle statistiche (vedi in fondo La propensione al cloud) vediamo i dati italiani e quelli esteri e si nota il consueto distacco, che conferma l’impressione. Perché questo accade? O i CIO non spingono o i CEO non approvano. Vedo il primo caso verificarsi solo in limitatissime circostanze, per esempio, un’azienda italiana che opera nella difesa ha tali problemi di sicurezza e di spionaggio industriale nelle gare d’appalto che avrà certamente bandito le parole cloud pubblico (magari gestito da un’azienda statunitense) dal proprio vocabolario. Il secondo caso, è quello più frequente e può essere provocato da diversi fattori. Certamente, in Italia la spesa per ICT sul fatturato è molto più bassa di quella europea, la taglia delle nostre aziende è mediamente inferiore, e la nostra predisposizione all’innovazione, specie nell’IT, pare che non brilli.
Se ci troviamo in questa situazione, raccomanderei le poche mosse che descrivo nel seguito, per migliorare le probabilità di successo.

 

Far bene di conto
La prima mossa da attuare è il conteggio della convenienza economica. Può sembrare riduttivo andare sempre a guardare il soldo, ma occorre essere realisti e mettersi nei panni di chi deve far tornare i conti, soprattutto in un periodo di crisi come quello attuale. Dove sta il break-even in un progetto cloud? Quanto costa svolgere il progetto? Quand’è il momento migliore? Oggi trovo tante aziende alle prese con il cambio di un diff‹uso server di posta elettronica, il momento più favorevole per andare sul cloud, ma spesso non tengono conto di tutte le voci di costo nelle loro scelte. Per esempio, in un nostro cliente, il risparmio sui costi energetici pesava il 7% sul totale costi di una
soluzione rispetto all’altra. Inoltre, i confronti sono sottili: se consideriamo i costi di storage tipici per un data center da poche decine di Terabyte, tra un cloud pubblico (0,45 €/Gb/anno), un hosting (5,00 €/Gb/anno) e un in-sourcing (13,00 €/Gb/anno) la scelta non è banale. In qualità di manager, abbiamo il dovere di porci questi problemi e di presentare all’azienda un conto completo prima di a‹rontare altri aspetti.

 

La tecnologia fa paura 

Una volta fatti girare i numeri, dobbiamo metterci in mente che la tecnologia fa paura praticamente a tutti. Agli utenti e agli amministratori delegati. Presentarsi a un consiglio di amministrazione e parlare di ‘cloud ibrido’, a meno che non lavoriate nella Silicon Valley, condanna alla bocciatura la vostra proposta. “Ma ingegnere, ha salvato i nostri file nella ‘nuvoletta’?” mi domandò una imprenditrice. In quel momento, ho capito che avevo fatto breccia: il cloud era un concetto maschile e tecnologico, la ‘nuvoletta’ era qualche cosa di più simpatico e tranquillizzante.
Non bisogna pensare che tutti siano ugualmente appassionati di tecnologia e abbiano familiarità con essa. Inoltre, la tecnologia non è fine a sé stessa ma al servizio del business. Dobbiamo fare lo sforzo di creare dei ‘casi d’uso’ per spiegare a che cosa serve il cloud. Scegliamo un’attività abituale e mostriamo come cambia con la nostra proposta; per esempio, facciamo vedere quanto tempo ci vuole per eff‹ettuare una ricerca in una casella email con valanghe di dati nel caso tradizionale (Imap) e nel caso in cloud. Spieghiamo come si potrebbe risolvere un problema che abbiamo da sempre. Per preparare tutto questo, dobbiamo avere una metodica nell’osservare il modo di lavorare dei colleghi, conoscendo alla perfezione le possibilità della tecnologia.


Il rilascio della soluzione
Se abbiamo fatto bene i conti (che mostrano un risparmio economico) e abbiamo trovato i problemi che ci vengono risolti, il primo passo verso il cloud verosimilmente sarà compiuto. Ma il lavoro non è finito; occorre che tutto vada bene, innanzitutto, per evitare la crisi di rigetto e, in secondo luogo, per poter proseguire con una seconda proposta, forti della reputazione costruita con il primo successo. Questo ulteriore passo può essere e‹ffettuato in due modi. Quello classico consiste nel definire un piano di rollout che, tipicamente, vede la partenza scaglionata per singoli dipartimenti: prima l’amministrazione, poi gli u¢ci tecnici e via via gli altri. Ma c’è anche una modalità che alle volte può dare maggiori soddisfazioni e che parte dall’inclinazione al cambiamento da parte degli utenti. Sappiamo che la diff‹usione delle innovazioni inizia dagli ‘innovatori’ fino ad arrivare con gradualità ai ‘laggard’ (letteralmente pigri o ritardatari). Se in tutte le organizzazioni c’è un 3% di colleghi che domandano di cambiare, perché dovremmo trattarli come il 16% che preferirebbe cavarsi un dente piuttosto che modificare alcunché? Certo, si tratta di una modalità di diff‹usione del cambiamento che implica un po’ più di pianificazione, ma siamo sicuri che sia sempre infattibile o eccessivamente complessa? Il suggerimento è quello di provarci.


Conclusioni
A parte questioni specifiche che sconsigliano il cloud, in generale, i suoi benefici sono molteplici. Per esempio, l’economicità: per definizione il cloud, soprattutto se pubblico, sarà sempre più conveniente rispetto a una soluzione implementata e gestita in casa. Se tale economicità non si manifesta, o una parte importante di costi/benefici non è stata presa in considerazione o... la negoziazione con il fornitore non è stata delle migliori. Un secondo fattore su cui puntare è la maggiore collaborazione tra i colleghi, che è frequentemente un eff‹etto collaterale degli strumenti cloud: nel nostro mondo sempre più connesso, sempre più basato sul concetto di ‘crowd’ (folla in inglese), disporre
di strumenti che favoriscano il lavorare insieme è fondamentale. Quindi, se anche voi la pensate così sul cloud, considerate la strategia di persuasione qui rappresentata, in modo da evitare il naufragio di una splendida iniziativa, che potrebbe avere il ‘solo’ demerito di mostrarsi troppo tecnologica e poco vicina alle ‘persone normali’. 

 

La propensione al cloud

Si trovano numerosissimi dati di mercato sul cloud. Qui ci limitiamo a citare alcuni dati (fonte Politecnico di Milano) che parlano di una crescita dell’11% per il valore del mercato delle soluzioni cloud in Italia (2013 rispetto al 2012). Nelle dichiarazioni delle aziende, la 

situazione è piuttosto allineata tra le grandi e le PMI, in termini di propensione di crescita.

Numero di imprese con crescite di spesa


Grandi aziende 13% (ICT) 54% (cloud)

PMI 16% (ICT) 40% (cloud)


Tuttavia, la dimensione del cloud in Italia è molto limitata e con un divario di crescita di ben otto punti percentuali inferiore a quella dei Paesi sviluppati e ancor maggiore rispetto ai Paesi emergenti (Bric, ma anche Turchia, Messico, Argentina, Indonesia). 

 

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