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28/03/2014

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Cloud computing: Avere sempre le 'mani libere'

Completezza funzionale, flessibilità e apertura, intesa nel senso del termine anglosassone di openness, sono le esigenze che esprime oggi il mercato e che guidano quindi le strategie di sviluppo di Red Hat

“Qualsiasi scelta sia stata fatta in passato a proposito di soluzioni di virtualizzazione riferibili a qualsiasi player, adottate all’interno del proprio ambiente IT, oggi le aziende che guardano al cloud computing non devono sentirsi vincolate, ma possono affrontare oggi con piena libertà la selezione della tecnologia migliore che determinerà negli anni futuri il successo o meno della propria iniziativa cloud”. E’ questo il forte messaggio che lancia Gianni Anguilletti, country manager di Red Hat Italia, in occasione del lancio di due importanti novità: Red Hat Cloud Infrastructure, ora arrivata alla release 4.0, e Red Hat Enterprise Virtualization 3.3. Due elementi fondativi che abilitano un cloud che Red Hat vuole caratterizzare come veramente aperto, flessibile e completo dal punto di vista delle funzionalità. Proprio ad Anguilletti abbiamo rivolto alcune domande per approfondire queste novità e tracciare lo scenario odierno del cloud computing in Italia.


Quali sono le esigenze che oggi emergono sul mercato italiano in relazione ai temi cloud e virtualizzazione?
Oggi le dinamiche del mercato a mio avviso sono abbastanza chiare e sono dinamiche che stanno in buona parte guidando le strategie di sviluppo di Red Hat. Le esigenze delle aziende oggi si muovono sostanzialmente su tre direttrici: completezza funzionale, flessibilità e apertura, intesa nel senso del termine anglosassone, di openness. Per quanto riguarda la completezza funzionale la richiesta è quella di poter contare su applicazioni, soluzioni e tecnologie che consentano a qualsiasi realtà di andare ad arricchire quegli ambiti che in termini di virtualizzazione sono stati concepiti e realizzati qualche tempo fa. Allo stesso modo anche le aziende che hanno già intrapreso un percorso verso il cloud, oggi possono implementare funzionalità più sofisticate come il ‘charge back’ o l’orchestration di un ambiente dove sono stati integrati hypervisor eterogenei.


In che modo si declinano invece i concetti di flessibilità e di apertura?
Le aziende oggi cercano di assicurarsi che un certo tipo di scelte non porti poi a precludere strade che in futuro potrebbero risultare utili imboccare per rispondere a nuove esigenze. L’aspetto critico di oggi è che molte realtà sono solo all’inizio di questo percorso ed è perciò importante che al loro interno cresca questa consapevolezza. La flessibilità significa quindi che oggi una qualsiasi applicazione nata in un qualsiasi ambiente possa essere messa in esercizio in un qualsiasi altro ambiente. Le aziende vogliono avere la possibilità di muovere i loro software, magari nati in un’architettura bare-metal, in tutti gli altri ambienti, compresi ovviamente quelli cloud. La terza esigenza, quella dell’apertura, significa non legarsi mani e piedi a una determinata tecnologia, cosa oggi a rischio quando si sposano le logiche del cloud con un’adesione totale al modello tecnologico di un vendor. A mio avviso questa è una contraddizione che preclude molte delle potenzialità che invece può esprimere un cloud veramente libero di scegliere risorse e servizi secondo le convenienze aziendali contingenti. Tornando anche al concetto di completezza, lo sforzo da mettere in campo semmai è quello di fare in modo, proprio grazie all’apertura, di migliorare, integrare e fare leva sugli investimenti preesistenti o futuri. Su ognuno dei tre fronti citati, Red Hat è in gioco da tempo.

 

Come i due nuovi annunci di Red Hat vanno incontro a queste esigenze?
Partendo dall’annuncio di Red Hat Cloud Infrastructure, ritengo che questa soluzione abbia tutti i presupposti per cambiare le regole del gioco proprio rispetto alle tre esigenze descritte. Prima di tutto, con le sue componenti è in grado di offrire al cliente la necessaria completezza funzionale per farlo evolvere verso un’architettura cloud pienamente operativa. Mi riferisco per esempio alla funzione di chargeback, per capire chi sta utilizzando una determinata risorsa presente nel cloud, e quindi attribuire i costi sulla base del reale utilizzo della stessa. Oppure implementare il capacity planning, per capire se l’ambiente cloud sta resistendo bene a determinati picchi di carico oppure se ci sono sovradimensionamenti che è meglio ridurre, o se in futuro si rischia di andare incontro a delle ‘crisi di ossigeno’. In secondo luogo, la nostra piattaforma dimostra una piena flessibilità poiché consente di governare le applicazioni messe in esercizio in maniera trasparente in ogni altro tipo di ambiente diverso da quello nativo. Un altro aspetto che rafforza il concetto di flessibilità è l’integrazione nella nostra soluzione di molte tecnologie oggi potenzialmente interessanti per il passaggio al cloud, prima tra tutte il sistema di virtualizzazione OpenStack.

 

Per quanto riguarda invece la virtualizzazione?
La 3.3 di Red Hat Enterprise Virtualization, che è il mattone fondamentale di Red Hat Cloud Infrastructure, conferma una strategia che permette ai clienti di disporre di un’alternativa a tecnologie consolidate, con una copertura funzionale sicuramente interessante e rispondente alle esigenze della maggior parte delle esigenze attuali, ma con una sostenibilità economica più efficace rispetto alle stesse tecnologie consolidate. Tutte le novità vanno nella direzione di potenziare la portabilità delle applicazioni in ambienti cloud eterogenei.

 

Nell’ottica del cloud ibrido, come pensate di diffondere il progetto OpenStack presso i fornitori di servizi cloud pubblici dotati di data center propri? Avete già dei clienti tra questi operatori?
Il cloud provider è un tassello fondamentale per attenuare quel rischio a cui accennavo prima al quale vanno incontro le aziende che si avvicinano al cloud ibrido e pubblico. A nostro avviso è quindi importante che dalla competizione tra questi operatori emerga il valore di un’offerta di servizi allineata con i requisiti che garantiscono un utilizzo delle sue risorse da parte dei clienti anche in ambiti mission e business critical. Per quanto riguarda OpenStack da una parte ci stiamo muovendo pesantemente sul fronte dello sviluppo, e vorrei sottolineare anche il fatto che Red Hat è diventata in poco tempo il primo contributore in termini di software sviluppato su questo progetto nella release Havana. Dall’altra rendiamo queste tecnologie affidabili e ottimizzabili in sicurezza negli ambiti più sofisticati. Questo implica attività di ingegnerizzazione, di certificazione hardware piuttosto che software e rilascio di tutta una serie di servizi al contorno in termini di manutenzione, di bug fixing, senza dimenticare l’impegno a mantenere viva sul mercato una certa versione per un certo periodo. È questo, secondo noi, l’approccio vincente anche nei confronti dei cloud provider. Tra questi, gli operatori italiani con cui abbiamo trattative aperte sono diversi, ma possiamo sicuramente citare Cedacri come uno dei clienti che ha trovato nel nostro approccio tutte le risposte alle sue esigenze.

 

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