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17/10/2012

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Aruba, partner per il cloud computing a 360 gradi

L’azienda si appresta a mettere a frutto un primo positivo bilancio. I prossimi step

 

 

È Stefano Sordi, nuovo direttore marketing di Aruba, che ci spiega la scelta di entrare nel mondo del cloud computing da parte del più grande provider di servizi di web hosting in Italia, sottolineando le attente analisi e l’intenso sviluppo che hanno preceduto questo lancio e mirando ad andare incontro alle reali esigenze di un mercato particolare come quello italiano, che spesso soffre di un certo “gap tecnologico” rispetto agli altri Paesi.
 

Aruba mostra come il Cloud stia dando la possibilità all’Italia di colmare questo divario, semplificando la vita delle imprese, in particolare delle PMI e consentendo loro di gestire un’infrastruttura IT con estrema facilità, personalizzando e localizzando la propria offerta a seconda delle loro specifiche esigenze. Da qui nasce una vision: il cloud come principale scommessa dei prossimi 10-15 anni e, magari, anche come motore per il rilancio di un’economia in crisi.

 

 

Ci racconta a grandi linee come si compone l’offerta di Aruba in ambito Cloud?
 

 

La nostra offerta nasce, innanzitutto, dall’idea che il cloud stia diventando uno dei maggiori trend tecnologici sul mercato italiano. Si tratta di una tecnologia affermata e conosciuta dal punto di vista dello storage, ma la nostra vera scommessa è quella di arricchire e personalizzare l’offerta cloud con ogni strumento in nostro possesso, consentendo all’azienda cliente di ottenere prestazioni elevate e scalabilità in base a quello che è il business del momento. Soprattutto oggi, in tempo di crisi, il cloud rappresenta un vantaggio enorme per le piccole e medie imprese che altrimenti potrebbero con difficoltà accedere ad infrastrutture molto grandi.
 

L’attuale offerta di cloud computing è di tipo IaaS (Infrastructure as a Service) consta di un servizio in cui le risorse vengono utilizzate su richiesta, con tariffazione oraria di tutti i componenti (CPU, RAM, spazio disco), zero costi di start-up, massima trasparenza e facilità di progettazione. Ma Aruba si vuole differenziare e per farlo sta investendo molto in ricerca e sviluppo e sta stringendo partnership strategiche per offrire ai propri clienti tutta una gamma di ulteriori servizi in modalità SaaS (Software as a Service).

 

 

Oltre alla varietà di servizi che intendete offrire, cos’altro vi differenzia da altri player in ambito cloud?
 

 

Aruba offre, a differenza di molti altri, la possibilità di creare i propri cloud server su due hypervisor che sono nella fattispecie VMWare e Hyper-V. In tal modo, è possibile soddisfare le esigenze di diverse tipologie di clienti, indipendentemente dal tipo di virtualizzatore che essi preferiscono. In genere si tende a sviluppare ambienti cloud solo per l’uno o per l’altro sistema, ma si finisce automaticamente per precludere una fetta consistente di mercato.

 

Questa versatilità della nostra offerta ci permette, invece, di raggiungere potenzialmente il 90% della domanda.

 

Inoltre, Aruba offre il servizio anche attraverso l’esposizione delle API della piattaforma. Ciò consente di interagire completamente con l’infrastruttura cloud, dando la possibilità al cliente di creare un proprio pannello di controllo.

 

 

Possiamo dire dunque che la personalizzazione è il vostro marchio distintivo?
 

 

Certo, puntiamo moltissimo sulla personalizzazione e cerchiamo di raggiungere il nostro obiettivo non solo collocandoci verticalmente, attraverso un’evoluzione della nostra offerta in termini di infrastruttura, piattaforma e servizi ma mirando anche ad una crescita orizzontale, attraverso la scelta tra public cloud, private cloud ed hybrid cloud.
 

In dettaglio, la public cloud è quella che offriamo oggi attraverso il sito Cloud.it, in cui si acquista un servizio che permette di caricare su cloud server i propri dati, che confluiscono in un’infrastruttura pubblica per l’appunto. Il private cloud, invece, consiste nel creare una piattaforma con le stesse caratteristiche della public, con la differenza che i propri dati vengono immessi su un’infrastruttura strettamente personale. Un’esigenza del genere è propria ad esempio di un grande player che voglia fare del business su un’infrastruttura di questo tipo o di chi stia commercializzando il proprio software.

 

Intuitivamente si coglie che la hybrid cloud è, infine, un punto di incontro tra le sovra citate, un mix di server fisici e di server cloud. L’offerta online sul sito www.cloud.it è relativa alla public cloud, ma Aruba tuttavia sta fornendo a chi ne faccia richiesta un servizio distinto per il target B2B offrendo anche soluzioni private o hybrid, avvicinandosi alle esigenze specifiche del cliente attraverso un apposito servizio di consulenza.

 

 

Quindi con la vostra offerta cercate di coinvolgere piccole, medie e grandi imprese, ma possiamo parlare di una specificità di settore?

 


Sicuramente, ci sono alcuni business più vicini a questo tipo di esigenza. Ma noi abbiamo pianificato un’offerta che si sviluppi sia orizzontalmente che verticalmente, offrendo un servizio a tutte le imprese che abbiano una piccola, media o grande infrastruttura IT e a coloro che hanno da uno ad infiniti server sui quali gestire una parte del proprio business.

 

Premesso, quindi, che l’obiettivo è proprio quello di tagliare il cloud su misura del nostro cliente, ci saranno sicuramente dei segmenti privilegiati e penso alle aziende che gestiscono eventi o a coloro che si occupano di un business stagionale. Per loro il cloud è il servizio perfetto, in quanto può essere attivato e arrestato a seconda della singola necessità, senza bisogno di infrastrutture particolari o competenze specifiche e con tempistiche decisamente irrisorie.

 

 

Si sente parlare di una volontà di internazionalizzazione di Aruba, può confermare?
 

 

Aruba vuole essere un player di servizi cloud a 360 gradi, offrendo tali servizi attraverso Data Center localizzati nei mercati di riferimento. Gli altri player offrono dei servizi di cloud servendo l’Europa attraverso Data Center localizzati in luoghi prestabiliti e ciò rappresenta in qualche modo una coercizione per il cliente che, effettivamente, non ha la possibilità di scegliere dove sviluppare al propria infrastruttura, potendo incorrere in problemi di banda o, se parliamo di Data Center collocati negli USA, anche in tematiche legislative relative alla privacy.
 

Aruba invece vuole entrare nei mercati di riferimento a livello europeo, dando la possibilità di scegliere dove concretamente creare la propria infrastruttura. Al momento, questa scelta è effettuabile tra Italia, Repubblica Ceca e a breve Francia. Quindi, l’internazionalizzazione nasce da un’esigenza di soddisfare ulteriormente i nostri clienti, tenendo fede al paradigma tra coerenza del mercato servito e possibilità di portare i propri servizi in quel mercato. La nostra attuale sfida è quella di riuscire ad attivare il nuovo Data Center francese entro l’inizio di ottobre e, nei mesi a seguire, in altri Paesi Europei altamente strategici.

 

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