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21/02/2017

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di Paolo Morati

Aperti verso il futuro

Spesso la trasformazione digitale è vissuta da aziende con sistemi IT ‘legacy’ che devono convivere con le ultime innovazioni. Tenendo conto dell’evoluzione del data center, SUSE la supporta proponendo soluzioni Open Source.

Thoms Di GiacomoQuando parliamo di imprese oggi ci troviamo di fronte a una moltitudine di scenari, più o meno complessi così come altrettanto critici, in termini di tempistiche e impatti possibili. Ciò che è certo è che in un modo o nell’altro tutte le aziende di ogni settore stanno vivendo, o dovranno comunque avviare, la propria trasformazione digitale. E che si tratti di start-up tecnologiche o di organizzazioni più tradizionali presenti storicamente sul mercato, devono in ogni caso trasformarsi non solo per innovare e costruire un vantaggio competitivo e di mercato, ma anche per semplicemente mantenersi rilevanti e, quindi, sopravvivere. È da questo punto di vista che Thomas Di Giacomo, Chief Technology Officer di SUSE, operatore specializzato del mercato Open Source e dal 2014 realtà indipendente in Micro Focus, affronta il tema della digital transformation, oggi così attuale.
“La trasformazione – ci spiega il manager – riguarda gli strumenti IT principali, toccando aspetti quali la generazione, gestione e utilizzo proficuo dei dati, e come sviluppare le applicazioni di business, riuscendo infine a far crescere l’attività dal punto di vista economico. La trasformazione tocca quindi anche aspetti che sono propri dei processi interni, culturali, e molto altro ancora”. Di fatto l’idea è che in termini tecnologici ci troviamo in uno scenario in cui la maggior parte delle imprese non partono da zero, possedendo infrastrutture e applicazioni software esistenti, nonché strumenti e processi già pienamente funzionanti, frutto di diversi investimenti che sono ancora tutti, o in parte, da assorbire. “È questa la ragione per cui nel settore si parla di IT bimodale dove la parte legacy ed esistente si trova a coesistere con il nuovo, al quale bisogna poi necessariamente tendere”, prosegue Di Giacomo aggiungendo come Micro Focus, e più nello specifico SUSE, abbia una forte focalizzazione sull’aiutare i clienti e i partner a creare un legame tra vecchio e nuovo per poter far funzionare, manutenere e pianificare per il futuro, in modo sicuro, le due tipologie di IT poc’anzi descritte. “Oggi esistono in realtà diversi altri livelli di azione da prendere in considerazione come la migrazione da UNIX a Linux, quella dalle macchine virtuali ai container, la modernizzazione del private cloud, il modello Infrastructure as a Service o cloud ibrido misto con la possibilità di funzionare in modo dinamico anche sul versante public, il Platform as a Service per lo sviluppo software allontanando il concetto di applicazioni monolitiche per sposare architetture basate su micro servizi, e l’adozione dei principi DevOps. E così via”, aggiunge Di Giacomo sottolineando come oggi a dispetto della presenza di nuove tecnologie, processi e cultura, resti comunque viva una base di requisiti già propri dell’IT più ‘antica’ - sicurezza, stabilità e affidabilità – che si applicano anche alle nuove soluzioni.

Il data center che cambia
Il tema della trasformazione digitale è strettamente connesso con quello del data center, che rappresenta di fatto la base su cui poggiano poi i servizi IT dai quali dipende l’operatività delle imprese. Presentando un insieme di sfide da affrontare che si fanno sempre più puntuali. “Facciamo l’esempio dello storage. I dati stanno esplodendo a un ritmo molto superiore rispetto a quello della diminuzione dei costi di memorizzazione tradizionale. Allo stesso tempo i budget IT restano piatti, se non in flessione”, spiega Di Giacomo. “Se guardiamo al mondo del computing e del networking, oggi un’impresa ha inoltre la necessità di essere molto agile per poter offrire un servizio clienti di successo, e gestire la crescita e i cambiamenti della propria attività, ma nel contempo anche riuscire a garantire costi sostenibili mantenendo qualità, evitando disservizi e così via. Fortunatamente esistono alcune tecnologie e soluzioni che possono aiutare ad affrontare con profitto queste sfide”. Il comparto storage negli ultimi anni ha in particolare assistito alla diffusione dell’approccio software-defined, che disaccoppia l’hardware dalla gestione dei dati, e quindi vuole permettere l’uso di prodotti hardware più generalisti e scalabili, con costi inferiori rispetto ai sistemi tradizionali e dedicati. “Noi ci siamo concentrati sulla soluzione di fascia enterprise SUSE Enterprise Storage, basata sui progetti Open Source Ceph (in ambito software-defined storage) e openATTIC (gestione dello storage). Ottenuti una decina di riconoscimenti di settore, dopo appena due anni siamo anche entrati nel Gartner Magic Quadrant for Distributed File Systems and Object Storage”, afferma Di Giacomo sostenendo inoltre l’importanza dell’integrazione e validazione rispetto a soluzioni hardware terze parti, e citando SUSE Enterprise Storage per quella dei server HPE. Contemporaneamente emerge con decisione l’aspetto della gestione delle risorse a disposizione delle diverse realtà che si appoggiano ai servizi di un data center. “Si parla del sistema operativo, delle macchine virtuali e delle immagini dei container, dell’infrastruttura, del networking e dello storage nel suo complesso. Tenendo conto che per un’azienda è fondamentale affidarsi a sistemi di gestione completi e affidabili, e che abbiamo il massimo grado di unificazione. Da questo punto di vista la soluzione SUSE Manager, insieme con openATTIC per lo Storage, copre tutte queste risorse indipendentemente da chi le ha prodotte. Desideriamo infatti che i clienti siamo liberi di scegliere ciò che ritengono sia il componente migliore per loro su ciascun livello dello stack”.
Un altro tema che dal confronto con Di Giacomo emerge con forza è quello dell’Infrastructure as a Service che, unito al discorso hybrid cloud, è ritenuto fondamentale per infondere agilità e permettere la trasformazione delle imprese. Ecco che SUSE ritiene che OpenStack rappresenti la tecnologia migliore su cui basarsi. “È qualcosa che vale anche per i Cloud Service Provider che desiderano gestire e offrire servizi public cloud e noi forniamo il nostro contributo che si declina poi nella soluzione enterprise denominata SUSE OpenStack Cloud che permette un’installazione semplice e aggiornamenti indolori, assicurando stabilità, sicurezza e affidabilità in congiunzione a un’elevata disponibilità, così come integrazione con altre soluzioni IT. Comprese quelle di software-defined networking oggi sempre più adottate dalle compagnie di telecomunicazione in un contesto in cui trasformazione significa anche consumo sempre maggiore di ampiezza di banda da parte degli utenti”, continua il manager, aggiungendo poi altri due tasselli tecnologici che ritiene fondamentali sul tema della modernizzazione del data center: container e DevOps: ”Sul primo fronte già anni fa abbiamo integrato Docker con la distribuzione SUSE Linux Enterprise, e mettiamo a disposizione il sistema Kubernetes, con gestione e orchestrazione dei container attraverso OpenStack. Presto sarà inoltre possibile lavorare con una piattaforma dedicata che include un sistema operativo ottimizzato per i container in grado di funzionare in modo agnostico, spaziando dal mondo bare metal a quello public cloud”. Relativamente a DevOps, che con un approccio orientato ai sistemi favorisce una maggiore collaborazione tra i team di sviluppo e quelli IT operativi, l’idea è invece che tutti i processi e strumenti in campo, così come le soluzione Platform as a Service, rappresentano in definitiva elementi del ‘nuovo’ data center (public cloud compresa) capaci di semplificare e accelerare lo sviluppo di applicazioni: “In questo caso parliamo di una moltitudine di strumenti e workflow che comprendono anche la quality assurance e l’integrazione con la maggior parte degli strumenti terze parti, considerando anche Cloud Foundry, e il prossimo rilascio di una soluzione Platform as a Service”.

Prima di tutto innovare
Quando si parla di open source uno degli aspetti che spesso si affrontano subito, se non il principale, è quello dei costi. “La loro diminuzione è una verità che poi si va necessariamente a intrecciare con i calcoli che si fanno quando ci si focalizza sul Total Cost of Ownership. Ma non è la sola in termini di benefici. Per prima cosa parliamo di un’accelerazione dell’innovazione. Un termine che non significa solo dedicarsi a ricerca e sviluppo, ma anche adattarsi a necessità in costante mutazione, contesti in evoluzione, e alla produzione della necessaria agilità più in generale”, spiega Di Giacomo. “Quelli Open Source sono progetti sui quali lavorano tanti occhi e mani, con background diversi e interessi differenti, ma obiettivi comuni. Questo significa anche garantire una sicurezza di livello enterprise, e l’interoperabilità richiesta dall’approccio software-defined così come dall’esistenza di un legacy con cui bisogna comunque convivere mentre si compie la propria trasformazione. L’Open Source è un pre-requisito per evitare il vendor lock-in, presentando soluzioni aperte in termini tecnologici, di cultura e mentalità”.

Gli interlocutori che cambiano
La trasformazione digitale può in definitiva presentarsi in diverse forme andando a influire sulla maggior parte dei team che compongono un’organizzazione. “Può essere rilevante per le figure tecnologiche e le funzioni tecniche in campo, su ogni livello: dall’amministratore di sistema agli sviluppatori e manager, ai Vice President engineering, arrivando ai Cto e Cio: Nel contempo riguarda però anche i reparti marketing e le line of business, andando a influire sulle applicazioni che ogni giorno utilizzano per condurre le rispettive attività”, chiarisce Di Giacomo citando infine, per spiegare meglio quanto sta avvenendo, due esperienze che SUSE sta in questo momento vivendo. “La prima riguarda il lavoro che stiamo compiendo con il Cio di Emmelibri, Luca Paleari, finalizzato al potenziamento delle capacità elaborative destinate alle applicazioni business-critical e, quindi, generare un risparmio su costi infrastrutturali. Nel mentre stiamo anche confrontandoci e lavorando con l’Application Infrastructure Service Manager della European Space Agency per mettere a disposizione un supporto superiore in termini di efficienza indirizzato ai servizi finanziari”. In definitiva, tecnologia sì, ma anche business.

 

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