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11/03/2014

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A scuola di start-up nella Silicon Valley

Si è conclusa con successo la missione, organizzata dall’autore dell'articolo, e patrocinata dal Consolato Americano di Milano e da Assintel nella Silicon Valley che ha visto la partecipazione di 23 esperti fra accademici, imprenditori e responsabili tecnici aziendali

Da qualche settimana si è conclusa la tradizionale missione tecnologico-commerciale di inizio anno negli USA che, come si dice, ho avuto l’onore ma, sarebbe meglio dire il piacere di guidare. Patrocinata dal Consolato Americano di Milano e da Assintel con la partecipazione di 23 persone fra accademici, imprenditori e responsabili tecnici di aziende (tutti del settore ICT) la missione, in una settimana, ha visitato il Consumer Electronic Show di Las Vegas ed ha svolto un serrato programma di incontri e riunioni a New York e nella Bay Area di San Francisco. Un gruppo composito, qualificato e molto vivace che ha saputo creare una bellissima atmosfera di squadra e che contava al suo interno anche un parlamentare della Camera dei Deputati, il direttore generale della Chamber of Commerce in Italia, il presidente di RDS e il direttore generale di una delle principali banche online italiane.

Il Consumer Electronic Show (CES)
Non mi dilungo sulle moltissime novità che hanno scelto la vetrina del CES per essere annunciate visto il grande spazio ad esse riservato sui media. Solo qualche flash: lo scorso anno al CES c’era un solo piccolo stand che presentava una rudimentale stampante 3D, quest’anno ce ne era un intero salone con applicazioni molto innovative. Grande spazio anche alla wearable technology, ovvero la tecnologia da indossare, che sta diventando sempre più interessante per tanti ambiti della vita di ogni giorno.

Le tre visite ‘istituzionali’ nella zona di San Francisco
La prima al Lawrence Berkeley National Laboratory, il laboratorio di ricerca dell’Università di Berkeley, uno dei più importanti negli USA. Qui lo scorso anno eravamo stati accolti da Alessandro Ratti, uno dei direttori, che ci aveva, fra le altre cose, introdotto ai ‘meccanismi virtuosi’ con cui università, centri di ricerca e aziende collaborano strettamente e con regolarità. Proprio queste interazioni e interscambi costituiscono uno dei segreti dello straordinario successo della Silicon Valley (SV). Quest’anno ho privilegiato però un incontro con un giovane architetto del Politecnico di Milano, Sergio Tarantino, che sta concludendo il suo PHD nell’ambito di una collaborazione fra la sua università e il laboratorio di Berkeley e che ci ha descritto in modo molto simpatico la sua esperienza. Incontrare poi Intel nel suo headquarter di Santa Clara è sempre un’esperienza emozionante perché ovunque si ‘sente’ innovazione tecnologica. E non solo nel museo che peraltro fa rivivere l’evoluzione della microelettronica con esperienze e suggestioni molto simpatiche. L’abbiamo avvertita anche girando il laboratorio di fotonica dove si respirava area di premio Nobel, fra l’altro soprattutto per il contributo di un geniale ricercatore di origine italiana, Mario Paniccia. Abbiamo anche avuto conferma di quanto avevamo visto al CES (ad esempio le cuffie biometriche Jarvis alimentate direttamente dal telefonino per controllare le prestazioni sportive e non solo) sulla nuova linea di business di Intel e che ci è stata presentata in una lezione molto coinvolgente da Sean Koehl.
L’ultima visita istituzionale è stata a Twitter completando in tal modo il mosaico del mondo social dopo che negli ultimi anni avevamo incontrato Facebook, Google e Linkedin. Gli aspetti più interessanti dell’incontro di Twitter sono stati due: il taglio ‘globale’ che viene dato al loro prodotto, dal concepimento all’erogazione, che fa capire come attraverso internet si riesca veramente a costruire una realtà, o forse sarebbe meglio dire un ecosistema, ben più grande del proprio paese di appartenenza. La seconda è il connubio di Twitter con i vari media: hanno capito l’importanza, ma soprattutto la correlazione, tra quello che viene postato su Twitter e i vari canali mediatici (paper, tv, radio ecc.) e stanno esplorando nuovi modi per fare profitti.
Ma l’incontro con Twitter ci ha fatto toccare con mano un fenomeno nuovissimo nella Bay Area e che neanche nella visita dello scorso anno avremmo lontanamente previsto: la loro nuova sede non è in SV, ma in San Francisco in uno dei quartieri più degradati della città. E’ stato il comune di San Francisco a chiedere a Twitter di stabilirsi in quella parte della città, accompagnando la richiesta con un consistente e generoso incentivo economico.
E le conseguenze si vedono immediatamente: la zona ha cambiato faccia, ora è pulita, ordinata e con tanti negozi e ristoranti. Twitter è però solo la punta dell’iceberg dell’inversione della localizzazione delle aziende di alta tecnologia, da sempre in SV: i loro dipendenti non vogliono più vivere nella ‘triste’ contea di san Mateo, ma vogliono lavorare e abitare in San Francisco. Le aziende, volenti o nolenti, ne hanno dovuto prendere atto; ad esempio Google occupa un grattacielo nel Financial District e ha cominciato a trasferirvi parte del personale dalla sede storica di Mountain View.


Start-up (SU), venture capital (VC) e co-working space
È questo il tema principale che abbiamo cercato di approfondire soprattutto negli aspetti di novità che si sono verificati rispetto alla visita dello scorso anno. Vale la pena ricordare che già alcuni imprenditori che sono venuti in SV con le missioni tecnologiche che da quasi 30 anni organizzo hanno costituito SU in SV ed altri hanno fatto investimenti in altre SU. Il settore sta esplodendo: nessuno sa quante sono le SU che si stanno muovendo nella Valle. Qualcuno parla di 22.000, per il 60% fondate da non statunitensi. Ha quindi ancora senso parlare di fenomeno? Noi siamo partiti dai co-working space, una realtà nuovissima: nel giro di poco tempo già ce ne sono 14 in San Francisco e 15 in SV. In questi ambienti di lavoro condivisi chi vuole far nascere una SU, e di norma non ha molti soldi, vi trova un posto di lavoro opportunamente connesso, molte proposte di formazione (soprattutto nella notte e nel weekend), la possibilità di essere aiutati da mentors qualificati e la sede di frequenti pitch (riunioni in cui le SU presentano in 3 minuti, non un secondo in più, il loro progetto a investitori e/o grandi aziende). Il co-working space è quindi quasi sempre anche un acceleratore (cioè uno strumento che permette alla SU di fare la sua corsa in tempi molto ristretti ed evitare che altri arrivino prima); più raramente è un incubatore che invece è riservato alle prime fasi di sviluppo della SU e che ha una diversa filosofia.
Ne abbiamo visitati tre. Startup House è un co-working space nato da poche settimane, a sua volta è esso stesso una SU finanziata da VC, nel quale 50 giovani start-upper possono trovare anche il posto per dormire al costo complessivo di 45 $ al giorno. Si tratta di un edificio fatiscente a Soma, con le pareti rinfrescate con una mano di intonaco, dove i ragazzi dormono nei sacchi a pelo con scarsi servizi igienici e con un fornelletto e un forno a microonde come cucina. La nostra visita è stata un po’ ‘rubata’ e mi spiace che solo in pochi abbiamo potuto essere presenti (alla mattina presto).
Abbiamo poi visitato 500Start-up a Mountain View nel cuore della SV. Anche questo un ambiente molto informale dove contemporaneamente lavorano, gomito a gomito, centinaia di SU ospitate per 3 mesi trascorsi i quali devono essersi strutturati, anche economicamente, per poter volare con le proprie ali. Contemporaneamente alla nostra visita c’era anche un gruppo di imprenditori giapponesi guidati da un ministro del loro governo. Infine siamo stati a Rocket Space in un grattacielo del Financial District. Qui abbiamo trovato SU più ‘eleganti’ ma soprattutto abbiamo avuto una interessantissima riunione con un avvocato dello Studio Legale Valle e con US Market Access, una SU che ha un ottimo programma di assistenza alle aziende che vogliono avviare operazioni negli USA. La riunione è servita per fare una sintesi sulla realtà delle SU tenendo anche conto di quanto avevamo discusso a New York con lo studio legale Greenberg Traurig) e con lo studio amministrativo Prager Metis CPAs durante un meeting dal titolo ‘A chat about the IT startup scene in NY and doing business in the U.S.’. Alla riunione di New York ha anche partecipato, dando un contributo molto significativo, Alessandro Piol, cofondatore di Vedanta Capital.


La conclusione della missione nello stile di Silicon Valley
Come sempre alla fine delle missioni tecnologiche (non solo negli USA, ma anche in quelle che ho organizzato in Canada, Taiwan, Corea, Cina, India e Brasile) organizzo una cena che permetta un dialogo fra i partecipanti e altri italiani del nostro settore che operano nella zona che stiamo visitando. Così è stato anche questa volta: con noi c’era il console generale Italiano a San Francisco con l’addetto scientifico del consolato (l’aiuto che il consolato di San Francisco dà concretamente a chi si vuole impegnare in SV è notevole e molto qualificato), Giacomo Marini, uno dei primi italiani ad aver operato con grande successo in SV e oggi uno dei più importanti VC, Aldo Cocchiglia, a.d. di M31 azienda ponte fra Italia e SV per le SU italiane, Paolo Privitera e Cosimo Spera, imprenditori che definisco “seriali” perché hanno fondato e portato avanti più SU di successo. In particolare Cosimo ci ha parlato di una sua recente esperienza: Tesisquare, una società di software italiana consolidata, quindi non una SU, e presente nella delegazione, lo ha incaricato di introdurla nel mercato americano. Ha riassunto in tre parole come fare in questi casi: courage, perseverance and focus. ‘Virtualmente’ erano presenti anche Federico Faggin, l’inventore del microprocessore e che sarà con noi il prossimo anno, e Andrea Pili, imprenditore sardo partecipante ‘storico’ delle nostre missioni e attualmente start-upper a San Francisco. Una serata sicuramente indimenticabile per tutti.

Start-up in Silicon Valley, che cosa abbiamo imparato
Per avere qualche speranza di successo le SU, anche se partono da un mercato locale devono assolutamente diventare globali. E qui risiede il segreto della SV: i giovani imprenditori che hanno idee di successo devono intercettare grandi aziende globali che trovino in loro quella innovazione che difficilmente riuscirebbero a sviluppare al loro interno. Questo non implica necessariamente un’acquisizione; la situazione migliore per le SU è trovare grandi aziende interessate a veicolare il prodotto delle prime verso i clienti delle seconde. Con grande vantaggio per entrambe. Ma anche questo non basta: ci vuole un potente ecosistema imprenditoriale e SV lo realizza creando attorno ai giovani imprenditori un network di network: mentors di grande esperienza, VC, Angel Investors, incubatori ed acceleratori, Università, parchi scientifici e supporti governativi. Personalmente ritengo che proprio la mancanza 
di questo canale di comunicazione sempre aperto fra SU e le grandi aziende mondiali e insieme di un ecosistema simile a quello di SV impedisca all’Italia, e in generale all’Europa, uno sviluppo significativo delle SU. Non è solo una questione di capitali disponibili e neanche solo della burocrazia. Mi pare proprio che questa sia la direzione su cui si muove l’iniziativa, annunciata in questi giorni all’Economic World Forum di Davos, denominata Startup Europe Partnership. Non c’è qui lo spazio per approfondire il concetto e il ruolo del mentor; ricordo solo uno slogan che ho sentito ripetere fino alla noia “no mentor=no money raised when needed to scale”. Quali infine le chiavi perché un imprenditore abbia successo in SV: mettere in conto che ci vuole tempo (SV è alla 4° generazione di imprenditori di tecnologie), una cultura del rischio e lasciarsi formare dall’esperienza sul campo, non solo dalle Università. 

Acqui-hiring
È il fenomeno emergente in SV. Consiste nell’acquisizione di una SU da parte di un’altra azienda con lo scopo di ‘portarsi in casa’ ottimo personale, al di là del prodotto che la SU sta sviluppando. Questo normalmente avviene nella primissima fase della SU quando si è costituito il team dei fondatori ed ha cominciato a lavorare bene (non dimentichiamo che il team costituisce l’80% del valore della SU); in questa momento il suo valore è ancora basso e permette ai talent discovery della azienda acquirente di essere sicuri che il personale che sta acquisendo è valido, motivato, intraprendente e non teme il rischio. La SU riceve circa un milione di dollari per ogni persona, in cash o stock options. Esiste un sito - angel.co - che sulla base di alcuni parametri quali la localizzazione della SU, dell’Università di provenienza, delle precedenti esperienze di lavoro, ecc. dà in automatico la valutazione della SU, e quindi dei suoi fondatori. Facebook è stato inizialmente l’acqui-hire più vivace, ma ben presto è stato imitato da Twitter, Google, Yahoo e altri. Il grande sviluppo dell’acqui-hiring è determinato dallo skill-shortage di personale qualificato soprattutto per le competenze web e IT di cui soffre la SV. Si sta sviluppando un mercato di nuove società definite di acqui-sourcing che fanno preselezione di SU che potrebbero essere interessate ad operazioni di acqui-hiring. Insomma un mercato nel quale non mancano idee!

Prossimi passi
Le tematiche cui si è fatto accenno in questo contributo sono sempre più interessanti e quindi non sorprende la decisione della mia Università, la LIUC di Castellanza (Varese), di avermi affidato la progettazione e la conduzione di una summer school per studenti e docenti della durata di tre settimane che si svolgerà nel prossimo luglio in SV. Non tanto per favorire una ulteriore fuga di cervelli, ma per trovare idee su come progettare nuove imprese in Italia. Inoltre nel gennaio 2015 ci sarà la 25a Missione in SV che sto cominciando a programmare. Anche in quella occasione le SU saranno uno dei macrotemi ma i dettagli, ovviamente, li decideremo più avanti.

 

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